Le Tabulae sono l’esempio del passaggio dall’ultimo latino al primo volgare, ma sono anche la nascita della società moderna con le sue esigenze.

Le tavole amalfitane

«Forse ad Amalfi le vele cortesi della Repubblica, “tavole” di paziente e antica civiltà, battono ancora visibili-invisibili nelle ore di vento del piccolo porto» (S. Quasimodo - “Elogio di Amalfi”).

Cultura
Cilento lunedì 09 novembre 2020
di Vito Pinto
Amalfi: Portolano
Amalfi: Portolano © Unico

Se può essere difficile parlare di Amalfi perché si è già scritto tanto, e forse tutto, può essere nel contempo facile se solo si osserva quanto, tra dedali di vicoli e avvolgenti scalinate, si conserva di mito, leggenda storia e storie di mare e di terra, amore e amori, intrighi politici, scaltrezza, sagacia, intelligenza di dominare con il commercio più che con le armi, di imporsi come faro tra le barbarie del medioevo. “Domina il mare e sarai ricca; serbati libera e diventerai grande” dice una leggenda riferita alla ninfa Amalfia.

Ecco come Amalfi viene descritta in un manoscritto della seconda metà del Cinquecento: “Una donna bella vestita riccamente di Broccato assettata ad una Seggia con un Leone in grembo et una palla seu un mondo in mano significando Amalfe essere bella e forte di sito e di gente, et in pede d’essa un verso quale diceva in questo modo Prima dedit nautis usus magnetis Amalphis denotando la Franchitia che hanno li Amalfitani per tutto il Mondo navigando”.

Si guarda questa città così racccolta “tra il segno preciso della roccia e quello duttile e mutevole dell’acqua” come ebbe a scrivere Domenico Rea, e si scoprono agili campanili tra il verde dei macèri, case bianche ad archi, strette insieme come a volersi ancora difendere dagli attacchi di Saraceni e, accanto alle vie dell’acqua, antichi opifici dove si produce, ancora oggi, quella soffice carta a mano chiamata “bambagina”. E quando il sole scivola dietro Capo di Conca ed i limoni su per i macèri e lo smeraldo luccichio del mare perdono la loro solarità, allora uno dei quattro armi delle Antiche Repubbliche Marinare, al limitar del porto e di fronte all’anfiteatro della città, alzerà al cielo i suoi otto remi in segno di vittoria, dopo l’affanno della regata che vede insieme, sul mare delle sirene, Amalfi, Genova, Pisa e Venezia in una rievocazione di antichi fasti marinari.

Era il 10 dicembre 1966 quando nella sala comunale “Domenico Morelli” di Palazzo S. Benedetto della piccola e prima tra tutte città marinara del Sud, i quattro sindaci di allora siglavano l’atto costitutivo dell’Ente Regata delle quattro antiche Repubbliche Marinare. Il progetto era nato per volontà dell’allora sindaco di Amalfi, Francesco Amodio, che trovò immediata, entusiastica adesione in quello di Pisa, Mirro Chiaverini. L’anno successivo, il 9 giugno 1956, sulla “Riva dei Giardini reali” di Venezia, venivano varati i quattro galeoni sotto la benedizione dell’allora Patriarca Angelo Roncalli, futuro Papa e Santo Giovanni XXIII.

Una manifestazione nata non con l’intento di festeggiare vittorie sui saraceni o fondazioni di nuovi fondachi in oltremare, né per accogliere un console o un navarco vincitore, bensì solo per rievocare fasti e rinverdire la memoria storica di quattro città nel contempo alleate e nemiche.

Una cosa, però, distingue Amalfi dalle altre città e non certo per essere stata la prima a far solcare i mari dalle sue navi con il cavallo alato a polena e la bandiera con la croce “irsuta d’otto punte”, come definita dal vate Gabriele D’Annunzio, né per aver dato i natali a fra Gerardo Sasso, fondatore dell’Ordine Ospedaliero dei Cavalieri di San Giovanni in Gerusalemme, divenuto poi Sovrano Militare Ordine di Malta, né tantomeno per essere la patria di Flavio Gioia, inventore (o perfezionatore) della bussola. La gloria perenne di questa città di mare è nel conservare le sacre spoglie dell’Apostolo Andrea, fondatore della Chiesa di Costantinopoli, e nei Capitula et ordinationes Curiae Maritimae Nobilis Civitatis Amalphae, quae in vulgari sermone dicuntur la Tabula de Amalpha (Capitoli e ordinamenti della Curia Marittima della nobile città di Amalfi, che in lingua volgare vengono chiamati la Tavola di Amalfi), così come riportato nel manoscritto in possesso del Doge veneziano Marco Foscarini, di cui si impossessò l’Austria nel 1797. Successivamente, dopo una lunga trattativa diplomatica e previo versamento di ottomila scellini all’Austria, nel 1929 l’Italia riottenne quel manoscritto oggi gelosamente conservato presso il Comune di Amalfi.

Quanto fossero importanti quelle norme per la navigazione degli amalfitani, e di quanti commerciavano con Amalfi, va detto che esse erano appese avanti al Palazzo di Governo della Repubblica marinara, perché tutti ne potessero avere conoscenza.

Ma perché l’esigenza di quelle norme? Gli amalfitani erano viaggiatori, navigatori e incontravano in ogni dove uomini regolati da leggi non scritte della civiltà barbarica, dell’anarchia medioevale. Ovunque vi era l’accavallamento dei domini e delle invasioni, in Irpinia dominavano le ribollenti signorie longobarde, in Puglia vi erano le Capitanie bizantine, e all’orizzonte già si profilavano gli ultimi domini normanni conquistati a taglio di spada. “L’Europa era ancora tutta un grande accampamento di barbari” scriveva Giovanni Ansaldo ricordando questa piccola Repubblica Marinara. I capi delle nuove nazioni erano appena discesi da cavallo e piantato la lancia lì dove i loro discendenti avrebbero costruito Versailles e Vienna. Nel nord Europa vigevano ancora le leggi visigote e burgondiche, ogni ansa del Reno era presidiata dal castello del signore-predone dei passanti. Sui fiumi francesi le regole erano ancora quelle dei “Franchi capelluti”.

In tutto questo gli amalfitani navigatori capirono quanto fosse importante avere un codice certo. Così diedero incarico ai loro scribi di fissare con rigorosa cura, secondo logica e consuetudine i rapporti giuridici circa le navi che viaggiavano ad usum de Riviera civitatis. Lì dove l’albinaggio era una prerogativa regale, gli amalfitana stabilivano con cura il salario del marinaio; quando i grandi sovrani d’Europa siglavano i trattati di pace e tracciavano confini territoriali con grandi segni di croce, avendo difficoltà anche a scrivere i caratteri del loro nome, gli uomini di Amalfi si facevano contrassegnare dai loro balivi le copie autentiche delle loro Tabulae per portarle con le navi nei porti, nei fondaci del Mediterraneo. Applicarle, da parte delle varie genti di mare, fu una testimonianza di civiltà e di buon ordine.

Le Tabulae sono l’esempio del passaggio dall’ultimo latino al primo volgare, ma sono anche la nascita della società moderna con le sue esigenze di libertà individuali, la libera contrattazione, la tendenza all’espansione capitalistica, la concezione del diritto scritto, certo e preciso.

Nel libro degli ospiti del prestigioso Hotel Cappuccini, Andrew Carnegie. industriale filantropo scozzese naturalizzato negli Stati Uniti, nel 1894 scriveva: “Vi è una sola ragione perché Amalfi non possa chiamarsi prima: essa sta da sé, sola, inarrivabile”.

Vito Pinto

Lascia il tuo commento
commenti