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LA MANO NERA PDF Stampa E-mail
Scritto da Carmine Palumbo   
Martedì 27 Luglio 2010 21:34

Ritratto di una città di conflitti. Ce l’hai nel quartiere, tra italiani e stranieri, italiani e italiani, battipagliesi doc e quelli d’importazione. Ce l’hai nel sociale, nel gradino ormai abissale tra poveri e paperoni sfondati. Ce l’hai in politica, tra destra e sinistra, destra e destra, sinistra e sinistra, io contro me stesso e tutti contro tutti.

Poi, vuoi o non vuoi, più di altrove, ce l’hai nell’arte. Perché è lì, nell’architettura e pittura e scultura che un popolo lascia i segni indelebili del suo passaggio. E allora vediamo cosa i ricercatori, attraverso l’analisi dei manufatti artistici sopravvissuti al tempo, scopriranno di noi nel prossimo millennio.

Uno, per dire: il maestoso portone in bronzo del Municipio, costato varie colonne del bilancio comunale. Per dieci anni è rimasto impietoso a guardia del nulla: ai fianchi una facciata dipinta di rosa (rosso siena? aragosta?) e dietro un eterno cantiere in costruzione. Chiaro il messaggio tramandato ai posteri: chi ben comincia, è a metà dell’opera. Incompiuta.

Due: le statue varie. La coppia di leoni di piazza della Repubblica, per esempio. Verdi e castrati, come savana crea. Messi di guardia al Milite Ignoto, che in quanto ignoto non ha con chi lamentarsi (nessuno parla con gli sconosciuti). Le leonesse ringraziano; soprattutto per il colore, che s’intona alle cene di gala. Oppure il contraddittorio busto al Borbone (viva il re della Repubblica!), trenta passi più indietro, sontuosamente abbellito da qualche insulto d’uniposca sul piedistallo. E il monumento ai non nati, ancora in fase d’interpretazione (un polpo che agguanta la preda? Goldrake che spara il suo raggio fotonico?) che fa ricordare quanto quello spiazzo davanti alle De Amicis comunque fosse più utile come strada. Messaggio tramandato ai posteri, in tutti questi casi: qua il sole picchiava forte. E non eravamo usi portare copricapi per proteggerci.

Tre: il Castelluccio. Altrove fanno turismo inventandosi monumenti improbabili (“qui è soggiornato Dante quei tre giorni che aveva i muratori per casa”) o santificando di tutto, dalle tombe, ai giardini, agli ospedali. A Salerno le tre pietre rimaste del Castello degli Arechi si confondono col tufo spanciato dalla montagna, e va’ a capire perché ci organizzano comunque mostre ed escursioni. Noi, sul Castelluccio, ormai tramontata pure l’epoca dell’intimità e della 127 tappezzata a giornali, al massimo ci andiamo ad asparagi, a provare la mountain-byke o ad abbandonarci il nonno. Dicono: non ha valore storico, è stato rifatto. Che c’entra: pure la Parietti, ma un giro me lo farei comunque. Qua il messaggio tramandato ai posteri è sul genere “eravamo per il sesso genuino, abbasso il silicone”. Di qualunque cosa si trattasse.

Quattro: dulcis in fundo, the last but not the least: la mano nera. Storicamente era la mafia made in Usa del primo ‘900, quel patchwork tra le varie malavite d’importazione che fece da base di partenza per la moderna Cosa Nostra. Poi, Joe Petrosino eccetera. A Battipaglia invece è proprio una mano nera. Un braccio, per la precisione. Spunta dall’acqua della fontana di piazza Amendola, le dita contratte in una chiara richiesta d’aiuto alla statua della Madonna (ci vorrebbe pure una didascalia, tipo un fumetto che dice “mannaggia, m’avevano detto che qua si toccava”). Di fianco, poi, una lastra-lapide (di che? bronzo, marmo, uranio arricchito?) posta nel 2007: una preghiera, più la firma: Associazione Nazionale Marinai Italiani. La dedica è ai caduti del mare: ovvio, si sa che il celebrato della piazza, Giovanni Amendola (di cui non c’è nemmeno una foto tessera) sommato alla Madonna, entrambi messi di fianco a un braccio nero e a una targa commemorativa, nel totale fanno di Battipaglia una delle più famose città di mare. I messaggi tramandati ai posteri, qua sono due. Il primo: confessiamo, per il nome ci siamo fermati ad Amendola perché era il primo in ordine alfabetico. Il secondo: tolleranti verso tutti, ma i senegalesi li lasciamo annegare.

Ernesto Giacomino

 
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