La ragione non deve sterilizzare il sentimento, ma guidarlo; l’emozione non deve sopraffare la progettualità, ma ispirarla; la politica non deve imitare la retorica del conflitto, ma l’arte della sintesi.
Nel libro Capaccio Paestum tra Ethos e Pathos, che pubblicai nel 2017 per la Polis Sa Editore, proposi una riflessione profonda sulla natura del territorio e sul ruolo che la comunità può e deve assumere nello sviluppo culturale e sociale della propria “polis”. Argomenti che, seppure impressi qualche anno fa, a rileggerli oggi, pare siano ancora narranti l’attualità. Una riflessione che – a distanza di anni – appare ancora utile e persino necessaria, specialmente se inserita nel quadro complesso che il territorio ha attraversato negli ultimi tempi: dibattiti pubblici spesso accesi, alternanze di opinioni contraddittorie, episodi di gestione percepiti come male assoluto e altri invece validati dalle circostanze personali più appropriate, tensioni giudiziarie e un diffuso senso di smarrimento civico. Invitai quindi a considerare Capaccio Paestum non solo come un luogo di grande valore archeologico, ma come uno spazio vivo, abitato da una comunità portatrice di memoria, tradizioni e potenzialità.
Per cui la valorizzazione del territorio, tenni a precisare, passa da due dimensioni inscindibili: una culturale, legata all’identità, alla memoria, al senso di appartenenza; l’altra tecnica e progettuale, basata su interventi concreti e sulla pianificazione. Senza il primo elemento – l’ethos – il secondo rischia di diventare sterile. L’identità di Capaccio Paestum nasce dai suoi paesaggi, dalla sua storia e dalla consapevolezza, da parte dei cittadini, di far parte di una comunità depositaria di valori unici. Evidenziai dunque il concetto sulla relazione emotiva, che lega le persone al territorio: un rapporto fatto di memoria, suggestioni e senso di appartenenza. Il “pathos” diventa così il motore della partecipazione civica, creando simbiosi tra uomo e luogo. Quando gli abitanti amano il proprio territorio, sono più propensi a custodirlo, a valorizzarlo e a investire nel suo futuro.
Questa simbiosi, secondo quanto sostenevo e sostengo, è una delle leve essenziali dello sviluppo: non si tratta solo di strategie economiche, ma di un legame profondo che dà forma a una comunità coesa. Una caratteristica originale del libro è l’intreccio tra riflessione tecnica e richiami letterari, poetici e filosofici. Citazioni di pensatori antichi e moderni, insieme a brani di forte carica emotiva, i quali contribuirono a rendere la narrazione più evocativa e coinvolgente.
Questo equilibrio, tra razionalità e suggestione, consentì al testo di parlare tanto agli studiosi del territorio quanto a chi è attratto da una visione più umanistica della città. Il libro non si limitò soltanto agli aspetti poetici, storici e filosofici, ma affrontò anche temi tecnici legati allo sviluppo del turismo culturale, ambientale e religioso. La crescita turistica deve essere rispettosa del paesaggio, della storia e della qualità della vita dei residenti. Non basta attrarre visitatori: occorre garantire che la comunità sia parte attiva del processo, così che il turismo diventi uno strumento di rafforzamento identitario e non un semplice fenomeno economico, a volte soddisfacente, certe altre invece critico.
Capaccio Paestum tra Ethos e Pathos è un libro che oggi si legge come un manifesto gentile ma fermo: un invito a prendere parte, a sentire il territorio come una responsabilità condivisa, a non smarrire la profondità della propria storia e la dignità del dibattito pubblico.
Ebbene nei paragrafi impressi nel testo ritornai più volte sul tema della conservazione dei beni storici e paesaggistici. Proteggere il patrimonio non significa solo conservarlo, ma soprattutto viverlo e integrarlo nella vita della comunità. Quindi una crescita reale può nascere solo dalla collaborazione tra cittadini, istituzioni e associazioni. Gli abitanti sono i “costituenti della polis”, protagonisti di un percorso collettivo. Un ruolo decisivo, in questa prospettiva, spetta ai giovani, chiamati a riappropriarsi del territorio e a contribuire alla costruzione dell’identità futura. Quindi due anime, Ethos e Pathos, per una sola città: Capaccio Paestum; un titolo che sintetizza una visione tecnico-letteraria che tuteli ed accresca il carattere della città, la sua storia, i valori e la consapevolezza del proprio ruolo culturale e nel contempo sensibilizzi l’emozione che questa antica città suscita, attraverso la sua storia, i suoi templi e la potenza che manifestano i suoi paesaggi, i suoi luoghi.
Lo sviluppo autentico nasce dall’incontro tra queste due forze, Ethos e Pathos, e dunque conoscere il territorio è importante ma non basta, bisogna viverlo, sentirlo, lasciarsi attraversare dalle sue suggestioni, di luogo in luogo differenti ma tutte concilianti, con una visione unanime di chi questo territorio lo vive e di chi lo visita. Capaccio Paestum tra Ethos e Pathos è un libro che desiderava e desidera ispirare nonché orientare l’attuale e futura generazione; nonostante si presenti come un’opera modesta, umile, ma colma di sensibilizzazione verso la città, l’ambiente e i cittadini.
Un invito a essere parte attiva della propria comunità, uno strumento utile per amministratori, associazioni e operatori culturali, e una guida per chi desideri comprendere come un territorio possa crescere restando fedele alla propria essenza.
La comunità è il primo e ultimo custode del bene comune.
L’Ethos, nella sua accezione originaria greca, è il luogo interiore dell’abitudine, della direzione morale, della coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Il Pathos è il sentimento, il turbamento, l’emozione che lega gli individui alla loro terra e che li spinge a reagire di fronte a un destino comune. Negli ultimi anni, a Capaccio Paestum, queste due dimensioni sembrano essersi scontrate e al tempo stesso intrecciate: da un lato un forte senso di appartenenza, dall’altro un clima civico spesso agitato da fratture politiche, sospetti reciproci, contrapposizioni talvolta più identitarie che programmatiche.
È proprio qui che il contenuto del testo diventa prezioso nell’attualità: perché occorre ricordare che ogni polis deve trovare l’armonia tra sentimento e razionalità, tra memoria e progettualità, tra il desiderio di custodire e quello di rinnovare. Le città, così come i territori, hanno una loro filologia, ovvero una grammatica e una lettura attenta, stratificata, rispettosa verso ogni cosa, un linguaggio dunque meno urlato, capace di riconoscere che la città non è un campo di battaglia ma un organismo narrativo, la cui storia e attualità va interpretata e non deformata. Al contrario di ciò che una palese politica fuorviante tenta disperatamente di insinuarsi in contesti che invece andrebbero tutelati e non denigrati. Ma questa potrebbe essere un’altra storia, tuttavia come direbbe Aristotele “la buona politica nasce quando l’uomo ritorna al logos” al discorso razionale, che mette ordine nel pathos e indirizza l’ethos verso traguardi positivi e costruttivi. Ecco allora che le narrazioni diventano chiare, condivise e soprattutto utili allo sviluppo territoriale.
Nessun progetto può funzionare senza un radicamento emotivo e culturale, così come nessuna opera pubblica può essere davvero trasformativa se percepita come estranea, inservibile, e tantomeno nessun cambiamento politico, sociale o culturale che sia, può essere autentico se non nasce da una partecipazione informata, condivisa e consapevole, ma mai conflittuale e improduttiva. Solo così Capaccio Paestum potrà crescere rimanendo fedele a sé stessa: un luogo dove la ragione e l’emozione non si escludono, ma si completano nella lunga storia di una comunità che cerca, da sempre, la propria armonia. In un momento in cui la politica locale appare talvolta, se non sempre, frammentata, attraversata da polarizzazioni incomprensibile e cicli amministrativi non sempre lineari, il suggerimento è un ritorno alle origini del concetto di polis: una comunità che discute, si confronta, collabora, senza trasformare il dissenso in inimicizia. Gli eventi degli ultimi anni hanno talvolta ferito l’immagine pubblica della città, dimostrando quanto sia fragile un territorio quando perde il senso della propria voce unitaria sulla legalità e sulla moralità. Eppure, proprio tali ferite, se curate a modo, possono diventare occasione di rinascita.
Facendo ancora riferimento alla mia pubblicazione, i cui concetti basilari ho voluto traslare nell’attualità, nel contenuto c’è un messaggio finale e chiaro: Capaccio Paestum ha una storia potente e un’identità ricca, ma il suo futuro dipenderà dalla capacità della comunità di coniugare emozione e progetto, memoria e innovazione, unione e identità. Ethos e Pathos, e non per ultimo, andare anche alla ricerca in tutte le cose, in qualsiasi azione, del Logos, onorando così la “Retorica di Aristotele”, in quanto la “ragione” è lo “strumento” fondamentale per esercitare il pensiero razionale e trovare la benevola sintesi tra realtà e conoscenza.



