Tutti i paesi del vasto Parco del Cilento sono osservati, scrutati, meditati, inseriti nell’intimo più profondo della coscienza d’artista per diventare parte integrante di un nuovo vivere felice.

Dalla memoria all’utopia

Luogo di preghiera e meditazioni, la Certosa di Padula per Ugo Marano si fece progetto sognato per la città felice.

Cultura
Cilento giovedì 22 aprile 2021
di Vito Pinto
Ugo Marano
Ugo Marano © web

Il luogo di secolari preghiere e lavori, dei giorni e delle opere, divenuto arte nel fluire del tempo e all’ombra della rigida regola voluta da San Brunone, la Certosa di Padula già cenobio di spiritualità, “esplode” in un immaginario, utopico, rivoluzionario progetto del compianto Ugo Marano alla continua ricerca della fabbrica felice, lì dove “fabbrica” sta per opere quotidiane capaci di dare felicità all’uomo. D’altra parte la vita che si conduce nella Chartreuse è quanto di più eversivo si possa immaginare: è la rivoluzione dell’incamminarsi verso l’origine, è la scelta radicale di restare ai margini, dove si accoglie senza essere accolti, dove sta il confine tra visibile e invisibile, e il tempo perde il suo senso. Per un certosino il tempo non esiste, il suo passaggio su questa terra si semplifica in «Separati da tutti, siamo uniti a tutti, per stare a nome di tutti al cospetto del Dio vivente».

Così “l’idea si mostra in mille frammenti – sottolineava Pasquale Persico nella presentazione del volume, riprodotto in uniche cinque copie dattiloscritte, per una improbabile città degli uomini – che ricomposti nel libro diventano un trattato di ecologia dell’arte come tecnologia per costruire città”.

La “Certosa esplosa”, disegni e testi messi in sequenza logica per un illusorio divenire delle città, lancia mille frammenti del suo essere luogo di vita autentica sul vasto territorio del Parco del Cilento, per farsi mille città, comprensive di quella dimensione che già era stata padrona di antichi silenzi, conformi alla regola dell’Ordo cartusiensis. Dall’esplosione ideale eppure così umana germinano mille itinerari, mille progetti per il futuro, da vivere, così che l’uomo non abbia più paura. Riprende la transumanza delle idee e il pastore trova ristoro nella Casa Ateneo, ricovero del sapere millenario. Una nuova identità viene calata su ambienti urbani e luoghi del sapere ecologico: La Valle delle Orchidee, la Casa del Filosofo – ceramista solitario, la Casa del Saggio, La Fontana quando Piove, la Casa del Miliardario triste, La Casa del pastore, la Piazza dei Flauti danno identità nuova a luoghi noti: ecco la nuova città del parco, nata dai mille frammenti di una Certosa esplosa.

Come antichi apostoli per un nuovo pensiero di felicità per gli uomini, partono i 24 certosini verso itinerari del grande parco-patrimonio dell’umanità al fine di piantare un loro frammento germogliante di nuove sapienze: Certosino Pasquale poeta dello sviluppo felice, certosino padrone di incertezze, urlatore di mondo nuovo, di erbe in tempesta; e ancora certosino delle divine vanità, scienziato della buona terra, di Montagne d’argilla benedetta, del buongiorno in tempesta, certosino dio degli animali, certosino maestro dei 99 errori.

Racconta Marano le possibili, difficili, quasi improbabili trasformazioni del territorio, che cominciano dall’intimo, da quel certosino che è dentro ogni abitante del Parco, mentre stancamente si ricerca un riscatto dal circostante.

“Poche persone al mondo posseggono due paesi – cogita e scrive Marano – ed hanno l’opportunità di vivere una città gemella come museo... qui non esiste il degrado ma l’abbandono, un secolo non vissuto, non vi sono brutture, questo paese è luogo poetico abitato da erbe, fiori, animali, spiriti urbani, qui le cose degli uomini sono traslate in un museo del tempo, il sudore è scomparso, c’è solo il profumo di vino e olio... una donna invecchia con esso”. E la mente del lettore corre al tempo senza tempo del monaco raccolto nella bianca tonaca, al vino dell’Ultima cena, all’olio delle unzioni divine: ultima spiaggia, con buona o cattiva volontà, di chi crede e di chi non crede.

Scorrono i luoghi della memoria e come Roscigno vecchia, vi è Novi Velia, città degli incontri rotondi, centro di una immaginaria Tebaide italo-greca - Camerota, città che guarda lontano all’ombra del suo mito - Futani, dalle fantasie odorose dell’arabo Gelbison ricco di sorgenti. Tutti i paesi del vasto Parco Naturale del Cilento-Vallo di Diano-Alburni, patrimonio mondiale dell’Umanità, sono osservati, scrutati, meditati, inseriti nell’intimo più profondo della coscienza d’artista per diventare parte integrante, ma anche progettuale utopia di un nuovo vivere felice dell’uomo contadino, pastore, artigiano, manovale, nella grande officina della quotidianità. Ed è la città infinita.

Dalla “Certosa esplosa”, progetto irrealizzabile e irrealizzato cui però è bello pensare, Ugo Marano voleva che partisse l’idea della evoluzione, intesa come innovazione urbana, sociale, ambientale, per costruire “la casa di Pitagora come architettura visionaria, una chiesa a cielo aperto e pavimentazione a prato, una fornace per vasi spirituali, una casa del poeta ed altre opere come ricerca della gioia e amore per la natura e per l’arte del vivere.”

Ecco il Giardino, silenzioso, dei nuovi, antichi Certosini.

Vito Pinto

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