"Amare è questo: esserci! Nelle gioie e nelle sofferenze degli altri"

Intervista a Don Giuseppe Sette, Parroco di Gromola e Ponte Barizzo

"Credo che nessuno sappia indicare con precisione quando si presenta la vocazione nel proprio cammino. È una presa di coscienza che cresce e ti porta alla consapevolezza di dover rispondere ad una chiamata d’amore."

Attualità
Cilento domenica 12 luglio 2020
di Glicerio Taurisano
Don Giuseppe Sette
Don Giuseppe Sette © Unico

È originario di Aquaro, in provincia di Vibo Valentia, ha frequentato il liceo linguistico a Catanzaro e ha proseguito gli studi presso la Pontificia Università Lateranense, dove ha conseguito il Baccellierato in Filosofia, per poi continuare gli studi teologici, prima alla Pontificia Università Urbaniana e poi al Seminario Metropolita di Salerno. Parroco di Gromola e Ponte Barizzo, è stato accolto dalle comunità delle due parrocchie con grande entusiasmo dal primo giorno in cui è arrivato a Capaccio Paestum.

Prima che Lei diventasse Sacerdote come ha vissuto la sua vita da ragazzo e soprattutto cosa voleva diventare da grande?

Sin da piccolo, venendo da una umile famiglia dell’entroterra vibonese, in Calabria, sono stato “iniziato” al lavoro. Inizialmente nel periodo estivo e dopo l’orario della scuola, già all’età di 7/8 anni, nell’officina di mio zio. Successivamente, finite le scuole medie, la meccanica è diventata un po’ una passione e ho cominciato a lavorare, inquadrato in un progetto di formazione al lavoro, in una officina Autorizzata ottenendo la qualifica di Meccanico specializzato, esercitando il mestiere di meccanico fino a 24 anni. Oramai, il mondo della meccanica era diventato parte del mio progetto di vita. Sognavo una officina mia o un incarico in qualche team automobilistico importante.

Intanto ero anche fidanzato e, dopo 7 anni circa di fidanzamento, avevamo anche comunicato alle famiglie una prima data per il matrimonio che doveva essere il 28 giugno del 2000.

Quando è nata la Sua vocazione al Sacerdozio e cosa lo ha spinto ad intraprendere la missione religiosa?

Questa è una domanda che non trova una risposta semplice. Credo che nessuno sappia indicare con precisione quando si presenta la vocazione nel proprio cammino. È una presa di coscienza che cresce di giorno in giorno e ti porta alla consapevolezza di dover rispondere ad una chiamata d’amore. La vocazione infatti nasce dall’iniziativa di Dio. È lui a muoversi per primo, e non certo per una particolare dote o qualsivoglia merito personale. Solo per il suo amore che stilla nel cuore per opera dello Spirito Santo (cfr Rm 5,5). Comunque, questo “Dio sconosciuto” per me, si è fatto strada nella mia vita quando avevo ca 23 anni, tempo in cui avevo già deciso di sposarmi. Sconosciuto per me anche perché non lo ritenevo “utile” per la mia vita!

La mia storia vocazionale è particolare e anche lunga. Ricca di continui cambiamenti “causati da Lui”, che prontamente mi mostrava la precarietà di tutto ciò che cercavo di costruire con le mie sole forza. Per essere breve, tutto prende forma quando, in una esperienza di missione popolare al mio paese, ho sperimentato quanto fossi amato! Mai mi ero sentito così! Importante e prezioso agli occhi di qualcuno, quantunque fossi ancora fidanzato e anche innamorato della mia ragazza. Ma quell’Amore, pian piano, non lasciava spazio ad altri amori. Per molto tempo ho provato ad evitare di dare una risposta a tutto ciò che vivevo, anche perché sono sempre stato molto razionale, per via anche della mia formazione meccanica che mi faceva interpretare tutto secondo una logica di “causa effetto”. E in tutto questo non ritrovavo nulla di logico o razionale. Alla fine non ho potuto fare a meno di lasciarmi attrarre da questa nuova realtà che rivelava al contempo quanto fossi fondamentalmente insoddisfatto nonostante alla mia vita apparentemente non mancasse nulla. La risposta che dovevo, anche a me stesso, non poteva non tenere conto di tutto questo, e non poteva essere che una risposta d’amore. E l’unico modo possibile a quel punto era lasciarmi andare a quel nuovo progetto che Dio mi proponeva per rendermi felice. Adesso sono felice, anche se non è stato semplice dover spiegare tutto questo alla mia ragazza, alla mia famiglia e a tutte le persone coinvolte nella mia vita. Sapevo che sarebbe stato tutto incomprensibile per loro - d’altronde lo era ancor prima per me - e che avrei dovuto affrontare tante difficoltà. Dicevo che adesso sono felice, che non significa che non ci sono problemi o difficoltà da affrontare, ma che mi sento “al posto giusto”. Questo per me è essere felici!

Durante la sua vita di Sacerdozio ha mai incontrato il Santo Padre?

Ho incontrato tre Papi! Nel mio periodo a Roma ho avuto la fortuna di incontrare più volte, l’oramai Santo, Papa Giovanni Paolo II, anche durante il servizio liturgico che capitava di dover svolgere alle celebrazioni papali. Lavorando alla Fabbrica di S. Pietro nel periodo estivo, per sostenermi agli studi, ho avuto modo di incontrare da vicino anche Papa Benedetto XVI diverse volte.

Negli ultimi anni, ormai da sacerdote, ho incontrato tre volte Papa Francesco. L’ultima volta nel mese di Maggio del 2019 a Piazza S. Pietro, quando ha benedetto personalmente l’aureola della statua di Santa Maria Goretti di Gromola.

Dopo essere stato Ordinato Sacerdote in quali luoghi ha officiato prima di giungere a Capaccio Paestum presso le Parrocchie di Gromola e Ponte Barizzo?

Dopo l’Ordinazione sacerdotale, il 26 giugno del 2010, sono stato nominato prima amministratore e poi parroco, dall’allora Vescovo Mons. Giuseppe Rocco Favale, delle Comunità di Cicerale e Montecicerale, dove sono stato per 3 anni. Nell’estate del 2013, il Vescovo Mons. Ciro Miniero, mi ha chiesto di seguire le comunità di Gromola e Ponte Barizzo dove sono parroco da 7 anni.

Come si svolge la sua giornata, soprattutto se deve accudire a due parrocchie?

Essere parroco di due parrocchie non è semplice. Tuttavia non è una condizione straordinaria anche perché, vista la penuria di vocazioni sacerdotali, nella nostra Diocesi in tanti si trovano a dover seguire due o più parrocchie. Ti svegli con la consapevolezza, e il peso direi anche, che tutto ciò che farai dovrai farlo (o dovresti farlo) rispondendo a ciò che sei: sacerdote, parroco, pastore, guida, amico, esempio…! Al di là dell’aspetto organizzativo, che non è poi tanto difficile data la mia ancora “giovane età”, è corrispondere a tutte le realtà delle due parrocchie che diventa impegnativo, anche perché non sempre ci si sente all’altezza. Oggi la figura del sacerdote sta cambiando, non solo nel modo in cui viene concepita nel mondo ecclesiale, ma anche in merito alla concezione che ne hanno le persone. Il clima di incertezza in cui viviamo ti costringe a non rimanere schiavo di schemi prefissati o preconcetti riguardo al ruolo del parroco. E per non rischiare di essere disincarnato sei continuamente sollecitato a confrontarti con la realtà, anche in circostanze imprevedibili come quella che stiamo vivendo, dovendone comprendere i mutamenti per dare una risposta adeguata. Due parrocchie ti prendono tanto. Il tempo non basta mai e a volte devi essere disponibile verso i propri parrocchiani anche in orari “inconsueti”. La giornata a volte si fa lunghissima a causa degli impegni. Ma, per adesso almeno, quando la sera rientro alla misura della stanchezza corrisponde una misura maggiore di soddisfazione!

Essere Prete, Sacerdote, cosa significa per Lei?

Bella domanda! Quando ero seminarista avevo un’idea dell’essere prete che poi nel tempo è necessariamente cambiata, o comunque arricchita di altri elementi, anche in virtù dell’esperienza fatta nel mio cammino. Il modello di sacerdote che avevo era tutto orientato al prete incaricato alla “cura animarum” (N.d.R., cura delle anime) cioè di una persona che riceve l'incarico di garantire e curare quel gregge che le è affidato, sull'esempio e sotto l'autorità di Cristo pastore, e dentro la comunione della Chiesa. Oggi, seppur rimane questo aspetto fondamentale, l’aspetto pastorale legato al sacerdozio, cioè l’espressione del ministero nell’azione concreta quotidiana, mi ha portato a comprendere il mio essere prete entro un cammino di maturazione umana e in una dinamica di fede che ha come scopo diventare testimone di quel Cristo che mi sforzo quotidianamente di annunciare. Cammino in cui la dimensione relazionale è un elemento fondamentale e in esso è esaltata e si esprime su tre dimensioni: Dio, Chiesa e famiglia umana. Mi rendo conto sempre di più che il Sacerdote è chiamato ad essere il luogo e lo strumento attraverso cui si trasmette oggi l'esperienza con Gesù Cristo risorto, attraverso la testimonianza (seppur spesso fallace) per generare e nutrire la fede delle persone “affidategli”.

Lei è anche un bravissimo comunicatore, scrittore e attore. Proprio in quest'ultima veste lo abbiamo visto diverse volte recitare in teatro; ebbene, quanto è appassionato al teatro e cos'è per Lei l'arte di recitare?

Ricordo una definizione di “comunicazione” che ho letto tempo fa: “La comunicazione è una delle cose più complesse, contraddittorie, indispensabili, inevitabili, desiderate, temute, degli esseri umani”. La comunicazione gioca un ruolo fondamentale nella mia vita sacerdotale. D’altronde il senso dell’annunciare il Vangelo sta proprio qua. Rendere accessibile attraverso una comunicazione efficace la propria esperienza di Cristo, perché gli altri si innamorino dello stesso Amore!

Il teatro mi appassiona molto, tant’è che in questo tempo di restrizioni mi mancano tanto le prove, interrotte per ovvie ragioni, e il lavoro con i ragazzi della compagnia teatrale.

In fondo comunicare significa anche “condividere” e nel teatro si cresce in una sorta di “generosità di condivisione”.

Non ti nascondo che il teatro, soprattutto in questi ultimi anni, mi ha aiutato molto in questo aspetto del mio ministero. L’attore bravo, secondo me, non è colui che sa fingere bene, ma chi rende vero in sé stesso il sentimento del personaggio che si trova a rappresentare. Per questo il teatro non è finzione ma rappresentazione di una realtà altra. Lo sforzo di immedesimarmi nei vari personaggi rendendo mie le emozioni degli stessi, mi ha aiutato a sentirmi sempre più coinvolto nel vissuto delle persone che incontro ogni giorno. Un conto è immaginare uno stato d’animo, altro è viverlo dentro. Di certo ti aiuta a capire meglio le esperienze delle persone.

Per quanto riguarda la scrittura, in realtà, a volte, non faccio altro che mettere per iscritto in forma se si può dire poetica, sentimenti personali o sensazioni suscitate dalla realtà che mi circonda. Per questo non penso di poter essere definito uno scrittore.

In giugno Lei ha festeggiato il decimo anniversario di sacerdozio, in un post il Sindaco di Capaccio Paestum, Franco Alfieri, tra l'altro presente alla cerimonia, si è così espresso: Don Pino è un Pastore capace e dinamico, ma soprattutto un vero animatore di comunità. Ebbene queste capacità, condivise da tutta la comunità delle Sue parrocchie, le sono innate o le ha acquisite durante il seminario?

Si! Dieci anni. Pochi in realtà, ma vissuti con intensità. Io non credevo di suscitare tali impressioni nelle persone che incontro, anche perché vivo con spontaneità tutto ciò che faccio e in modo passionale. Cioè, nel momento in cui riconosco un bene da perseguire, ci metto tutto me stesso senza centellinare energie e idee. Credo che, se queste sono doti reali, appartengano al mio modo di essere ed espressione anche del mio cammino esperienziale anche prima del mio cammino vocazionale. Non esistono “corsi” in seminario che ti formino a questo.

Ci può ricordare alcune Sue iniziative intraprese nel contesto parrocchiale e quale di queste è stata per lei la più significativa?

Negli anni da parroco ho proposto e realizzato diverse iniziative. Alcune in modo progettuale, nel senso che sono tutt’ora in corso d’opera, e si stanno rivelando efficaci mezzi pastorali, come la Compagnia teatrale parrocchiale “Per Gioco”, che conta circa 30 elementi, tra giovani e adulti.

L’ultima, di carattere più spirituale e devozionale, è l’arrivo delle spoglie di Santa Maria Goretti a Gromola, parrocchia dedicata a questa “piccola grande Santa”.

Lo scopo di quest’ultima non è solo di carattere devozionale ma, in un tempo come quello che stiamo vivendo, scevro di modelli “buoni” di umanità e in cui la violenza e la volgarità sembrano fare da padrone, si è voluto offrire un esempio importante soprattutto ai giovani e ai bambini.

In poche parole abbiamo voluto mostrare che si può essere felici esprimendo il bene, amandolo e diffondendolo anche in gesti estremi d’amore. E che la vita è un miracolo e un bene assoluto che non dipende dal “valore delle scarpe che portiamo”.

A un mondo giovanile che vive nell’ansia di correre dietro alla “moda” per sentirsi accettati, mostriamo che è meglio essere l’Originale di se stessi che la brutta copia di qualcuno!

La moda non è originalità ma il contrario. L’annullamento della diversità, vera ricchezza dell’umanità, a favore di una produzione in serie di bambocci, corrispondenti all’dea dell’intelligente di turno! Perdona la durezza di queste parole, ma ciò mi appassiona tanto.

Come ha vissuto il periodo di restrizione al Covid-19 e come si è organizzato per le celebrazioni delle messe alle quali i fedeli non potevano assistere di persona?

È stato, e per molti versi ancora è, un tempo molto difficile. La chiusura imposta per la sicurezza sanitaria di tutti, ha costretto tuti noi sacerdoti a ripensare le modalità di annuncio e la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni. Come tutti ho da subito utilizzato le risorse web per trasmettere le celebrazioni e per rimanere in contatto con i fedeli, aiutandoli a vivere alla luce della fede un tempo “strano” caratterizzato dalla “mancanza”.

Oltre alla celebrazione della S. Messa, ogni sera trasmettevo in diretta degli incontri di lectio divina via web. Momenti molto partecipati dai parrocchiani e non solo.

Lo scopo non era solo di non far mancare momenti di preghiera alle persone, anche perché la rete e le televisioni erano piene di S. Messe (anche il Papa trasmetteva ogni mattina) e altre proposte di preghiera. Ciò che a me interessava era di rendermi presente, nonostante il distanziamento, nella quotidianità delle persone per far capire che c’ero, ero con loro e con loro vivevo le stesse paure e le stesse “mancanze”. Amare è questo: esserci! Nelle gioie e nelle sofferenze degli altri.

Oltre a questo, nel tempo del lockdown, con le parrocchie di Ponte Barizzo e Gromola, ci siamo attivati a dare assistenza concreta alle famiglie in gravi necessità, dovute alla crisi legata all’emergenza Covid.

Glicerio Taurisano


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