“A volte appare come una grande scenografia con un ampio palco dove qualcuno o qualcosa (forse la quintessenza o una quinta colonna), giocando a fare il regista, pretende che gli attori recitino a soggetto”

Capaccio Paestum, la quintessenza che alimenta la disequazione politica locale

Capaccio Paestum è una città, probabilmente come tante altre, che possiede e manifesta la sua quintessenza, forse non proprio identificabile come elemento costitutivo dell’universo così come la interpreta Aristotele, e dunque...

Politica
Cilento venerdì 07 dicembre 2018
di Glicerio Taurisano
Dalla Cantina Sociale alla Val Calore srl
Dalla Cantina Sociale alla Val Calore srl © Unico

Una disequazione, in matematica, è una relazione di disuguaglianza tra due espressioni che contengono delle incognite. Una relazione, ovvero un rapporto, un’attinenza fra due forme che seppure in apparenza identiche si manifestano nella loro diversità, non appena si verifica un intervallo di valori. Ora traslando questo principio nella “scienza della politica territoriale” troviamo alcune altre affinità che potrebbe ben descrivere, certe volte, i contesti che si creano, per tramite delle azioni che anticipano e posticipano le attività elettive di una amministrazione.

Queste a loro volta si identificano nel principio dell’addizione (cercare il numero giusto di candidati che a loro volta consentono di far ottenere alla propria lista una quantità di voti); il principio della moltiplicazione (che avviene a conti fatti, ovvero tot incarichi per voti presi) e il principio della invarianza (forse il più importante in quanto dovrebbe congelare – post elezioni – programmi, obiettivi e azioni politiche, unitamente alla condivisione di questi da parte degli amministratori eletti, dunque della c.d. maggioranza). Tuttavia, se in matematica la disequazione, fra espressioni algebriche, è valida solo per alcuni valori delle incognite, in politica quest’ultime riservano sempre delle sorprendenti certezze, dovute alla instabilità delle originali configurazioni, estendendosi poi su più e diverse scelte che tendenzialmente cercano di annullarsi l’un l’altra.

Capaccio Paestum è una città, probabilmente come tante altre, che possiede e manifesta la sua quintessenza, forse non proprio identificabile come elemento costitutivo dell’universo così come la interpreta Aristotele, e dunque richiamabile per esprimere la bellezza di qualcosa, ma sicuramente esiste come forma di energia oscura, che, per quanto ipotetica sia nella fisica stessa, tanto reale appare in cert’altri contesti, specialmente politici.

Ebbene si: l’elisir del contrapporsi a tutto e a tutti non è mai mancato nelle storie politiche della città dei Templi o dei Borghi Antichi. La profumazione della discordia, dell’essere cattivi perché si pensa che gli altri siano cattivi a prescindere; del proporsi risolutori di problemi generandone altri oppure alimentando quelli già esistenti; oppure, se si vuole, eleggersi portatori di meraviglie e benessere, appellandosi alla nota e ripetitiva frase “per il bene di questa città”; sono elementi che nulla hanno a che fare neppure con la sociologia politica. Ci è davvero difficile aprire la porta che ci conduce verso quell’area educativa alla cultura della sensibilità?

Cosa occorre affinché comprendiamo che lo sviluppo della dimensione politica di una società (come universalità) e dunque apprezzandone gli effetti attraverso la modernizzazione del pensiero culturale, deve necessariamente avere interesse e altresì modificarsi nelle strutture istituzionali, e da queste a quelle sociali? Per dirla con un aforisma: l’uomo si distrugge con la politica senza princìpi; e la storia ci ricorda che la “politica scienza” il Tommaso Campanella la fabbricò componendo aforismi politici per identificarsi poi nelle azioni umane per un compito collettivo.

Capaccio Paestum a volte appare come una grande scenografia con un ampio palco dove qualcuno o qualcosa (forse la quintessenza o una quinta colonna), giocando a fare il regista, pretende che gli attori recitano seconda la sua proporzionalità e arrivismo; la sua egocentricità e velleità; la sua instancabile smania di essere protagonista assoluto. Sarà così? Francamente si spera di no, però da ciò che frequentemente si verifica (pare a scadenze programmate) fanno pensare a trame tessute con una certa puntualità organizzativa. Il richiamo qui è ancora una volta identico agli altri mille dello stesso tenore, dove un cittadino qualunque e senz’altro modesto come il sottoscritto ha più volte lanciato verso questa comunità: il bene della città lo si ottiene solo se in esso non consentiamo al male di penetrarlo. La storia di questa città, dove il contributo di uomini, donne, giovani, imprese e la stessa politica, ha più volte mostrato di essere capace di sostenersi sulla moralità, non può e non deve concedere all’anticultura di farsi spazio e soprattutto interessarsi alla distruzione di ciò che di buono esiste nella collettività e nell’uomo stesso. Ed è quest’ultimo, in quanto individuo fondamentale della società, che deve costruire e dialogare, che deve attraverso le sue azioni etiche, e sviluppare il vero senso di appartenenza al territorio. A volte crediamo che le nostre azioni più grandi e spettacolari siano la soluzione a tutto, invece sono le piccole cose, generate da ognuno, a produrre imprese colossali. Qualche secolo fa un tal filosofo e scrittore che rispondeva al nome di Diderot lasciò uno scritto che impreziosisce tutto questo e del quale ne dovremmo fare memoria: «L’ultima delle nostre azioni è l’effetto necessario di una causa unica, noi stessi; una causa molto complicata, ma unica».

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