Il caso della Banda “Santa Cecilia”: un no che ferisce la cultura del paese
Occhiello
Il Consiglio dell’Istituto Leoncavallo nega gli spazi pomeridiani alla storica banda cittadina, mentre le attività sportive continuano a essere accolte. Una decisione che solleva interrogativi sulla gerarchia dei valori educativi.

Il Consiglio dell’Istituto Leoncavallo, la cui intitolazione a un celebre musicista che da bambino visse in questo paese rende la decisione ancora più paradossale, ha respinto la richiesta dell’Associazione Concerto Bandistico “Santa Cecilia” di usufruire di aule per due pomeriggi settimanali destinati a corsi musicali per ragazzi.
La votazione del 4 dicembre, arrivata dopo mesi di attesa dalla presentazione della domanda a settembre, si è conclusa con 9 voti contrari, 5 favorevoli e un astenuto. Nel frattempo, spazi scolastici continuano a essere concessi ad attività sportive, evidenziando una disparità che lascia perplessi.
Si vorrebbe credere che le motivazioni siano oggettive e comprensibili, non riconducibili a simpatie personali o interessi particolari, ma resta il nodo della mancata trasparenza: perché non chiarire pubblicamente le ragioni?

In un contesto locale dove rapporti personali, antipatie e invidie talvolta condizionano le scelte, è difficile restare in silenzio quando a essere penalizzata è l’Arte e la Cultura, soprattutto se l’episodio proviene dalla scuola, istituzione che per sua natura dovrebbe essere presidio di formazione e crescita.
La Banda “Santa Cecilia” è un’istituzione storica: nata nel 1848 per merito del Maestro Petruzzelli, oggi diretta artisticamente da Leo Capezzuto, rappresenta un patrimonio identitario del paese. Pietro Mascagni definiva le bande “forma di arte spontanea e popolare”, riconoscendo il loro ruolo fondamentale nella diffusione della grande musica nei luoghi privi di teatri.
Anche Riccardo Muti, in più occasioni, ha lanciato l’allarme: «Salviamo le bande», definendole “animali culturali in via di estinzione”. È proprio dalle bande, ricorda, che lui stesso ha imparato ad amare la musica.
Le difficoltà economiche e il cambiamento dei gusti musicali stanno mettendo a rischio queste realtà. Negare spazi educativi ai giovani significa accelerare un declino che impoverisce l’intera comunità.
Da qui l’appello: se non la scuola, anche l’Amministrazione comunale potrebbe individuare locali idonei, come la Sala Monsignor Farina spesso inutilizzata, per permettere la prosecuzione dei corsi musicali.
Difendere la banda significa difendere la cultura del paese. La musica non è un’attività accessoria: è educazione, identità, coesione sociale. Negarle spazio significa rinunciare a una parte della nostra anima collettiva.



