FURORE caracolla nella festa dei coltivi dalla montagna a mare con un dislivello da capogiro

FURORE caracolla nella festa dei coltivi dalla montagna a mare con un dislivello da capogiro

Furore è un paese dipinto nel vero delle rocce, delle case, dei terrazzamenti dei vigneti e dei limoneti nelle facce di sole e nei sorrisi degli abitanti, che riflettono cielo e mare

LIUCCIO GIUSEPPINO I Viaggi del Poeta
Cilento - martedì 29 gennaio 2019
Grotta Azzurra Palinuro
Grotta Azzurra Palinuro © n. c.

Questo pezzo viene pubblicato contemporaneamente da Positano News e da Unico settimanale, due giornali online che coprono quasi tutto il territorio delle due costiere l’amalfitana e la cilentana. L’esperienza va avanti con successo da circa due mesi quando i due settimanali decisero l’esaltante e coraggiosa esperienza nel seminario nazionale della stampa online tenutosi a Varese.

Furore è un paese dipinto nel vero delle rocce a carezza di mare e scalata di cielo nel bianco delle case ad arabescare il verde dei vigneti e dei limoneti, che, secondo le stagioni gonfiano umori alle pigne d’uva o espongono ciondoli d’oro sui terrazzamenti dei limoneti. È stupore quel fiordo risanato, frutto d’amore di montagna e mare.

Ci sono stato di recente per riprovare emozioni intense e riscoprire l’anima di poeta che sbrigliò la mia emotività intensa che registrai nel profondo in una notte di luna piena dell’estate di circa 20 anni fa ma soprattutto per rivedere e riabbracciare salutare insieme a lui il nuovo anno. Mi sono incantato al bianco delle case ad arabescare il verde dei vigneti e dei limoneti che espongono ciondoli d’oro nel verde del fogliame sui terrazzamenti con le iridescenze delle chiese che sfavillano al sole. Contagia sempre stupore quel fiordo risanato, frutto d’amore di montagna e mare. L’alba vi biancheggia a gola di strapiombo e la brezza increspa il pelo all’acqua verde; l’agave succhia vita alle falesie e minaccia trafitture ai ceppi di fichidindia esposti a barricate precipiti a voragine di mare. È un museo vivo, miracolo di esistere, per la estrosa intelligenza di un sindaco, Raffaele Ferraioli, determinato e fattivo, che coniuga, in feconda sinergia, originalità ed intraprendenza nella progettualità e pragmatismo ed efficienza nella realizzazione,. Me ne convinco sempre più inerpicandomi per i tornanti di una strada che mi impone una sosta nella piazzetta/sagrato di Sant’Elia, un tesoro di chiesa con quel gioiello di campanile luminoso e quel trittico di fattura mirabile. Stanno per riprendere i lavori al Furore in report, che nella prossima estate riprenderà a recitare il ruolo da primato nel settore della ricettività, in cui la vacanza di qualità. È il nuovo turismo della Divina, che arricchisce e qualifica, puntando su nuove ed esclusive nicchie di mercato, sottolinea con la vivacità dell’occhio furbo Raffaele Ferraioli mentre mi accompagna lungo la via dell’amore lungo un sentiero, all’ombra degli ulivi profumato di macchia mediterranea che minaccia il volo ardito nell’abisso dirupante della Praia dell’Africana con il canto contagioso di eternità della bella

bellezza della poesia. Ed il racconto contagiosa di estrosa creatività continua in un lungo viaggio in cui riecheggia sulle ali della brezza e si materializza su di un petto di collina ubertosa e ridente al trionfo del sole ad uno degli ultimi tornanti di quell’arditezza di strada Siamo nella contrada Meco, un monaco estroso e un po’ bizzarro, che fu a capo di una organizzazione, a mezza strada tra setta e chiesa, i cui componenti buontemponi e goderecci, predicavano e praticavano, senza ritegno Il tactus ed il contactus sulla spinta dell’insana passione dei sensi furor. Di qui il toponimo della contrada, FURORE, che caracolla nella festa dei coltivi dalla montagna a mare con un dislivello da capogiro. Il racconto continua sul terrazzo di “Bacco”, tolda di nave prona al varo nel delirio di luce tra cielo e mare in un anfiteatro di costa, che dalla Punta della Campanella e, passando per i Galli e, via via, per Amalfi, Capodorso, Salerno e fin laggiù alla piana di Paestum e Punta Licosa, chiude con Palinuro l’avvincente saga di miti e leggende, la straordinaria epopea di storia, la perenne esposizione a cielo aperto di un inesauribile museo di arte e natura, che si materializzata in una passeggiata ancora in fieri, ma a alle ultime rifiniture di una carrellata di citazioni nel blu delicato ma inteso che spicca nel bianco accecante dei muri sostenuti da colonne di o meno grandi della letteratura meno della letteratura in cui compare più volte anche il mio nome, accanto a quello di miei Maestri Gatto e Quasimodo, il che mi ha strappato qualche scheggia di delirio di orgoglio e mi commuove. E l’ultima follia, oltre che inimmaginabile sorpresa del creativo e generoso amico. Mi si materializza così un pezzo di paradiso portato qui dalle ali degli angeli. Consumiamo l’intero pomeriggio fino all’imbrunire tra n fra apologhi legati a Mecco, con, tra l’altro, la convincente teoria d dell’uomo allodola, che va a letto all’che va a letto all’imbrunire e si sveglia all’alba, pronto alla fatica e l’uomo gufo, che dorme di giorno e gode, vitaiuolo e scintillante di notte, una sorta di Meco. Ma c’è ancora una bottiglia di “fiord’uva di Marisa Cuomo, che è gloria di questa terra e che da anni batte tutti i primati dell’enologia di qualità, con il tocco finale del digestivo delle janare”, streghe baccanti, assunte a simbolo di devote del monaco Meco e del dio Bacco, che, che ha fornito il nome al Ristorante. Come dire di NO? È la bevanda giusta per la discussione appassionata con l’attualità della politica. Ed il tema si sposta sul dramma dei migranti del e nel Mediterraneo. La costa di Amalfi e conseguentem0ente Furore sono assunti a simbolo di mediterraneo un continente liquido come contaminazione mhltietnica a miracolo di meticciato culturale e l’uomo della costa estato e ressa da sempre marinaio di montagna e contadino di mare come ho avuto modo di scrivere più volte come una bella ed efficace metafora. Proprio per questo IL MEDITERRANEO E’ STATO, E’ E RESTA MARE DELLE PARTENZE E DEGLI APPRODI, almeno per me.

Partì Enea e sulla rotta tracciata dagli dei cercò in approdi tormentati una patria nova/antica e fondò un regno che, innervato sul passato si proiettò nel futuro, nel segno della pietas e della tolleranza.

Partirono i nostri Padri Greci e sperimentarono nuove rotte sui mari e con il loro prezioso pantheon di dei ed eroi ed approdarono sulle coste della Sicilia e della Calabria ed edificarono città fiorenti e templi maestosi tempi maestosi e vi depositarono le loro memorie a culti universali. E qui da noi, in Campania, riecheggiarono dall’antro di Cuma oracoli a perforazione di futuro, a Paestum consegnarono ai ecolia venire miracoli di bellezza e di armonia nell’ambra delle colonne dorichescanalate e nelle pitture s sepolcrali a viatico dell’aldilà e, a Velia regalarono agli uomini del futuro guida feconda di Pensierontico.

Partì il messaggio rivoluzionario del Biondo Nazareno, uomo/dio e gonfiò cuore anima e pensiero e diede al cammino degli apostoli per creare un regno d’amore.

Partirono i crociati sull’onda dell’impetuosa rivendicazione di potere e nel segno della croce sparsero frutti amari di violenza in nome dell’amore tradito.

Partirono i monaci basiliani ed irradiarono civiltà di lettere, fecondità di agricoltura e sapienza di artigianato e tecnica di nuove colture, la refentazione delle acque le farnaccopee,

Partirono i mercanti delle Repubbliche Marinare e Marco Polo indicò le vie della seta e delle spezie gli amalfitani tornarono con la ricchezza della carta e l’orientamento della rosa dei venti.

Partì Cristoforo Colombo e le caravelle approdarono esperte dirotte per nuovi mondi,

Partirono gli Arabi con in dono lo scrigno dei tesori di Alessandria e fiorì il meticciato della cultura andalusa e con il contributo di Averroè ed Avicenna conoscemmo la produzione di Aristotele e Platone.

Qui da noi nacque il più grande fatto di cultura dell’intero medioevo, la Scuola Medica Salernitana.

Partì l’imperialismo inglese, francese, spagnolo, portoghese ed italiano e seminò il germe del genocidio, della violenza, della sopraffazione, della guerra.

Sono queste soltanto alcune, ma significative schegge di una lunga temperie storica, che ha avuto come teatro il Mediterraneo e ne ha fatto un continente di paesi multipli in conflitto, spesso, diffidenti quasi sempre, fra loro. In questo continente vasto, variegato, multiplo per razze e culture va esercita la indagine/ricerca. Il tema è avvincente. Ne tratterò ancora. Alla prossima.

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