Montagne immerse in una natura incontaminata

Gli Alburni, l’Antece e la Grotta dell’Angelo

La natura carsica del complesso ha favorito la formazione di un gran numero di grotte e cavità (circa due mila) tra le quali sono famose quelle di Castelcivita, quelle di Pertosa-Auletta (Grotte dell’Angelo) e la grotta di (...)

Cultura
Cilento martedì 14 novembre 2017
di Massimiliano De Paola
Gli Alburni
Gli Alburni © unico

I Monti Alburni sono un massiccio carsico ricco di doline, grotte, cavità, gole, sorgenti ed inghiottitoi che si trovano tra la Valle del Sele ed il Tanagro e fanno parte dell’Appennino lucano. Per la loro morfologia, notevole soprattutto dal lato occidentale (ad esempio dalla Piana del Sele), sono conosciuti come le Dolomiti campane.

La natura carsica del complesso ha favorito la formazione di un gran numero di grotte e cavità (circa due mila) tra le quali sono famose quelle di Castelcivita, quelle di Pertosa-Auletta (Grotte dell’Angelo) e la grotta di San Michele Arcangelo presso Sant’Angelo a Fasanella.

La Comunità Montana degli Alburni, la cui intera estensione misura circa 44.000 ettari, è caratterizzata dalla bellissima catena dei Monti Alburni, il cui nome deriva dal termine latino “albus”, che indica il candore delle sue pareti calcaree, e presenta caratteristiche morfologiche e geologiche molto particolari. Lo studioso Gianpiero Indelli paragona questo massiccio ad un’erosa mandibola dalle verdi gengive, in cui sono piantati molari candidi e massicci, tra i quali il Monte Panormo 1.742 m. s.l.m. - il Monte La Nuda 1.704 m. s.l.m.- il Monte Spina dell’Ausino 1.445 m. s.l.m. - il Monte Maria 1.303 m. s.l.m. - ed il Monte Figliuolo 1.337 m. s.l.m..

Il nome della catena montuosa è dato anche dal “Monte Alburno” nei pressi di Sicignano e Petina, la cui vetta raggiunge i 1.742 m. Noto anche come Monte Panormo per le ampie vedute che offre dalle sue pendici, è stato menzionato da Virgilio nelle sue Georgiche (III, 146).

Dalla gente del luogo i suoi monti venivano creduti Titani provenienti dall’antistante Mar Tirreno per sfuggire all’ira di Nettuno.

Nel territorio cilentano il Panormo è secondo per altezza al Monte Cervati (1.899 m). Il monte appare spesso innevato da inizio dicembre a metà aprile.

Ricco di sentieri e mulattiere, la catena degli Alburni costituisce oggi il cuore del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Al centro di essi, su di una strada che congiunge Sant’Angelo a Fasanella a Petina e Polla si trova un rifugio, il Casone d’Aresta (1.169 m), e poco lontano la scultura rupestre dell’Antece.

La Comunità Montana degli Alburni comprende patrimoni forestali di elevata qualità grazie alle condizioni pedo-climatiche dei suoi versanti che consentono l’insediamento di numerose specie arboree di elevato pregio. In generale, i boschi sono influenzati dalla morfologia del massiccio, che può essere riassunta in quattro versanti ed un altopiano, aventi parametri di altitudine e di esposizione tali da determinare una struttura vegetativa molto varia. Fin dagli inizi del 900 erano praticati quasi esclusivamente tagli a scelta per poi passare, tra la prima e la seconda guerra mondiale, a tagli eseguiti per lo più in modo irrazionale. Ne è conseguita la quasi scomparsa di specie come l’Abete bianco, l’Acero montano, l’Olmo montano ed il Tasso. A quote più elevate predomina l’ontano, il carpino, il tiglio, il cerro, ma soprattutto il faggio, che crea un ampio sottobosco di fragoline e funghi.

Tra le specie floreali vi sono le orchidee selvatiche, il garofanino di montagna, crocus e tante altre varietà. In questa splendida cornice di grande interesse naturalistico, lungo le falde del massiccio sorgono vari Comuni. Visitarli sarà un’esperienza davvero emozionante, sia dal punto di vista storico che da quello artistico. Si potranno ammirare le suggestive chiese rupestri, le cui origini si confondono fra storia e leggenda, il Castello di Postiglione, la Torre Angioina di Castelcivita, il Castello Ducale del comune di Aquara, il Santuario della Madonna del Cordone ad Ottati, l’incantevole Roscigno vecchia e Roscigno antica.

La gastronomia offre prodotti genuini della terra, fra i quali si presentano soprattutto piatti a base di funghi e tartufi. Notevole è anche la produzione di castagne, fragoline di bosco, olio, fichi bianchi, carne ed ortaggi.

Di luoghi il massiccio degli Alburni ne custodisce numerosi. Sono borghi attraversati dallo scroscio di cascatelle o dal lento fluire dei fiumi, talvolta paesi oscurati da improvvise macchie o illuminati da verdi declivi, estesi a perdita d’occhio.

Salendo verso Postiglione, si ammira l’antica roccia del Castello cui, dall’altro lato quasi fa eco, per mole e bellezza, quella tardo trecentesca di Sicignano. Controne, Bellosguardo e Corleto Monforte conservano tesori d’arte che pochi conoscono e molti dovrebbero vedere. Carica di storia è la terra di Castelcivita, dagli intatti percorsi medioevali, con torri Normanne diventate campanili e chiese, che preservano come scrigni sottomarini, veri capolavori d’arte.

Illustri maestri vissero o attraversarono queste terre e straordinari artigiani del legno vi lasciarono tracce del loro paziente lavoro. I loro manufatti si trovano nella chiesa di San Nicola a Petina e nella sagrestia della collegiata di San Matteo e Santa Margherita in Sicignano.

Le memorie della storia degli Alburni sono incise sulle pietre del Castello di Aquara, concesso nel 1.504 dal re di Spagna ad Ettore Fieramosca, eroe della disfida di Barletta.

Sul monte Pruno, un assolato pianoro che domina Roscigno, si ammirano resti di insediamenti indigeni, risalenti al VI ed al V secolo a.C..

A Costa Palomba, dall’alto dello strapiombo che incombe su Sant’Angelo a Fasanella, ci si trova di fronte ad un antichissimo guerriero scolpito sulla roccia, l’Antece, la cui età quasi si confonde con le oscurità dei tempi della storia.

Emozioni mute, di quelle che incidono nell’anima di ciascuno, ricordi indelebili, si provano nella Grotta di San Michele, in Sant’Angelo a Fasanella. Qui, si racconta, apparve l’Arcangelo, e qui egli lasciò, a futura memoria, le impronte delle proprie ali.
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