Ufficio Stampa AIDR

Schiavi digitali

Alessandro Capezzuoli funzionario ISTAT e responsabile osservatorio dati professioni e competenze Aidr.

Comunicati stampa
Cilento lunedì 22 novembre 2021
di La Redazione
Schiavi digitali
Schiavi digitali © Unico

I grandi cambiamenti, nella storia dell’umanità, hanno causato spesso  enormi discriminazioni e hanno creato fratture profonde tra coloro i  quali erano pro e colori i quali erano contro. Basti pensare  all’invenzione della carta e agli innumerevoli detrattori a favore del  papiro, che, pur di non cedere alla novità, hanno rallentato di molti  anni il processo di trasformazione, paventando pericoli inesistenti e  iatture di ogni tipo nei confronti degli utilizzatori del nuovo. In  generale, il progresso tende a creare una divisione netta tra i  beneficiari dei suoi lati positivi e chi ne subisce le conseguenze  negative. Il benessere di una parte della popolazione è sempre  compensato dallo sfruttamento di chi, per contribuire al suddetto  benessere (altrui), è costretto a subire varie forme di schiavitù,  diverse nella forma ma uguali nella sostanza. Poiché l’egoismo è tra  gli sport sport preferiti dagli esseri umani, lo sfruttamento del  lavoro altrui, la sottomissione e le vessazioni degli individui  vengono spesso tollerati (anche se sarebbe più corretto scrivere  “ignorati”), quando c’è di mezzo un certo status quo da mantenere. Al  centro di numerosi egoismi ci sono loro, le cose. E le cose, oggi,  sono legate indissolubilmente ai servizi, un po’ come è legato il WC  allo sciacquone.


La domanda da porsi, per capire meglio il modello di società che  stiamo costruendo, è: “A cosa servono le cose, oggi?”. Domanda  insidiosa, che si presta a milioni di risposte diverse, a cui proverò  a rispondere, tentando di superare i pregiudizi rispetto al  consumismo, che mi porterebbero a scrivere di getto “per raggiungere,  attraverso il consumo, una felicità illusoria che dura il tempo di un  prelievo al bancomat”. Le cose, in una società globalizzata e  capitalista, non sono più associate ai fini pratici, al loro utilizzo,  ma servono a dare un senso all’esistenza, a colmare vuoti, a creare  appartenenza a gruppi elitari, a riempire di superficialità le  insoddisfazioni e, perché no, le profonde carenze culturali in cui  siamo sprofondati. Siamo continuamente alle prese con una bulimia da  acquisto compulsivo che serve evidentemente a colmare una qualche  mancanza. Non importa quale sia l’oggetto, non importa se serva e a  cosa serva: l’importante è averlo. L’idea di “nuovo”, secondo me,  serve per dare una infinitesima spinta vitale a vite sempre più spente   Non è sempre stato così, ovviamente, e per accorgersene basta  guardare la vita condotta negli anni ‘70, quando gli oggetti erano  fatti per durare come i progetti di vita. Non c’è nessun richiamo  nostalgico in questa osservazione, si tratta di una considerazione che  induce a riflettere sul ruolo delle cose nel progetto di vita  dell’uomo moderno, sul legame oggetto-progetto. Diciamo che,  richiamando alla memoria il buon Heidegger, gli esseri umani si  distinguono dagli animali per un aspetto essenziale: la consapevolezza  dell’essere attraverso l’esistenza. E l’esistenza è costituita dalle  infinite possibilità di esserci, a cui ognuno dà forma attraverso un  progetto di sé stesso.

Sì, lo so, il concetto è un po’ difficile e anch’io mi sono dovuto  rileggere due volte per capirmi meglio… In ogni caso, le cose, gli  oggetti, più che un valore intrinseco, hanno il valore che gli viene  attribuito dagli individui rispetto al proprio progetto esistenziale.  Così, per qualcuno l’auto può essere un semplice mezzo di trasporto,  per qualcun altro un simbolo da esibire per dimostrare il proprio  status e per altri, i piloti, una componente fondamentale  dell’esistenza. La digitalizzazione, seppur in un primo momento, con  l’avvento dei primi telefoni cellulari, è stata anche sinonimo di  status, adesso è diventata qualcos’altro. La digitalizzazione è  essenziale per i progetti esistenziali. Lo smartphone  è diventato una  presenza imprescindibile, un  surrogato della vita, un oggetto che sta  sostituendo il progetto individuale heideggeriano: l’esserci,  l’esistenza. La vita di un numero consistente di persone viene  scandita dai ritmi digitali, che hanno creato un precedente  probabilmente unico nella storia: gli oppressori sono diventati anche  schiavi di loro stessi.
Ma andiamo avanti per gradi…

Pur essendo un sostenitore della digitalizzazione, e conoscendone bene  le potenzialità (che ho ampiamente descritto in altri articoli), credo  di averne sottovalutato le insidie: conoscerle, può aiutare a fare  scelte più consapevoli. In pochi anni siamo passati da una socialità  reale a una socialità virtuale, da un consumo reale, caratterizzato da  un rapporto “fisico” con gli oggetti, a un consumo virtuale dalle  possibilità illimitate. Rapporti umani e consumo sono diventati forme  di schiavitù che coinvolgono contemporaneamente gli sfruttatori e gli  sfruttati. E i dispositivi. ovviamente. La colpa, se di colpa si può  parlare, è da attribuire non alla digitalizzazione ma alla sua  applicazione, che ha accentuato i lati peggiori degli esseri umani: il  profitto incontrollato delle numerose industrie (tech, artistiche,  farmaceutiche) e il bisogno del superfluo amplificato dalla velocità  con cui si propagano le informazioni, i messaggi e le azioni  incontrollate, che prevalgono spesso sulle facoltà cognitive e  riflessive. Così, mentre alcune sparute minoranze fuggono dalle grandi  città per scandire la propria vita al ritmo della lentezza, la vita  digitale viene scandita dalla velocità e dal bisogno. Basta un clic  per dar seguito a un acquisto, non serve più neanche inserire la carta  di credito. E  la velocità con cui si acquista un prodotto, per i  venditori e per gli acquirenti, deve trasformarsi automaticamente in  una consegna immediata. La velocità “virtuale” con cui viaggiano le  informazioni nella rete ha indotto nelle persone un inconscio  desiderio di velocità “reale” insostenibile per chi si trova a dover  soddisfare un delirio simile: i lavoratori. Fattorini, magazzinieri e  spedizionieri sono diventati i nuovi schiavi, costretti a ritmi  insostenibili, a pause programmate, anche per andare in bagno, a  contratti precari, a rischi di ogni genere e a salari inadeguati.

Se è vero che queste discriminazioni sono sempre avvenute è anche vero  che, dal mio punto di vista, una golosa cena all you can eat può anche  essere consumata al ristorante, evitando che il viziato digitale si  avvalga del fattorino che effettua le consegne pedalando sotto la  pioggia. Questo tipo di schiavitù, poco attinente alla  digitalizzazione, può essere fronteggiato, ammesso che si possa  ragionare con le “industrie” del consumo, garantendo e pretendendo  maggiori diritti per i lavoratori e condizioni di lavoro umane,  affinché gli sfruttati siano un po’ meno sfruttati. Sono cambiati i  mezzi, ma le modalità di sfruttamento sono rimaste le stesse: il  benessere acquisito da pochi viene difficilmente spartito con gli  altri. La forma di schiavitù ben più pericolosa della precedente,  però, riguarda le distorsioni indotte dall’abuso degli strumenti  digitali. È più pericolosa perché è l’espressione di un bisogno  patologico di “esserci”, nel senso heideggeriano, senza esserci. È  l’espressione di un progetto di esistenza sbiadito, mascherato,  nascosto dietro un filtro che può essere una piattaforma di  e-commerce, un sito pornografico, un social network o un sistema di  messaggistica. È l’espressione di una voglia di protagonismo lontano  dal palcoscenico, dietro le quinte. Perché per essere protagonisti è  necessario esporsi, e gli strumenti digitali virtualizzano la  presenza, la fisicità, le possibilità. È l’espressione del desiderio  di controllo sugli altri, dell’alienazione, dello svilimento del  pensiero critico a favore del pensiero veloce, quello del relativismo  che ha trasformato la cultura in opinioni. Questa forma di schiavitù  merita una vera e propria rivoluzione perché ha trasformato le  possibilità degli individui in qualcosa di estremamente fragile e  superficiale. E rende tutti tremendamente soli.

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