La petizione dei poeti salverà il mondo

Lettera al futuro e ai propri sogni senza tempo

"A Paestum non c’è aria per respirare, non c’è un posto gratis su cui riposare, qui si paga tutto e ben pesato, qui si paga anche per pisciare."

Personaggi
Cilento lunedì 01 giugno 2020
di Sergio Vecchio
Cambiali d'epoca collezionate da Vecchio e manoscritto sempre di Vecchio
Cambiali d'epoca collezionate da Vecchio e manoscritto sempre di Vecchio © Unico

Un sommergibile in missione segreta naviga a stento nel pantano, è lento nel cammino ma invisibile, invia messaggi con la olivetti alle istituzioni, ma è inascoltato. Fate presto, dice il comandante, che è qui, tra poco, non rimarranno neanche le mura e i templi, hanno già tutto depredato. Ora puntano alla spiaggia, grandi alberghi, come Nizza o Riccione, un grande lungomare, tremila alloggi e altri ancora, panchine, discoteche, pub e accessori, grandi parcheggi intendono costruire. Non c’è aria per respirare, non c’è un posto gratis su cui riposare, qui si paga tutto e ben pesato, qui si paga anche per pisciare. Non si vede una bicicletta in giro, qui i bambini solo alle play-station possono giocare o digitare, qui si naviga via satellite o su internet, non vedi una barca a mare, se vedi un gabbiano tra le onde del mare è magia, le rondini, non vengono qui nemmeno se le paghi a peso d’oro. Le civette, per potere vivere in pace, hanno affittato appartamenti in nero per l’inverno (che in estate devono abbandonare per i turisti). Il sommergibile esplora la situazione che è nera, il comandante stila il rapporto e osserva il piano regolatore, l’analisi storica del progetto è una risata, non c’è tempo, occorre navigare schivando mine e trappole per topi e coccodrilli di montagna e scrivere con i poeti una petizione, allarmi, non c’è tempo da perdere, marinai a tutto gas.

Nella mia officina delle visioni, in un disordinato Bazar ordinato dalla fantasia, tra i briganti e album di disegno mi è capitato, in un’alba senza calendario, d’imbattermi su di una nave fantasma che mi ha condotto in Sicilia, tra le carte di Acireale e il vento d’Africa. Le otri di vino, gli odori dell’uva e i suoni dell’isola hanno sconvolto la mia umile metrica di pittore, la mia toponomastica e le mie cifre, i segni e le mappe della mia pittura. Ora non aspetto che di salpare sulla nave del futuro e delle emozioni e raggiungere la Sicilia della Magna Graecia e del dialetto arabo ma poi all’improvviso mi assale la paura d’incontrare nel mare le balene ferite e le sirene. Ed ho paura che il mio bestiario dorico di segni possa qui a Paestum soffrire della mia assenza. E sogno di notte, quando sono a Palermo, tra dolci melodie di ritornare nei campi di melograno e tra i miei progetti non ascoltati di pittore dell’archivio/laboratorio della stazione di Paestum. Mi smarrisco nelle ombre della mia pittura e delle scritture selvatiche e dei disegni che annoto nel diario di bordo. Non c’è pace nella mia pittura ma amore di un sogno lirico che distrugga gli incerti oroscopi del futuro, i provvisori equilibri e le sue nubi. Ogni notte mi compare un bosco, tra Paestum e la Sicilia, in cui, per magia, le belve addomesticate di Piazza Armerina giocano insieme ai gatti meticci, alle civette e ai cani bastardi del mio orto in una pittura senza scadenzario. In cui, alchimista-domatore senza compleanni, posso sperimentare felice il nero e il rosso degli inchiostri senza fatica ed errori di sorta. Palermo, luglio 2004.

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