Ci sono luoghi in cui lo spopolamento viene raccontato come una maledizione.
Come se fosse una legge della natura, inevitabile e immodificabile.
Ma chi vive davvero nelle zone interne del Cilento, del Vallo di Diano e degli Alburni lo sa: non è così.
Qui lo spopolamento non è un lampo improvviso.
È una goccia che cade ogni giorno. È una porta che si chiude piano. È un banco di scuola che resta vuoto. È un autobus che passa sempre meno. È un ragazzo che parte e, a forza di non trovare motivi per tornare, smette di promettersi il ritorno.
E la cosa che brucia di più non è la fatica.
La fatica, queste terre, l’hanno sempre conosciuta.
La cosa che brucia di più è l’umiliazione delle illusioni.
È vedere soldi passare e futuro non arrivare. È assistere al teatro delle inaugurazioni mentre la vita quotidiana si sbriciola. È sentire discorsi pieni di parole grandi mentre mancano le cose piccole, quelle decisive: normalità, continuità e affidabilità.
Qui nasce il paradosso più feroce: gli stessi che hanno alimentato lo spreco, spesso, diventano i moralisti dello spreco.
Quelli che hanno firmato progetti vuoti, rincorso vetrine, moltiplicato iniziative effimere e promosso reti che esistevano più nei comunicati che nella realtà, oggi parlano di sacrifici e di futuro.
Chiedono pazienza. Invocano unità. Si vestono da custodi del rigore.
E intanto — come se niente fosse — scaricano la colpa sulle persone: “i giovani non vogliono restare”, “la gente non collabora” e “il paese non è attrattivo”.
Ma c’è un dettaglio ancora più duro, che spesso viene taciuto: lo spreco, in molti casi, non è solo un errore amministrativo. È carburante politico.
Per anni può alimentare campagne elettorali intere, perché lo spreco crea dipendenza.
Distribuisce promesse, incarichi, micro-benefici, favori e pacche sulle spalle.
Trasforma i fondi pubblici in narrazione e in consenso.
Accende cantieri a ridosso del voto, annuncia opere che “stanno per partire”, crea eventi che fanno scena e sposta l’attenzione su ciò che luccica.
E intanto rinvia ciò che serve davvero, perché ciò che serve davvero non porta applausi immediati: porta responsabilità, manutenzione, controlli e risultati misurabili.
In questo modo, lo spreco diventa una macchina che si autoalimenta: genera aspettative, le delude e subito dopo torna a promettere.
Ogni delusione prepara la promessa successiva e ogni promessa diventa un pezzo di campagna elettorale permanente.
È una spirale che consuma risorse e consuma dignità, perché costringe una comunità a vivere in uno stato di “attesa continua”: sempre in procinto di vedere qualcosa cambiare, sempre con la svolta dietro l’angolo e sempre con un annuncio in arrivo.
Ma la svolta non arriva mai e la vita reale resta inchiodata.
Ed è qui che gli investimenti inutili diventano una ferita, non solo uno spreco.
Perché un investimento è inutile quando produce immagine ma non produce struttura.
Quando crea un evento e non crea un sistema.
Quando accende un momento e spegne il resto dell’anno.
Quando “fa notizia” ma non crea occupazione.
Sono investimenti che servono a creare illusioni: ti fanno credere che qualcosa stia cambiando, che finalmente “si riparte” e che “arriva la svolta”.
E invece, passato il rumore, resta il silenzio.
E nel silenzio si sente tutto: le strade che non vengono curate, i servizi che si restringono, le opportunità che non nascono e la solitudine che cresce.
L’illusione è peggio della mancanza, perché ti porta in alto e poi ti lascia cadere.
E quando un territorio cade troppe volte, impara a non credere più.
Il meccanismo si ripete con una precisione quasi crudele.
Si finanzia ciò che si vede, non ciò che regge.
Si preferisce ciò che è brillante, immediato e raccontabile, invece di ciò che è essenziale e spesso invisibile: manutenzione programmata, trasporti affidabili, presìdi territoriali, formazione che si trasformi davvero in lavoro e servizi che non siano elemosina ma diritto.
Si spendono soldi per costruire “eccezioni”, mentre la gente ha bisogno di una sola cosa: normalità.
Perché lo spopolamento non nasce solo dall’assenza di soldi.
Nasce dall’assenza di serietà nel modo in cui i soldi vengono usati.
Nasce dal fatto che la comunità vede passare fondi, progetti, titoli, slogan… e intanto la traiettoria delle vite non cambia.
Una famiglia non resta perché c’è una locandina.
Resta se sente che può programmare la propria vita. Che può crescere i figli senza paura. Che può curarsi senza sentirsi distante dal mondo. Che può lavorare senza dover emigrare ogni stagione.
Ecco perché lo spopolamento è soprattutto una questione di fiducia.
Un giovane non parte solo perché oggi manca lavoro.
Parte quando capisce che domani sarà uguale.
Quando vede che i bandi cambiano nome ma non cambiano logica.
Che le promesse scivolano in avanti. Che i problemi reali restano. Che la competenza conta meno delle appartenenze. Che spesso si premia chi “sta dentro” e non chi sa fare.
E allora gli investimenti inutili diventano benzina sul fuoco: perché dopo ogni illusione cresce la rassegnazione.
Dopo ogni annuncio vuoto cresce il cinismo.
Dopo ogni inaugurazione senza manutenzione cresce la convinzione che sia tutto teatro.
E il teatro, alla lunga, non salva nessuno. Il teatro stanca chi vorrebbe impegnarsi, perché si sente usato. E protegge chi non vuole cambiare, perché sa che la delusione farà il lavoro sporco al posto suo.
La ferita più grande arriva sempre dopo, nel momento in cui bisognerebbe avere il coraggio della verità.
Quando un progetto fallisce, quando non produce effetti e quando non cambia la vita delle persone, dovrebbe scattare la domanda più semplice: perché?
E invece no. Spesso non si verifica nulla. Non si misura niente. Non si rendicontano i risultati.
Si cambia discorso.
Si costruisce una nuova narrazione.
E lì nasce il moralismo, quello che pesa come pietra: “bisogna avere pazienza”, “bisogna fare sacrifici” e “bisogna essere uniti”.
Parole che sarebbero anche nobili, se fossero pronunciate da chi ha fatto pulizia, da chi ha reso conto e da chi ha avuto il coraggio di fermare lo spreco.
Ma diventano intollerabili quando vengono dette da chi non ha mai pagato davvero il prezzo delle proprie scelte.
Perché la morale senza rendicontazione è solo una maschera.
E la maschera, qui, la gente non la riconosce subito.
Se vogliamo parlare seriamente di futuro, dobbiamo dirlo chiaramente: non servono investimenti che fanno sognare per tre giorni.
Servono investimenti che facciano restare per più di una generazione.
Servono scelte che costruiscono normalità e continuità.
Serve trasformare la manutenzione in lavoro locale stabile, la cura del territorio in economia, i servizi in diritti garantiti e la formazione in occupazione reale.
Serve che ogni progetto abbia un cronoprogramma pubblico, una verifica annuale e una responsabilità chiara.
Serve che chi promette porti date, indicatori e risultati.
Perché la fiducia non nasce dai discorsi: nasce dalla prova.
La verità finale è questa, ed è semplice, e per questo fa male: quando gli investimenti inutili vengono venduti come salvezza, non fermano lo spopolamento.
Lo rimandano, lo mascherano e lo rendono più amaro.
Perché dopo l’illusione arriva il vuoto.
E nel vuoto la gente non resta.
Restano le targhe. Restano le frasi. Restano i post. E se ne vanno le persone.
E quando se ne vanno le persone, un paese non perde solo abitanti. Perde futuro. Perde voce. Perde cuore. E un territorio senza cuore può anche avere progetti, ma non avrà più vita.



