Fu Atrani, guardata da Ravello, osservatorio privilegiato posto in alto e aperto sull’infinito, a fornire a Maurits Cornelis Escher lo spunto per quei suoi intrecci squadrati a filo di china.

Il rifugio dalla storia

Negli anni tra le due grandi guerre la Costiera Amalfitana, da Vietri a Positano, accolse artisti in fuga dai grandi totalitarismi del ‘900.

Cultura
Cilento martedì 17 novembre 2020
di Vito Pinto
Positano, anni '30
Positano, anni '30 © Unico

Era il 1917, l’anno della Rivoluzione d’Ottobre in Russia, quando a Positano giunse Pablo Picasso, al seguito dei famosi Balletti Russi di Sergej Djagilev. Portato in questa compagnia dal suo amico Jean Cocteau, Picasso stava lavorando ai costumi e scenografie dello spettacolo “Parade”, del quale coreografo e primo ballerino era Leonid Mjasin, con il quale l’artista spagnolo instaurò subito una intensa amicizia, tanto che, rapito da quella figura giovane ed esile, tesa alle movenze della danza, emaciata e dal volto intensamente pensoso, realizzò il suo “Arlecchino” nell’autunno del 1917, ritraendo l’amico Mjasin. Con loro arrivò tutta una schiera di artisti, musicisti e scrittori quali Mikhail Nikolaevic Semënov, che comprò a Positano il mulino Arienzo, Igor Stravinskij, Vaclav Nižinskij, Léon Bakst, Mikhail Larionov, Jean Cocteau, Erik Satie, Filippo Tommaso Marinetti, Ferdinando Depero: e fu subito un’altra epoca e un’altra storia. Ospite alla pentagonale Torre di Gilbert Clavel, Picasso conobbe intimamente la futura prima moglie Olga Chochlova, ballerina russa di origini ucraine, a quel tempo compagna di Pietro Barocchi, manager italiano di Sergej Djaghilev.

Scioccato dagli interminabili sali-scendi di Positano, Djaghilev la definì “una città verticale”, mentre Picasso, con ben altra osservazione artistica e in modo più appropriato, la etichettò “città cubista”. Alcuni anni dopo, infatti, Kurt Craemer, raffinato pittore tedesco stabilitosi a Positano, scrisse: «Creare cubista non è così facile come sembra. Eppure si andava a Positano e si veniva esentati da ogni problematica: si poteva ottenere un risultato cubista ritraendo fedelmente la natura». Costretto dall’età di 27 anni a restare su una sedia a rotelle, accompagnato solo da Nicolino, il suo grigio gatto persiano, che si accucciava sul predellino, Craemer fu pittore di grande talento, uomo colto, serio e di buon gusto, aveva una bella e accogliente casa positanese, chiara e luminosa dove si respirava un’aria di alta civiltà culturale e artistica. Dipingeva case-cubo, bianche, con inserimenti cromatici di natura circostante, ritraeva barche, pescatori dal corpo di antica sembianza ellenica, reti dal colore vinaccia, stese sulla spiaggia accanto a barche in secca o tra le mani di pescatori per il rammaglio.

Uno dei frequentatori della casa-studio di Craemer era Bruno Marquardt, prussiano di nascita, giunto nella città costiera nel 1936 seguendo una principessa russa che lo aveva incaricato di realizzare le illustrazioni per un suo libro di argomento italiano: e fu la scoperta di questo paese, dove restò sino alla morte. Il suo portamento, e il suo fare arte, Marquardt lo aveva ereditato direttamente dagli artisti del Rinascimento Italiano, per cui non era ipotizzabile una sua acquiescenza al nazismo. Aveva una casa-studio a Fornillo, accogliente, piena di luce, di tele, di ordinata confusione: era un luogo di incontro favorito.

Esule, perché mezza ebrea da parte di padre, era anche Anita Rée, pittrice di intime sensibilità; dal 1922 al 1925, fece parte di quella alquanto nutrita colonia di artisti stranieri i quali, su quest’ansa del golfo di Salerno, avevano trovato il loro rifugio dalla storia. Anita Rée fu l’autrice di quel bellissimo quadro “Teresina” nel quale riprodusse la piccola Teresa Apuzzo di Positano, che la rese famosa nel mondo: nel 1988 dal Museo di Amburgo venne una funzionaria a Positano per conoscere la modella di quel quadro così dolce e accattivante. La pittrice si suicidò il 12 dicembre 1933, a 48 anni, perché non voleva vivere in un mondo impazzito.

Tedesco, elegante e artista silenzioso, Günther Stüdemann giunse a Positano nel 1922 come pittore, trasferendosi poi a Vietri sul Mare nel 1924; fu uno dei primi stranieri a giungere nella cittadina porta della Costiera Amalfitana, facendosi ceramista e iniziando quel “racconto popolare” con una propria fabbrichetta chiamata “Fontana a Limite” dalla località costiera poco fuori Vietri dove stava. Di lui restano pregevoli esempi di pannelli religiosi sparsi sul territorio vietrese e positanese. Basti pensare al pannello di notevoli dimensioni della “Madonna Teutokos” sulla parete esterna della rocchetta sulla strada per Marina di Vietri, e ad alcune edicole votive a Positano dedicate alla Madonna bizantina.

Proveniva, invece, dalla Russia sovietica Ivan Pankratovic Zagorujko, pittore, che prese casa con affaccio su Punta Reginella a Positano. I panorami costieri che Zagorujko osservava e dipingeva gli fecero ritrovare valori intimi, artistici distrutti dalla Rivoluzione d’Ottobre bolscevica e dalla seconda guerra mondiale. Arrivò sul finire dell’estate del 1928 per un breve periodo, ma, affascinato dalla Costiera, vi rimase sino alla morte. Uomo profondamente religioso «univa l’amore divino all’amore per il mare, i monti, gli alberi, adorando totalmente la natura» che dipingeva nelle sue tele.

Di profonda religiosità fu anche Vasilij Necitailov, che legò principalmente il suo nome a due importanti tele: l’Incoronazione del quadro della Madonna Nera e il miracoloso arrivo a Positano dell’icona bizantina, inserendo nella scenografia autorità, gente comune del luogo e il pittore Manfredi Nicoletti, di cui era amico.

Anche se nato a Maiori, Manfredi Nicoletti è considerato il pittore di Cetara, per aver saputo cogliere l’identità della gente di questo paese dedita alla vita di mare, per aver dipinto le sue case in ascesa come “scogli” dei presepi napoletani del settecento e le terrazze, le barche colorate, i vicoli e le piazzette costiere, le feste patronali, uniche testimonianze di un paese odoroso di alici e culatura.

E con Nicoletti, vanno ricordati quegli altri pittori locali che furono definiti “costaioli”. Un gruppo di artisti, pittori come Antonio Ferrigno, Ulisse Caputo, Gaetano Capone, Antonio Mancini che hanno saputo rappresentare i luoghi della Divina Costiera in modo accattivante, con tutto lo splendore dei suoi tramonti, delle sue solarità mediterranee. E che hanno portato nel mondo, con le loro emigrazioni e i loro ritorni, gli angoli immaginifici della Costiera Amalfitana: non a caso furono chiamati anche i “pittori con la valigia”.

Un po’ in disparte, ma non fisicamente, era Domenico De Vanna, napoletano, che ad Atrani aprì un suo studio estivo chiamato “Il Romitaggio”, da dove iniziò una sua personale battaglia per l’arte allestendo, ogni estate, una mostra di sue tele e disegni. Estraneo ai nuovi fermenti artistici, De Vanna parlava di «babelica delle arti figurative», di rassegne artistiche controllate e dominate «da una casta chiusa di esperti in manovre organizzative e lucrative»: non si sbagliava allora, né si sarebbe sbagliato adesso. Gli atranesi andavano fieri del “professore”, innamorato del loro paese, del quale sapeva trasferire sulla tela non solo i volti delle persone ma persino i loro sentimenti.

E fu Atrani, guardata da Ravello, osservatorio privilegiato posto in alto e aperto sull’infinito, a fornire a Maurits Cornelis Escher lo spunto per quei suoi intrecci squadrati a filo di china: i maceri dove lussureggiano i limoni sfusati erano una geometria fortemente tentatrice per il maestro olandese. E poi l’osservazione di quel paese, così piccolo da poterlo racchiudere in un palmo di mano, non poteva che avere, come naturale sbocco, la “Metamorfosi”, una parola che per Escher dava vita ad esagonali alveari, api, uccelli, pesci, cubi, case di Atrani, chiesa con campanile e, infine, la torre di costa su una onirica scacchiera tuffata nel mare: grafico della Costiera Amalfitana, per la quale «seppe evocare la magia dei mondi impossibili».

Intanto a Vietri sul Mare, luogo di partenza del viaggio montuosamente marino sulla Costiera Amalfitana, svolgevano il loro lavoro d’arte ceramica artisti mittleuropei giunti nel paese costiero alla ricerca di un rifugio dalla storia. E furono Richard Dölker, Marianne Amos, Margarethe Tewalt Hannasch, Elle Dölker e Irene Kowaliska, quest’ultima vera innovatrice di una tradizione ceramica, che esprimeva le sue intime emozioni attraverso gli occhi dei suoi personaggi. Agli inizi degli anni ‘40, seguendo il compagno Armin Wegner, poeta tedesco che aveva documentato fotograficamente il genocidio degli Armeni da parte degli Ottomani, ed era stato espulso dalla Germania per aver criticato la politica antisemita di Hitler, la Kowaliska si trasferì a Positano, abitando nella “Casa dei sette venti”, dove si dedicò ai disegni su stoffa e su vetro, riportando i suoi personaggi ceramici con uguale intensità emotiva.

Restavano a Vietri gli artisti locali Giovannino Carrano, che seppe dare movimento alla staticità delle figurazioni degli artisti stranieri, Carmine Carrera, il torniante che ascoltava l’argilla su cosa volesse diventare, e Guido Gambone il quale con Andrea D’Arienzo diede vita alla favola de “La Faenzerella” una piccola bottega dove la sperimentazione, l’invenzione di forme, decori e smalti, trovò il crogiolo naturale.

Vito Pinto

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