La fontana si riconosce per il muretto che regge la neve; la parte strutturale del rifugio aperto ha i ghiaccioli che quasi toccano la neve a terra; il forno e il camino sono ricoperti di resti di bottiglie poggiati in ogni dove;

Il Cervati innevato è uno spettacolo che vale la pena andare a vedere da vicino

Il ruscello che sorge dalla sorgente tra i “due faggi” è ghiacciato.

Turismo
Cilento lunedì 11 febbraio 2019
di Bartolo Scandizzo
Il Cervati innevato è uno spettacolo che vale la pena andare a vedere da vicino
Il Cervati innevato è uno spettacolo che vale la pena andare a vedere da vicino © Unico

Erano due anni che non salivo verso il Cervati vestito di bianco. Quest’anno nell’inverno del 2019, a causa delle abbondanti e continue nevicate, non ho saputo resistere al richiamo del monte che mi ha visto bambino scorazzare a dorso di asini al seguito della mia famiglia che coltivava terre impossibili da raggiungere altrimenti.

L’ho fatto con Gabriele Conforti, falegname per lavoro e valido fotografo amatoriale, e Gina mia moglie.

Già dai primi passi sul soffice manto crea un simbiosi con l’ambiente quasi ad entrare in un’altra dimensione. La neve “asciutta” che viene compattata dagli scarponi che avanzano con passo cadenzato cede ma non si trasforma in poltiglia, anzi rende la strada percorribile agilmente.

Il monte si erge con le sue guglie rifinite di bianco sugli sbalzi rivolti al cielo e sono striate di scuro su sui contrafforti naturali che si ergono maestosi dalla vegetazione che ancora, grazie al gelo, trattiene il bianco dell’ultima nevicata.

La strada che risale verso la cima è, nel primo tratto, del tutto esposta al sole del mattino sorto alle spalle del monte “bambino”, “fratello” minore del Cervati che è il Motola.

Nonostante il termometro segna i gradi C° prossimi allo zero, non abbiamo freddo. Anzi, è piacevole fermarci a fotografare e a metterci in posa per l’amico che non si fa pregare a raccogliere “infiniti” scatti che andrà poi a selezionare dopo il suo ritorno a casa.

Il rivolo che scende dalla Festola, che già nel vallone si ingrosserà grazie ai torrenti che scendono dopo essersi formati dalle falde del monte, è il Calore, quello Salernitano. È ancora bambino quando passa sotto il ponticello ma, scrutandolo andare verso valle già sembra assumere le sembianze di un “adolescente” proiettato verso la vita.

Più su, c’è la stalla estiva di Gerardo Tommasino, amico di vecchia data, che incontriamo lungo la strada. La struttura è sommersa dalla neve e, per questo, inutilizzata d’inverno. Ancora più avanti c’è l’incrocio delle due strade che è quasi irriconoscibile perché tutti i punti di riferimento sono ricoperti del tutto dalla neve.

A questo punto siamo già dentro la faggeta che non trattiene più la neve che il sole fa smollare e cadere ai piedi degli alberi che la sostengono.

Sul ciglio della strada è facile riconoscere impronte di lupi, di cinghiali e di altri umani che stanno risalendo la montagna come noi. I cespugli e gli arbusti sempre verdi disegnano innumerevoli figure e che assumono forme di cupole, piramidi ed ogni altra sembianza che la nostra fantasia riesce a percepire dal mondo incantato nel quale si è immersi.

Siamo nei pressi della “Fontana del Caciocavallo” e metto in allerta l’amico fotografo perché, se le auto non hanno fatto molti danni, il posto è veramente da favola nordica: la fontana si riconosce per il muretto che regge la neve; la parte strutturale del rifugio aperto ha i ghiaccioli che quasi toccano la neve a terra; il forno e il camino sono ricoperti di resti di bottiglie poggiati in ogni dove; il ruscello che sorge dalla sorgente tra i “due faggi” è ghiacciato come lo è il ponticello di legno costruito per scavalcarlo …

Costeggiamo la palizzata posta a difesa dalle mucche podoliche che spadroneggiano per i pascoli dalla primavera all’autunno. Riprendiamo la strada dopo un faticoso fuori pista in salita e proseguiamo verso il monte che ormai si nasconderà alla vista fino alla chiarìa dove è situata una fontana posta a sfogo della sorgente soprastante.

Sono oltre due ore che camminiamo, la fatica di avanzare sulla neve si fa sentire, per cui si decide di riprendere la strada del ritorno facendoci guidare dalle nostre impronte.

Sulla strada incrociamo tre fuori strada costretti a fermarsi e un quod (moto a quattro ruote) che fa fatica a risalire e ad avanzare dove la neve non è stata battuta.

Il sole si nasconde dietro la nuvolaglia che, come nebbia, sta scendendo dalla cima del monte. Recuperiamo l’automobile parcheggiata proprio a ridosso della fascia da dove il freddo ha tradotto in neve le precipitazioni abbondanti di questo gennaio molto piovoso.

È incredibile come il paesaggio riesca a trasfigurarsi quando si copre di neve e, allo stesso tempo, riesca a trasmettere, a chi ha la fortuna di poterlo vivere da vicino, un messaggio di pace e sereno benessere (sempre che si è ben coperti e riparati dal freddo).

Dopo tanti anni, questo ambiente ancora sa farmi tornare “innocente”, per non dire bambino.

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