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| LA POLITICA SEPARATA DAI PROBLEMI E INVASA DAL MALAFFARE |
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| Scritto da Carmine Palumbo |
| Martedì 27 Luglio 2010 07:19 |
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Chiunque decide di impegnarsi politicamente lo fa per tentare di dare risposte ai problemi che investono il paese, il comprensorio, la provincia… in cui vive ed opera. Ognuno che decide di candidarsi ad una carica amministrativa lo fa con lo scopo di mettere le sue competenze al servizio dei concittadini della realtà in cui vive. Tutti quelli che decidono di prestarsi al bene comune per alimentare la pratica democratica di una comunità lo fa cedendo al bisogno insopprimibile delle persona umana che crede nel diritto e nelle regole.
La cronaca di questi giorni, ma anche quella del passato, ci insegna che una volta raggiunto il “mezzo” cioè il potere di agire in nome e per conto dei rappresentati, ecco che subentra la pratica quotidiana per consolidare il potere e per alimentare le prospettive di accrescimento dello stesso indipendentemente dagli obiettivi nobili per cui è stata intrapresa la strada della “dedizione” al pubblico interesse! È facile affermare che “così fan tutti!” Perfino importanti rappresentanti della Chiesa cattolica si è fatta trovare a braccetto con il mal vezzo del potere per il potere. È altrettanto facile controbattere che i cittadini possono cambiare i propri rappresentanti fino a trovarne di migliori… Purtroppo, sta subentrando la rassegnazione e la bulimia da democrazia. L’opinione pubblica non riceve più come un mare in tempesta spinto a riva dal libeccio che si erge come diga alla foce del fiume. L’impedimento al fiume di penetrare il mare è come la rassegnazione che impedisce alle notizie di alimentare la voglia di protesta e di reazione del cittadino elettore. Intanto i problemi di vita quotidiana si sommano a quelli che il corso del tempo ci fa rotolare fra i piedi. In tutto ciò, cosa fanno i nostri rappresentanti? Si dilettano a fare sgambetti ai propri colleghi di partito al fine di alterare il regolare corso della selezione della classe di governo. Non è che prima di queste cose non ne siano state messe in atto. Ma quello che spaventa è la consapevolezza che tale pratica sia diventata metodo di lotta politica. Un tempo chi veniva preso con le mani a pestare nel torbido doveva affrontare la reazione dell’opinione pubblica e doveva togliere il disturbo dimettendosi. Oggi la pratica del riconoscimento dell’errore è impensabile: “ci si appella sempre alla presunzione d’innocenza fino all’ultimo grado di giudizio”. Intanto, si fa una legge per accorciare i termini della prescrizione del reato. Se i giornali informano i lettori di quanto emerge dalle inchieste, si fa una legge che impedisce la pubblicazione delle notizie fino alla condanna definitiva… Insomma, per quanto tempo una società democratica può reggere una gestione “autoritaria” del governo di un paese, di una regione, di una provincia, di un comune, di un condominio? Bartolo Scandizzo |
























