La cultura è un business, il turismo culturale è il nostro petrolio

LIUCCIO GIUSEPPINO I Viaggi del Poeta
Cilento - lunedì 24 giugno 2019
Paestum
Paestum © Web

Lettera aperta ad Eustachio Voza, assessore all’identità culturale di Capaccio/Paestum

Caro Assessore,

la Cultura è un business. Se ne è discusso a metà maggio in un weekend ricco di conferenze, seminari e tavole rotonde alla Fortezza da Basso a Firenze. E non poteva esserci location migliore e più prestigiosa di quella che porta la firma del grande Antonio da Sangallo. Un successo straordinario! L’iniziativa di Art&Tourism ha assunto la dimensione e l’importanza della prima grande fiera mondiale dedicata al Turismo Culturale, ed ha registrato circa 25.000 visitatori in un lungo weekend dal venerdì pomeriggio a domenica sera (18-20 maggio). Io c’ero. Ho curiosato tra gli stand, ho ascoltato operatori, ho metabolizzato il cuore di molte relazioni dei tanti esperti. Mi hanno impressionato le cifre. Con i suoi 330 milioni di viaggiatori, il turismo culturale raggiunge il 30% del fatturato globale del settore. L’Italia è la quinta al mondo nella classifica degli arrivi internazionali. Nel primo semestre 2011 il numero dei visitatori dei siti culturali ha toccato quota 20 milioni. Ed il trend è in continua crescita come testimonia il Ministero dei Beni culturali. Ma noi italiani” abbiamo ancora un’idea di cultura e turismo preindustriale e, purtroppo, abbiamo decisamente sottovalutato questo volano di crescita” come sottolinea con lucida ed allarmata analisi Pier Luigi Sacco, professore di Economia della Cultura allo Iuav di Venezia. Anzi facciamo molto di più e in peggio, purtroppo. Ignoriamo o addirittura sfregiamo le testimonianze visibili della Bellezza, commettendo, così, due delitti, uno contro la nostra storia prestigiosa e la tradizione più che nobile e l’altro contro la nostra economia, mutilandone le possibilità di investimento sui mercati. Non abbiamo capito o, comunque, non abbiamo realizzato appieno che la cultura è un business perché produce ricchezza ed attiva un processo virtuoso di occupazione con lo sviluppo tumultuoso delle nuove professioni legate all’apertura, alla gestione ed alla promozione di siti culturali, singoli monumenti pubblici o privati (chiese, conventi, rocche, castelli, dimore storiche, ecc.) musei, reperti archeologici, oasi naturalistiche, parchi urbani o specificità ambientali. Forse siamo rimasti ancorati ad un concetto superato di cultura. E, pertanto, sarebbe il caso di cominciare a riflettere che la cultura vera è quella che s’invera e s’innerva nel vissuto quotidiano, dichiara ad alta voce le sue scelte di campo, trascina e coinvolge con la forza delle idee, batte al cuore e alla testa della gente, incide e modifica la società: La cultura non è solo quella codificata e santificata nei libri, ma quella che si coglie nei monumenti grandi e piccoli dei nostri paesi e nell’architettura compatta dei centri storici, che promana dal sapere e dai saperi diffusi sul territorio. È un delitto contro la cultura non solo la scarsa cura del patrimonio librario che parla di noi e delle nostre tradizioni, l’abbandono di una chiesa o di un palazzo gentilizio, testimoni della nostra storia, la non valorizzazione di una lapide che rievoca un evento o un eroe, ma anche le ferite al patrimonio paesaggistico inflitte con leggerezza da architetti senza scrupoli, la violenza di agronomi innovatori poco rispettosi della secolare sapienza contadina, l’improvvisazione di “esperti” che pontificano con approssimazione boriosa sulla flora e sulla fauna, il colpevole oblio della poliedricità del nostro artigianato, la violazione della bellezza genuina e colorata del nostro folclore, l’imbarbarimento della nostra cucina con l’immissione arbitraria di elementi e sapori estranei alla nostra tradizione. Cultura è tutto un complesso di valori, la cui tutela non può essere affidata alle singole personalità per quanto prestigiose, ma deve costituire geloso ed orgoglioso patrimonio di tutta una collettività, che in quei valori si riconosce e per essi è disposta a battersi in nobili battaglie di impegno civile.

Si è avvertita la necessità di istituire la Giornata Mondiale dell’Ambiente (5 giugno) perché tutti e a tutti i livelli recuperassimo la sacralità della e per la natura impunemente trascurata e violentata negli ultimi decenni. Per farlo dobbiamo educarci ad una nuova visione della vita e, quindi, della cultura e, conseguentemente, della economia: la “Green Economy”, alla quale Ermete Realacci ha dedicato un avvincente libro, che consiglio di leggere. È la strada obbligata per rinascere, lungo la quale ritroveremo la calda umanità dei nostri borghi, che possono e debbono vivere una nuova straordinaria stagione di protagonismo di nuova ruralità con la bussola di orientamento di una carta di valori, che furono dei padri e che noi dobbiamo riscoprire ed esaltare e consegnare ai nostri figli, perché costruiscano un futuro innervato saldamente sulle radici del passato.

Compito oneroso ed esaltante il tuo, caro assessore, che devi ripensare alla nostra identità culturale e darle corpo e visibilità codificandola. Attrezzati con una squadra adeguata, con un team, come si dice oggi, di collaboratori preparati e motivati. Un seminario di studio è indispensabile per elaborare le linee guida del lavoro: però fallo lontano dai clamori e dalla ressa della vanità vociante ed improduttiva del presenzialismo. Scegli il chiuso di un’aula che faciliti dialoghi e confronti fecondi di creatività. L’importante è svincolarti da protettorati ingombranti e sospetti, che, purtroppo per te e per il territorio, non mancano. Parti subito. Domani sarebbe già tardi. Per quello che conta e vale ti sia di auspicio propiziatorio il caloroso BUON LAVORO di chi, come me, ha fatto del culto della bellezza e della ricerca e pratica della cultura la religione della vita. E tira fuori il piglio manageriale, anche per tacitare chi, con un pizzico di malignità e con il malcelato desiderio di delegittimarti. ti raffigura debole. Abbi, invece, la forza di assurgere a simbolo e modello per tutti gli amministratori di siti prestigiosi per storia e monumenti Fallo per te stesso, ma anche in nome di Paestum.

P.S.:

Questa lettera aperta, che pubblicai su Positanonews, il giornale online col quale collaboro sin dalla sua fondazione, con una rubrica settimanale che ha per tema cultura è turismo, risale a metà maggio del 2012. Il destinatario era Eustachio Voza, all’epoca assessore alla cultura ed alla identità locale del comune di Capaccio Paestum. Facevo un discorso articolato su Cultura e Turismo, che trattavo da tempo sia sulla carta stampata sia nelle mie rubriche radiofoniche e televisive nei programmi settimanali della RAI. Ho ripescato il testo dalla memoria del computer. L’ho riletto ed in parte attualizzato e lo ripropongo ai miei lettori che da decenni mi seguono su questi temi che trattano di passato, presente e futuro dei miei territori dell’anima, il Cilento, dove, come tutti sanno, sono nato in un paese delle colline/montagne della Kora pestana, e la Costa d’Amalfi, di cui sono cittadino onorario. L’ho riletto ed in parte attualizzato e lo ripropongo ai miei lettori dell’una e dell’altra costa. Mi permetto di sottoporlo, come sempre, agli amministratori locali ed agli operatori economici dei due territori, lusingato se destineranno un poco del loro prezioso tempo a leggere le mie riflessioni/annotazioni. Tra i destinatari mi sono permesso di includere anche la dott.ssa Maria Rosaria Di Filippo, vicesindaco del Comune di Capaccio Paestum con delega alla Cultura e alla identità locale. I temi trattati sono gli stessi che sottoposi ad EustachioVoza, che aveva le stesse deleghe nel maggio del 2012, epoca della stesura ed invio della stessa lettera. Io non ho il piacere di conoscere la Dott.ssa Maria Rosaria Di Filippo. Spero, naturalmente, che mi leggerà e che ci sarà occasione di avere qualche scambio fecondo di idee sui temi trattati nella speranza di dare un contributo. come cittadino e come intellettuale per il futuro di Capaccio Paestum, che, come ho avuto di scrivere più volte stata, è stata e sarà la mia Itaca, a cui, novello Ulisse, inquieto ed irrequieto approdo spesso nei miei vagabondaggi per l’Italia e l’Europa, porto sospirato per i rari momenti di quiete, prima di riprendere la navigazione in mare aperto per terre sconosciute. Ed ha scandito la lacerazione delle partenze. La riconciliazione/ricomposizione degli approdi e, soprattutto la sospensione atemporale ed aspaziale delle presenze/assenze. Buon Lavoro.