Nel Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni la crisi demografica non colpisce tutti allo stesso modo. I dati, le responsabilità politiche e le esperienze nazionali dimostrano che la tendenza può essere invertita. A patto di smettere di trattare i territori come se fossero uguali.
I piccoli comuni sotto i mille abitanti continuano a svuotarsi mentre servizi, risorse e popolazione si concentrano nei centri più grandi. Il Rapporto UNCEM dimostra che un’inversione è possibile, ma nel Cilento manca una strategia selettiva. Il silenzio del Parco e l’assenza di scelte nette rischiano di trasformare le aree interne in una lenta resa.

2️⃣ INTEGRAZIONE DATI
Uno degli errori più gravi nel dibattito sulle aree interne del Cilento è l’assenza di una lettura aggregata e differenziata dei dati demografici. Mettere sullo stesso piano comuni con meno di 1.000 abitanti e comuni che superano abbondantemente i 3.000 significa cancellare la realtà dei fatti.

Se si aggregano i comuni del Parco del Cilento in due grandi gruppi – sotto i 1.000 abitanti e sopra i 1.000 abitanti – emergono dinamiche chiarissime:
- i comuni più piccoli rappresentano la maggioranza numerica degli enti, ma una minoranza della popolazione residente;
- concentrano la quota più alta di perdita demografica, invecchiamento e desertificazione dei servizi;
- hanno conferito al Parco più territorio, più vincoli ambientali e meno benefici concreti.
Al contrario, i comuni sopra i 1.000 (e ancor più quelli sopra i 3.000 abitanti):
- attraggono popolazione proveniente dai centri minori;
- concentrano scuole, sanità, funzioni amministrative e investimenti;
- intercettano più facilmente bandi e risorse, perché strutturalmente più attrezzati.
In questo quadro, continuare a fissare soglie come quella dei 3.000 abitanti per l’accesso alle politiche delle aree interne equivale a dare un colpo definitivo ai comuni più fragili. È uno schiaffo allo spirito originario dell’iniziativa, perché finisce per premiare gli stessi centri che hanno già prosciugato quelli più piccoli.
Accoglienza senza radicamento: un’altra occasione persa
Il dato demografico è aggravato da una gestione miope dell’accoglienza. Nei piccoli comuni del Cilento interno il problema non è solo che molti partono, ma che nessuno arriva.
Anche i pochi nuclei familiari immigrati vengono spesso inseriti in percorsi di prima accoglienza temporanea e, prima ancora di costruire relazioni o comprendere il territorio, vengono trasferiti verso comuni più grandi. Così l’accoglienza non diventa ripopolamento, ma semplice transito.

La prova che si può fare: il Rapporto UNCEM
A smentire definitivamente l’idea che il declino sia inevitabile è il Rapporto “Montagne Italia” promosso dall’UNCEM. Il documento dimostra che, dove si è investito in politiche mirate, integrate e continuative, la tendenza allo spopolamento si è arrestata e, in alcuni casi, invertita.
Il presidente UNCEM Marco Bussone parla apertamente di una stagione del risveglio nelle aree montane e interne: nuovi residenti, saldo migratorio positivo, ritorno di famiglie e giovani. Ma questo accade solo dove:

- i piccoli comuni sono messi al centro;
- le politiche sono selettive e non generaliste;
- esiste una governance capace di coordinare enti e comunità.
Il grande assente: una scelta politica chiara
Nel Cilento questa scelta non è stata ancora fatta. Il Parco Nazionale, che dovrebbe essere il perno di una strategia di riequilibrio territoriale, ha finora preferito una neutralità che, nei fatti, favorisce i più forti e abbandona i più deboli.
Le aree interne del Cilento non chiedono assistenzialismo, ma una politica che riconosca le differenze, ricostruisca i dati in modo onesto e abbia il coraggio di scegliere. Il tempo delle analisi è finito. Ora servono atti.
Il Parco del Cilento e le istituzioni regionali sono davanti a un bivio che non può più essere rinviato. Continuare a considerare “aree interne” territori profondamente diversi tra loro significa accettare, di fatto, la scomparsa dei comuni più piccoli.
Il Rapporto UNCEM dimostra che invertire la tendenza è possibile. Ma servono scelte nette: politiche selettive, dati ricostruiti con onestà, investimenti mirati sui comuni sotto i mille abitanti, quelli che oggi tengono in vita il paesaggio, la memoria e l’identità del Cilento interno.
Non decidere è già decidere … E il tempo, da queste parti, non è più una risorsa neutra.



