A lanciare l’allarme è il direttore generale della Bcc di Aquara, Antonio Marino, che parla della riforma che può snaturare lo status quo delle Bcc, a vantaggio di una politica dell’utile e del dividendo

Le Bcc non vogliono diventare sportelli sciocchi della capogruppo

Al Sud le grandi banche se ne stanno andando. Perché là dove c’è un’economia non florida è chiaro che gli istituti di credito facciano un passo indietro. Prendiamo il caso di Capaccio Paestum: negli ultimi 3 anni hanno chiuso...

Attualità
Cilento giovedì 05 settembre 2019
di La Redazione
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Bcc © web

"C’è il serio pericolo che le Banche di credito cooperativo non possano più svolgere quella funzione di mutualità che è stata da 130 anni una delle loro principali caratteristiche». A lanciare l’allarme è il direttore generale della Bcc di Aquara, Antonio Marino, che parla della riforma che può snaturare lo status quo delle Bcc, a vantaggio di una politica dell’utile e del dividendo, che è prerogativa delle società per azioni.

Cosa succede nel microcosmo delle banche e delle Bcc?
Al Sud le grandi banche se ne stanno andando. Perché là dove c’è un’economia non florida è chiaro che gli istituti di credito facciano un passo indietro. Prendiamo il caso di Capaccio Paestum: negli ultimi 3 anni hanno chiuso quattro sportelli di banche nazionali. Gli unici rimasti sono quelli delle banche di credito cooperativo. Questo è solo un esempio. Se il Sud è sempre più povero, dobbiamo interrogarci quale sia la funzione delle banche.
Qual è la loro funzione?
Le banche sono collegate allo sviluppo, alla crescita. Nel momento in cui le Bcc perdono la loro autonomia di piccole repubbliche del credito, perché la riforma le ha messe sotto la direzione e controllo di una società per azioni, che ragiona in termini di lucro e deve per forza produrre utili, cessano nella loro funzione sociale oltre che industriale.
Quindi cambia anche la mission delle Bcc?
La nostra preoccupazione è proprio questa. La riforma fu fatta perché la Capogruppo doveva coordinare e dirigere le 84 banche finite sotto la sua ala protettiva. Ad un tratto ci siamo trovati tra i piedi la questione dell’acquisizione di Carige, perché lo Stato non sapeva a chi affidare questa patata bollente. L’ha presentata come un affare, che avrebbe prodotto utili tra 2 anni. Il problema che anche Carige è una spa e Cassa centrale assorbendola avrà degli sportelli, cosa che all’epoca non era prevista.
Questo cosa significa?
Gli sportelli sarebbero dovuti essere solo quelli delle banche di credito cooperativo. Invece domani, avendo 480 sportelli di Carige cosa succederà? Cassa centrale, nostra capogruppo, quando ci sarà un doppione, quale toglierà di mezzo? La nostra preoccupazione è che la cultura della cooperazione e della mutualità arretri di fronte alla cultura del lucro e alla passione per il dividendo. Insomma ci può essere un forte cambio di pelle che ci porti a disconoscere le virtù e i brillanti risultati conseguiti in 130 anni di vita della cooperazione di credito.
E’ solo una questione di “doppioni”?
No, questo è solo l’inizio. La nostra maggiore preoccupazione è che correndo dietro al guadagno, venga di fatto snaturato il ruolo delle banche di credito cooperativo, che è quello della mutualità. Noi, infatti, abbiamo una filosofia di vita completamente diversa da quella di una società per azioni. Ci chiediamo come farà, dunque, Cassa centrale e mettere insieme il diavolo e l’acqua santa.
Come si può fare?
Esistono varie soluzioni. Occorre però necessariamente preservare l'autonomia delle banche sane. La distinzione deve essere tra banche sane e banche meno sane NON tra banche grandi e piccole. Stiamo addirittura snaturando la riforma recente delle BCC laddove prevede che le BCC siano classificate in base al loro grado di rischio. Ebbene noi chiediamo che le banche sane siano controllate dalle capogruppo ma non siano dirette dalla capogruppo, nello spirito di una esatta applicazione dello spirito della riforma del 2018. Anche perché l'Italia non è tutta uguale e una direzione aziendale operata a centinaia di chilometri di distanza annulla totalmente il concetto di banca locale. Diversamente, le nostre BCC rischiano, come già si profila, di diventare sportelli sciocchi della Capogruppo con forte perdita di motivazione degli attori locali e quindi della capacità di accompagnare lo sviluppo locale.
E’ un messaggio che lancia al nuovo Governo?
Certamente. Nessuna riforma è perfetta, va verificata sul campo. Vorremmo che il legislatore si occupasse di ridurre il carico burocratico sulle banche più piccole, che ci fosse una gradualità degli adempimenti a seconda della dimensione della banca. Se le banche oggi fanno meno utili ovvero presentano costi elevati - e vanno fuori mercato rispetto alla concorrenza europea - lo si deve in larga parte all'invadenza dello Stato e delle sue numerosissime norme che sovrintendono alle banche. Allo stesso modo dobbiamo criticare la mancanza di leggi che tutelano i creditori, che diano certezze dei pagamenti. Senza certezze dei pagamenti nessuna comunità economica può funzionare. Le BCC sono utili all'economia fatta dai clienti più piccoli e sono utili, da sempre, alle comunità dove sono insediate. Ci stiamo incamminando per una strada che non ci appartiene e che rischia di omologarci alle altre banche più grosse, col rischio che noi perderemo le nostre peculiarità per equiparaci a chi già c'è e quindi finiremo paradossalmente fuori moda e fuori mercato. In poche parole, o conserviamo la nostra identità e la nostra forza o andremo a scomparire per nostra stessa mano...

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