La Riforma Agraria diede il via alla modernizzazione

Capaccio Paestum doveri di una città leader

L’amico Batolo Scandizzo ha deciso di dedicare un numero monotematico di questo settimanale, di cui è direttore, ai centri più popolosi e storicamente più significativi del vasto territorio del nostro Parco...

Cultura
Cilento mercoledì 06 dicembre 2017
di Giuseppe Liuccio
Palazzo De Maria
Palazzo De Maria © n. c.

L’amico Batolo Scandizzo ha deciso di dedicare un numero monotematico di questo settimanale, di cui è direttore, ai centri più popolosi e storicamente più significativi del vasto territorio del Parco del Cilento, del Vallo del Diano e degli Alburni e mi ha fatto affettuose pressioni perché scrivessi una mia riflessione su Capaccio Paestum. Non nascondo che ho opposto notevole, anche se garbata, resistenza per due ordini di motivi: 1) perché ne ho scritto così tante volte da rischiare di ripetermi, 2) perché incomincio a pensare seriamente di tirare i remi in barca e a non tediare più me stesso ed i lettori per inseguire l’utopia di un futuro nel segno dello sviluppo del territorio, che mi ha dato i natali, e di cui comincio a dubitare. Ma, alla fine, ho ceduto per due buoni motivi anche in questo caso: 1) perché la scrittura, come la lettura, è il mio pane quotidiano; 2) perché non scrivere per la mia terra e per il suo futuro lo considererei un tradimento.

E, allora, eccomi a tentare un incipit minimamente interessante ed originale. Ho scritto a più riprese nel corso degli ultimi decenni che il Cilento nel suo insieme, dal Sele a Sapri, così come è geograficamente e storicamente considerato, avrebbe bisogno di UN PROGETTO che ne individuasse i bisogni e le possibilità di sviluppo con una analisi articolata e motivata, chiamando a raccolta tutte le forze vive: amministratori locali, imprenditori, categorie professionali, forze sociali associate e non, intellettuali, scuole, parrocchie, consorzi, fondazioni, istituti di credito e tutta la più vasta rappresentanza della società civile per pervenire ad un impegno di lavoro condiviso, calendarizzandone tappe e scadenze con metodo e scrupolo ragionieristico. L’impegno dovrebbe poter contare sul coordinamento di un Ente sovra comunale deputato per legge a farlo: IL PARCO. Ma il Parco a quasi tre anni dalla nomina della nuova governance non lo ha fatto, perpetuando l’eredità di stallo o quasi lascatale dalle precedenti, che non avevano niente affatto brillato per inventiva di progettualità credibile ed affidabile, come, d’altronde non lo hanno fatto i comuni più importanti, che a stento governano (?) l’esistente rinserrati, come sono, nei loro municipi senza voli di fantasia che scaldino cuore e gonfino anima a proiezione di futuro. Fatta questa premessa che mi procurerà ulteriori antipatie ed altri nemici più di quanti non ne abbia già, mi accingo ad articolare la mia riflessione su Capaccio Paestum, che è stato, è e resta uno dei centri più significativi non solo del Cilento, ma della intera provincia di Salerno e della stessa regione Campania.

E, a mio modesto parere, un dibattito fecondo di sviluppi positivi dovrebbe rispondere, innanzitutto, alle due seguenti domande.

1) Come recuperare, valorizzare ed esaltare l'unità della Kora Pestana nella ricca e varia articolazione dei paesi delle colline, che nel corso dei secoli, dalla antichità magno greca ai nostri giorni, hanno fatto riferimento a Capaccio e, soprattutto, alla sua ricca e vasta pianura per uno sviluppo unitario condiviso del territorio?

2) Come interpretare e rappresentare una fetta consistente di territorio dandogli voce e protagonismo ipotizzando un LABORATORIO per creare nuovi ORGANISMI AMMINISTRATIVI nella direzione dell'accorpamento non più rinviabile dei comuni, per approdare, infine, alla creazione di una CITTÀ?

E cominciamo da lontano, da una stagione che io ho vissuto in prima persona non fosse altro che per ragioni anagrafiche: La lotta per l'occupazione delle terre e la conseguente Riforma Agraria, anche se monca, rivoluzionarono nello spazio di un decennio costume, economia e vita di un intero territorio più di quanto non avessero fatto tutti i secoli precedenti messi insieme.

Rifiorì l'agricoltura con prodotti di pregio e di nicchia. Mosse i primi passi il turismo, che, in seguito, esplose tumultuoso e caotico con l'imbarbarimento di costa e pianura sull'onda anomala di una urbanizzazione intensiva e di rapina. Si prosciugò la palude geologica, ma restò il pantano della politica (!?) e dell'incultura, salvo qualche raro miracolo di ninfea solitaria. E comunque un'analisi minimamente seria dei mutamenti etno antropologici, sociologici e politici dell'intero territorio comunale non può che partire di là.

Il vecchio CAPOLUOGO è regno sempre più esiguo di quanti, a tutela di orgoglio di identità e ad argine di migrazione biblica verso il mare con tutto il suo carico di problemi di cui mi sono occupato ampiamente altre volte. La “Piana”, frutto di un meticciato sociale raccogliticcio e molecolarizzata, come è, tra borghi e casali rurali, non ha un'anima e manca di identità. L'Area Archeologica è involgarita, spesso, da un turismo mordi e fuggi, che esalta il pendolarismo dei visitatori sudaticci a caccia di gelaterie e pizzerie dopo le brevi escursioni a fruizione di museo e templi dorici. Gli imprenditori turistici (sono tanti ed alcuni anche di buon livello) hanno interessi consolidati, anche se non sempre con una visione unitaria della qualificazione, della diversificazione e della destagionalizzazione dell'offerta, arrancano ad ipotizzare un progetto articolato in sintonia e sinergia tra loro. Il mondo delle campagne, atomizzato in numerose categorie, spesso rissose ed in conflitto tra loro, non sempre riesce ad esprimere speranze e problemi in un progetto condiviso per obiettive incapacità dei protagonisti e per tacita quanto palese pigrizia di leader, o presunti tali, che su questa parcellizzazione spesso hanno costruito fortune economiche e carriere (!?) politiche. Di sicuro il mondo dell'agricoltura e della zootecnia dà voce, quando la dà, a problemi di interessi diversi da quelli del turismo. Il compito della Politica è (sarebbe) quello di ridurre ad un UNICUM queste due realtà, che, non sempre, comunicano tra di loro. È tutta qui la “scommessa”. Forse il collante potrebbe essere la CULTURA nel senso più ampio dell'accezione del termine. E, a mio modesto parere, è l'unica strada fruttuosa e produttiva per un mélange che ne fonda ed esalti gli interessi condivisi.

La società italiana è fluida. Sfugge a controlli ed indagini per la rapidità dei mutamenti, come sostengono acutamente sociologi e politologi. Il fenomeno è drammaticamente dilatato nella pianura pestana con la conseguenza della quasi impossibilità di incasellare in categorie più o meno credibili le schegge, spesso impazzite della rappresentatività sociale ed economica. La politica o non si pone il problema o è incapace di farne una lettura accurata. Eppure non è più tempo di gestire stancamente l'esistente, all'insegna della più piatta routine della quotidianità. Urge uno scatto di orgoglio ed un guizzo di fantasia per una radicale rivoluzione, delle coscienze, innanzitutto, se si intende costruire un futuro minimamente competitivo sui mercati. Di qui la necessità di eliminare, in primo luogo, la frattura tra i mondi dell'agricoltura e della zootecnia, da un lato, e quello del turismo, dall'altro, per sinergizzarli, invece, in un rapporto proficuo e duraturo. E la strada per raggiungere l'obiettivo è quella di una valida infrastrutturazione dell'intero territorio nel segno della cultura: Un laboratorio di politica del turismo e per il turismo, parchi fluviali (Sele, Capodifiume, Solofrone), museo del sacro, dell'agricoltura e zootecnia, masserie didattiche, biblioteche e cineforum di quartiere/contrada, utilizzando i locali delle scuole, efficaci forme di acculturazione per tutti, dando a tutti pari opportunità per cancellare definitivamente la convinzione che, soprattutto nel turismo, ci sono pochi privilegiati che banchettano lautamente e molti, troppi, a cui sono destinate soltanto le briciole;In definitiva operare in modo che le tante contrade nate e cresciute in orizzontalità dal Sele al Solofrone ed in verticalità dal mare alle colline abbiano un ruolo di protagonismo e si sentano parte attiva ed integrante di una comunità condivisa, che, finalmente dalle tante ISOLE diventi un ARCIPELAGO in una rete feconda di interconnessione, comunicazione e rapporti. Il progetto è ambizioso, lo so. E per realizzarlo c'è bisogno di una classe dirigente nuova, giovane anagraficamente, ma soprattutto dentro, psicologicamente, motivata, proiettata verso il futuro. Mi auguro fortemente che quella eletta il 25 giugno scorso, sotto la guida del sindaco, Cav. Francesco Palumbo, abbia forza, determinazione ed entusiasmo per accettare la sfida e vincerla. È il mio augurio e la mia speranza. E faccio i miei auguri più sinceri e cordiali al Sindaco, che ha superato bene un problema di salute e che è ritornato di nuovo al suo posto di lavoro. Ma è legittimo anche chiedersi: i nuovi eletti sono consapevoli del lavoro duro che li attende che è quello di RIFONDARE LA POLITICA, in una visione nuova e moderna? Allo stato attuale, a sei mesi circa dall’insediamento, non ci sono ancora segnali significativi di cambiamenti e svolte radicali. Aspettiamo il varo del nuovo bilancio che per una Amministrazione all’inizio del suo mandato è considerato un punto ineludibile per esprimere un giudizio motivato e documentato sul suo operato.

Se ne rendano conto e se ne convincano sindaco e consiglieri recentemente eletti con la consapevolezza profonda di amministrare non una città qualsiasi, ma una CITTÀ/MONDO. Sappiano che il mondo li e ci guarda e che le future generazioni li e ci giudicheranno severamente e che non basta un assetto ed un riordino degli uffici e dei servizi, pur riconoscendolo ed apprezzandolo, per gridare al miracolo. Ci vuole di più, molto di più. UN PROGETTO di largo respiro, a breve e a lungo termine, di sviluppo convincente ed affidabile che prefiguri una SVOLTA RADICALE, e che va fatto ampiamente e bene. Una delle tappe più significative è certamente il PUC, che, da sempre, storicamente, è uno degli argomenti più impegnativi e carichi di incidenti d percorso da varare. Auguriamo di tutto cuore all’Amministrazione Palumbo che ne venga rapidamente a capo e con successo. Ed i miei auguri sono sinceri, anche perché, come tutti sanno, mi sono speso con convinzione ed entusiasmo prima, durante e dopo la campagna elettorale con lealtà mai venuta meno, anche se non sempre ricambiata.

Ed ora passiamo all’altro punto anticipato nella seconda domanda iniziale. Storici e politologi autorevoli hanno sostenuto, non senza fondamento, che una delle cause del ritardo storico del Cilento e della zona a Sud di Salerno, dal Sele a Sapri, è da attribuire alla mancanza di una città che, con le sue funzioni burocratiche/amministrative, con le conseguenti attività economiche e con le istituzioni culturali, costituisca polo di attrazione e propulsione economica e civile per l’intero territorio.

Ora non c’è alcun dubbio che Capaccio Paestum, per la sua grande e prestigiosa tradizione storica, per la posizione geografica/strategica, per la ricchezza e la varietà delle attività economiche, per il numero considerevole degli abitanti (22.000) può essere considerata a tutti gli effetti un nucleo di città in fieri (in grado di contare e superare di molto i 50.000 abitanti inglobando i paesi della kora poseidoniate/pestana, come storia ed economia consentirebbero e consiglierebbero. Ma, allo stato attuale, è una città monca, perché parcellizzata e coriandolizzata. E, come tale, è una città solo allo stato potenziale. Forze politiche a tutti i livelli, l’imprenditoria ricca e varia, le categorie professionali e tutta la più vasta società civile dovrebbero impegnarsi, tutti insieme, per raggiungere l’obiettivo e, pertanto, ipotizzare, ridisegnare e realizzare LA CITTÀ. Necessita una mobilitazione di tutte le coscienze, con una grande campagna di persuasione che generi consenso ed entusiasmo, perché quella da ipotizzare e costruire non può che essere UNA CITTÀ DEI CITTADINI, nell’accezione piena che ne hanno dato i grandi spiriti democratici: scrittori, saggisti, sociologi, politologi ed urbanisti da Italo Calvino ad oggi. Pertanto, così come è configurato, il territorio nelle sue tante aggregazioni urbane consente, con buona possibilità di riuscita, solo una CITTÀ POLICENTRICA E POLIFUNZIONALE, individuando diversi poli distinti per funzioni e collocazione strategica. Alla luce di queste considerazioni c’è da chiedersi, per esempio, quale è il punto di riferimento capaccese pestano dell’esercito sparso fra masserie e poderi di Seude, Scigliati, Tempa San Paolo, che guardano a Matinelle; quale quello di Gromola e Ponte Barizzo, che puntano su Santa Cecilia; quale quello di Licinella che è proiettata su Agropoli; quale quello Spinazzo e Varco Cilentano che guardano a San Giuseppe di Giungano; quale quello del regno di nessuno, del mondo senza nome sperso e frammentato sulle colline di Pazzano e dei tornanti del Getsemani e Capaccio Vecchio? Costituiscono un discorso a sé Capaccio capoluogo, Paestum/ Cafasso/ Capaccio Scalo/Rettifilo, Laura e la vasta e vivace, almeno d’estate, zona mare, a cui spetterebbe di diritto il toponimo di Capaccio Marittima. Ne discuta l’Amministrazione Comunale nelle sedi istituzionali, coinvolga i cittadini in assemblee di contrade numerose, frequenti e motivate, ma tenendo di vista due punti, secondo me, inderogabili, il ruolo di Capaccio capoluogo come polo delle funzioni burocratiche ed amministrative, Paestum/Cafasso come polo della Cultura e conseguenti infrastrutturazioni di servizio, Capaccio Scalo Rettifilo come polo dei trasporti, dell’istruzione e dello sport. Laura mare (Capaccio Marittima) polo della convegnistica e delle politiche del e per il mare.

Ed in conclusione mi sia consentito riproporre una idea di cui ho scritto altre volte anche su questo giornale, ma non solo. La città del futuro a cui puntare è quella che accorpi due realtà contigue, che hanno storie, tradizioni, economia in comune e che si completano a vicenda: AGROPOLI E CAPACCIO PAESTUM e che comprenda tutto il vasto territorio da Altavilla a Torchiara, che formerebbero una città di circa 100.000 abitanti. È un progetto ambizioso e difficile da realizzare, soprattutto perché l’orgoglio municipalistico è duro a morire. Lo so. MA È IL FUTURO. È materia per uomini che rompano le gabbie asfittiche della routine della quotidianità del pragmatismo arido e VOLINO ALTO non si contentino della CRONACA dell’oggi ma siano CAPACI DI SOGNARE e ANTICIPARE la STORIA DI DOMANI. Ritornerò sul tema.

P.S. chiedo scusa per la lunghezza ma il tema estremamente interessante mi ha ha preso.

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