Nel cuore delle aree interne, lo spopolamento non è una parola astratta: è una scuola che chiude una classe alla volta, è un ambulatorio che riduce gli orari, è un negozio che abbassa per sempre la serranda, è un ragazzo che parte e non torna.
In questo scenario, continuare a ripetere gli stessi errori non è solo inefficienza: è una forma di resa.
Non può esserci cambiamento, né una vera lotta allo spopolamento, se si persevera negli stessi sbagli e negli stessi sprechi di finanziamenti e risorse.
Rifare ciclicamente lavori inutili, replicare modelli che non hanno prodotto risultati e inseguire finanziamenti senza costruire economia reale: tutto questo non porta crescita.
Porta solo sfiducia, e la sfiducia è la prima cosa che svuota un paese, perché spegne l’idea stessa che valga la pena restare.
Il nodo più delicato, oggi, riguarda le reti territoriali tra piccoli comuni.
In teoria dovrebbero essere la risposta intelligente alla frammentazione: mettere insieme forze, competenze e servizi, superare il limite del “comune da solo” e creare massa critica per gestire ciò che, altrimenti, non si riuscirebbe a sostenere.
Eppure, troppo spesso, queste reti nascono con un difetto di origine: non vengono create per risolvere un problema concreto del territorio, ma per risultare ammissibili ai bandi.
Così la rete diventa un contenitore perfetto per produrre tavoli, coordinamenti, comunicati, qualche evento, magari un portale o un marchio, e alla fine del finanziamento si spegne come una luce temporanea.
La spesa resta certificata, lo sviluppo non arriva mai.
E quando lo sviluppo non arriva, il territorio non perdona: i giovani continuano a partire, le famiglie non trovano servizi e le imprese si muovono altrove.
Lo spreco più pericoloso, infatti, non è solo economico.
È lo spreco di tempo, che nelle aree interne è una risorsa rara quanto i posti di lavoro; è lo spreco di fiducia, perché ogni progetto che non cambia nulla costruisce una convinzione silenziosa e devastante: “tanto non serve”.
È qui che la rete territoriale smette di essere un’alleanza e diventa una scenografia.
Una rete vera vive se produce funzioni, non se produce riunioni.
Vive se eroga servizi, non se accumula atti.
Vive se fa accadere cose misurabili nella vita quotidiana dei residenti e nel lavoro delle imprese.
La radice degli sprechi sta spesso in un equivoco che sembra banale, ma decide il destino di un territorio: confondere la cooperazione con la somma delle debolezze.
Mettere insieme comuni piccoli, con uffici sottodimensionati, con carenze tecniche e organizzative, senza personale dedicato, non crea automaticamente una forza.
Se manca una regia operativa efficiente, la rete non potenzia: moltiplica le fragilità.
In questi casi “tutti dentro” diventa un’altra forma di vuoto, perché quando tutti partecipano ma nessuno risponde, il fallimento non ha conseguenze.
E se il fallimento non ha conseguenze, gli errori si ripetono.
È così che nascono le recite finanziate: la rete parte, annuncia, inaugura e comunica; poi si arena nella gestione quotidiana.
E quando si arena, ricomincia da capo con un progetto nuovo nel titolo ma identico nella sostanza.
C’è poi una dinamica che, più di tutte, trasforma un’idea buona in un simbolo di abbandono: si costruiscono strutture, si aprono sentieri, si celebrano interventi con entusiasmo, ma poi mancano i soldi e l’organizzazione per la manutenzione e per la sopravvivenza del progetto negli anni.
Si coglie il finanziamento immediato senza pensare al futuro.
È un errore che i territori pagano due volte: prima con i soldi spesi, poi con la delusione.
Perché un sentiero non manutenuto non è un servizio: è un rischio.
Una struttura chiusa non è un investimento: è un monumento al “non finito”.
Un progetto che muore dopo l’inaugurazione non è innovazione: è una promessa tradita.
E nelle aree interne, dove la fiducia è già fragile, ogni promessa tradita pesa come pietra, perché scava l’idea che qui le cose non durino mai.
È in questo contesto che i cittadini percepiscono un altro fenomeno, spesso con rabbia e amarezza: la proliferazione di enti e strutture sovracomunali presentati come la cura miracolosa.
Sulla carta dovrebbero coordinare, programmare, attrarre risorse e rendere più efficienti i servizi.
Ma quando la realtà mostra che cresce prima di tutto l’apparato, allora si diffonde una lettura dura — e in molti territori molto diffusa — che non va liquidata come semplice sfogo: che certi enti vengano creati non per far crescere il territorio, ma per moltiplicare le poltrone.
Non è una condanna universale, perché esistono forme sovracomunali utili e necessarie.
È però un rischio concreto e ricorrente: la crescita interna dell’organigramma che sostituisce la crescita esterna del territorio.
Si moltiplicano ruoli e livelli, si sovrappongono competenze, si allungano i tempi, si confondono le responsabilità, e intanto restano fermi i servizi essenziali e le opportunità di lavoro.
Quando i livelli aumentano senza produrre risultati, accade qualcosa di molto semplice e molto grave: il cittadino non sa più chi decide, a chi chiedere e chi risponde di un fallimento.
L’ente diventa una nebbia che copre tutto.
E nella nebbia si sopravvive politicamente, ma il territorio non cresce.
In un contesto dove ogni mese conta, aggiungere strutture senza efficacia significa consumare il capitale più prezioso: il tempo.
Il tempo è ciò che i giovani non aspettano, ciò che le imprese non possono perdere, ciò che le famiglie non hanno quando cercano servizi essenziali.
Se un ente sovracomunale non accelera, non semplifica, non porta competenze operative e continuità gestionale, diventa un moltiplicatore di burocrazia, non di sviluppo.
Qui, però, arriva il punto decisivo, quello che separa la denuncia sterile dalla proposta concreta.
Se vogliamo evitare sprechi, dobbiamo cambiare la regola non scritta che domina tanti investimenti: “prima spendere, poi vedere”.
Nelle aree interne deve valere l’opposto: “prima garantire che durerà, poi costruire”.
Un progetto, per essere finanziato, dovrebbe dimostrare fin dall’inizio come sopravviverà negli anni.
Non con frasi generiche, ma con una gestione reale, con persone responsabili, con risorse dedicate e con manutenzione programmata.
Perché la manutenzione non si improvvisa: si progetta. E si finanzia come parte dell’opera, non come speranza successiva.
Occorrono progetti che funzionano davvero e che vengono misurati anno per anno, non iniziative costruite per durare una stagione e consumare risorse in dodici mesi.
Uno sviluppo serio non si annuncia: si dimostra nel tempo, con risultati verificabili e continuità operativa.
La misurazione annuale non è burocrazia in più: è rispetto verso i cittadini, perché obbliga chi decide a rendere conto non solo della spesa, ma dell’effetto.
Obbliga a correggere, ad aggiustare e a cambiare rotta se serve.
E soprattutto impedisce che il territorio diventi un teatro di progetti a scadenza, sempre nuovi nelle parole e sempre uguali negli esiti.
Dentro questa stessa logica rientra la questione della promozione turistica.
Troppo spesso si celebrano milioni di euro spesi in campagne e comunicazione come se fossero, di per sé, un successo.
Ma il successo di un territorio non si misura nei budget: si misura nelle persone che arrivano, restano e dormono nelle strutture locali, nella durata media dei soggiorni, nell’occupazione delle camere anche fuori stagione e nell’aumento reale di entrate per imprese e famiglie.
Se una campagna non porta prenotazioni e reddito misurabile, non è un successo: è spesa raccontata bene.
E questo tipo di spesa è particolarmente tossico nelle aree interne, perché sottrae risorse a ciò che serve davvero: servizi, manutenzione, gestione, formazione, infrastrutture utili e funzionanti.
Invertire la rotta significa smettere di confondere la vetrina con il negozio.
Significa passare da una promozione che “parla del territorio” a un sistema che “fa comprare il territorio” nel senso più sano: prenotazioni, soggiorni, esperienze, prodotti locali venduti e ritorno economico tracciabile.
Per riuscirci serve una catena completa, perché la promozione è solo l’ultima parte.
Prima viene l’offerta costruita bene: itinerari praticabili e manutenuti, accoglienza organizzata, calendario annuale che non vive di picchi e crolli, mobilità credibile, standard minimi di qualità e una regia unica che renda semplice prenotare e vivere l’esperienza.
Quando questa catena manca, la promozione non moltiplica nulla: amplifica soltanto un vuoto.
E c’è un’altra scelta che cambia tutto: misurare la promozione con gli indicatori giusti e renderli pubblici ogni anno.
Non quante visualizzazioni o quanti comunicati, ma quante notti vendute, quante strutture coinvolte, quale tasso di occupazione in bassa stagione, quanto aumenta la spesa media sul territorio e quante imprese locali ottengono un beneficio reale.
Quando questi dati vengono messi nero su bianco e confrontati con l’anno precedente, non si può più spacciare per successo ciò che non produce crescita.
Si può correggere rotta, si può smettere di finanziare ciò che non funziona e si può premiare chi porta risultati veri.
Ed è proprio qui che la strada diventa concreta.
Invertire la rotta non significa inventare nuove sigle o nuovi contenitori, ma cambiare le regole del gioco: rendere conveniente ciò che funziona e sconveniente ciò che dura una stagione.
Finché premia la spesa e non il risultato, continueremo a collezionare inaugurazioni e a perdere residenti.
Un territorio fragile non può più permettersi progetti “a scadenza” che vivono solo finché c’è un finanziamento.
Deve pretendere, invece, una garanzia di durata, cioè la prova che ciò che si avvia resterà vivo anche quando la luce dei fondi si spegne.
La prima svolta è rendere obbligatorio un patto di durata scritto prima di qualsiasi cantiere.
Se si riqualifica un sentiero, la manutenzione pluriennale deve essere parte integrante dell’intervento, con risorse vincolate e responsabilità chiare.
Se si apre una struttura, la gestione deve essere definita prima dell’inaugurazione, con un calendario annuale, standard minimi di apertura, personale e budget dedicati.
Nelle aree interne la manutenzione non è un dettaglio tecnico: è la condizione stessa della credibilità.
Senza manutenzione qualunque investimento diventa prima rischio, poi fallimento e infine abbandono.
La seconda svolta è collegare una quota dei fondi ai risultati nel tempo, perché la spesa “regolare” non basta se non produce vita.
Un progetto deve dimostrare, dopo dodici e ventiquattro mesi, che i servizi sono ancora attivi, che l’offerta esiste davvero, che gli strumenti sono usati e che l’impatto è misurabile.
Questo non significa punire chi è in difficoltà: significa proteggere i territori dalla recita dell’innovazione che muore dopo la foto.
Significa premiare chi mantiene vivo un servizio e correggere chi ha sbagliato strada, senza far finta di niente.
La terza svolta è rendere reale la responsabilità.
Senza un responsabile operativo riconoscibile, reti ed enti diventano nebbia e la nebbia diventa spreco.
Servono direzioni tecniche con compiti chiari, obiettivi annuali e valutazioni pubbliche.
La responsabilità non è durezza: è cura.
È ciò che impedisce alla governance di trasformarsi in un mercato di posizioni e permette alle cose di funzionare davvero.
La quarta svolta è spezzare la logica della duplicazione e del “nuovo a tutti i costi”.
Prima di creare nuove piattaforme, nuovi marchi e nuove strutture bisogna far funzionare ciò che già esiste, tenerlo aggiornato, renderlo utile e dimostrare che produce effetti.
Le aree interne non hanno bisogno di moltiplicare strumenti: hanno bisogno di ridurre dispersioni. Poche cose, ma fatte bene.
Pochi sentieri, ma sicuri.
Poche strutture, ma aperte. Poche reti, ma operative.
La quantità senza gestione diventa abbandono e l’abbandono accelera lo spopolamento.
La quinta svolta è trasformare manutenzione e gestione in lavoro locale stabile.
Se un territorio vuole salvarsi, deve creare occupazione legata alla cura: cura dei sentieri, delle strutture, dell’accoglienza, dei servizi, dei dati e della comunicazione che deve diventare prenotazione e reddito.
La manutenzione può diventare economia se viene organizzata come filiera, con cooperative di comunità, squadre locali formate e pagate e incarichi pluriennali legati a standard verificabili.
Quando la cura diventa lavoro, il territorio smette di consumarsi e torna a trattenere persone.
La sesta svolta riguarda il turismo e la promozione: basta narrazione costosa senza conversione.
La promozione deve essere giudicata sulla capacità di far arrivare persone che restano, dormono e spendono.
Perché parlare del territorio non basta, se poi prenotare è complicato, i servizi sono discontinui, l’offerta non è organizzata e la stagione dura troppo poco.
Serve passare dalla vetrina al negozio: rendere chiara e prenotabile l’offerta, costruire esperienze vendibili, destagionalizzare con un calendario annuale, mettere in rete strutture e operatori, accompagnare il visitatore dall’interesse all’acquisto.
Solo così la promozione diventa crescita e non autocelebrazione.
La settima svolta è la trasparenza pubblica dei risultati, ogni anno.
Ogni rete territoriale e ogni ente sovracomunale dovrebbe essere giudicato su un fatto semplice: cosa ha migliorato davvero nella vita delle persone e nell’economia locale? Quanti servizi gestisce? Che tempi e costi ha ridotto? Quante imprese hanno beneficiato in modo misurabile? Quante notti in più sono state vendute? Quanti progetti sono ancora vivi dopo due anni?
Quando questi dati sono pubblici e comparabili, diventa difficile spacciare per successo ciò che non produce crescita e diventa possibile premiare chi porta risultati veri.
Infine serve il coraggio di interrompere la replica degli errori.
Se un modello ha già fallito, non si ripresenta uguale con un titolo nuovo.
Prima si analizza con onestà perché non ha funzionato, poi si cambia strada.
Perché lo spreco più grande non è sbagliare: è rifare lo stesso errore sapendo già come andrà a finire.
La verità è che la lotta allo spopolamento non si vince costruendo cose, si vince costruendo continuità.
Si vince quando un giovane vede che qui si può lavorare perché i servizi funzionano davvero e non per un anno.
Si vince quando una famiglia capisce che non sta scegliendo un posto bello solo da visitare, ma un posto possibile da abitare.
Si vince quando il territorio smette di collezionare inaugurazioni e comincia a collezionare anni di funzionamento.
Perché nelle aree interne la prima infrastruttura da ricostruire è la credibilità: quella sensazione semplice e potentissima che ciò che si avvia non verrà abbandonato domani.
Ed è qui che si comprende una verità spesso ignorata: combattere gli sprechi non è una delle tante opzioni possibili. È l’unica via percorribile se vogliamo davvero salvarci dallo spopolamento.
Nelle aree interne ogni euro sprecato accelera l’abbandono, perché sottrae risorse a ciò che tiene in vita un paese.
Ogni euro usato bene, invece, costruisce una possibilità di restare: nella manutenzione trasformata in lavoro, nella gestione trasformata in competenza, nei servizi trasformati in dignità quotidiana.
Per troppo tempo si è pensato che bastasse “fare qualcosa”: spendere, inaugurare, comunicare, per poter dire di aver agito.
Oggi questa logica non regge più.
Lo spopolamento non si combatte con l’illusione del movimento, ma con la sostanza della durata.
E la durata nasce solo quando si smette di sprecare.
Perché lo spreco non è neutro: consuma risorse, brucia fiducia e abitua i territori all’idea che nulla duri davvero.
E un territorio che non crede più nella durata è un territorio che si prepara, lentamente ma inesorabilmente, all’abbandono.
Dichiarare guerra agli sprechi significa cambiare radicalmente il modo in cui si progettano e si giudicano le politiche territoriali.
Significa smettere di considerare il finanziamento come un traguardo e iniziare a considerarlo come una responsabilità nel tempo.
Significa accettare che non tutti i progetti meritano di essere finanziati, soprattutto quelli che non sanno spiegare come vivranno dopo, chi li gestirà, con quali risorse e con quali risultati verificabili anno per anno.
Significa, soprattutto, smettere di confondere la spesa con il successo.
Se un progetto non crea lavoro stabile, se non migliora servizi essenziali, se non aumenta le persone che arrivano e restano sul territorio e se non rafforza imprese e comunità locali, allora non sta combattendo lo spopolamento.
Sta solo occupando spazio, tempo e denaro.
E in territori fragili, occupare spazio senza produrre futuro equivale a sottrarre possibilità a chi vorrebbe restare.
L’unica strada rimasta è una scelta chiara e misurabile: meno progetti, ma migliori, meno annunci e più anni di funzionamento, meno strutture nuove e più manutenzione di quelle esistenti, meno enti e più responsabilità nette, meno promozione vuota e più pernottamenti reali, meno poltrone e più servizi.
Se vogliamo davvero combattere lo spopolamento, dobbiamo pretendere una cosa semplice e rivoluzionaria: che ogni euro pubblico lasci una traccia concreta nella vita delle persone, non solo nella rendicontazione.
Una traccia che si vede nei servizi che funzionano, nel lavoro che nasce, nelle imprese che crescono, nei giovani che restano o tornano, nei sentieri curati anche dopo cinque anni, nelle strutture aperte quando le telecamere non ci sono più, nelle reti territoriali che esistono per produrre risultati e non per catturare fondi, e nella promozione che si giudica dai pernottamenti e dalla crescita economica reale, non dai milioni spesi e presentati come trionfi.




1 commento
Quanta verità in questa cruda e reale analisi.
Grazie a Vito Gerardo Roberto per l’impegno che mette nella difesa propositiva delle zone interne.