C’è un Paese che appare ricco di muri e povero di dimore. Lo racconta il Rapporto SVIMEZ 2025, che fotografa una realtà sconcertante: milioni di abitazioni vuote e, allo stesso tempo, migliaia di famiglie senza una casa stabile. Non è solo un dato statistico, è una crepa nella coscienza collettiva. E racconta molto più di una crisi immobiliare: racconta una crisi di giustizia sociale, di visione politica, di maturità civile.
Chi lavora sui rapporti della SVIMEZ svolge una funzione che va ben oltre l’analisi economica. È un lavoro di educazione pubblica, un esercizio di verità che spinge la società a guardarsi allo specchio. In questo senso, contribuisce a innalzare il livello di consapevolezza collettiva verso quella soglia etica che abbiamo chiamato EDEN, la Terra come casa comune, il luogo che ci è affidato prima ancora che conquistato. Ma prima di alzare lo sguardo alle stelle e misurare il nostro posto nella scala di Kardashev, dovremmo imparare a custodire chi vive accanto a noi, a partire dai bisogni fondamentali. E tra questi bisogni, il diritto alla casa è il primo gradino della dignità.
In Italia questo diritto esiste, ma troppo spesso resta un diritto dichiarato più che un diritto sostanziale. La Costituzione affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona, ma come si può parlare di libertà e sviluppo quando manca un tetto sicuro? Come possiamo stupirci se i giovani rimandano la scelta di avere figli, se le famiglie si assottigliano, se il Paese invecchia e si svuota, quando la stabilità abitativa è diventata un privilegio? Non si costruisce una vita sulla precarietà, non si mette al mondo una speranza quando il domani è un affitto che può essere revocato.
In Campania e nella provincia di Salerno, queste contraddizioni diventano visibili come ferite aperte. Qui l’abusivismo edilizio non può essere letto solo come illegalità, ma anche come una risposta distorta all’assenza di risposte. Quando lo Stato si ritrae, quando gli enti locali vengono lasciati soli, quando l’attesa si trasforma in abbandono, si risveglia un impulso primordiale: costruire per sopravvivere. È la logica antica del “chi fa da sé fa per tre”, senza una progettazione condivisa, senza una partecipazione comunitaria, senza un senso collettivo dell’abitare. Non è una giustificazione, è una lettura umana di un fenomeno umano.
Accanto a questa edilizia della necessità, convive l’altra faccia dello stesso territorio: la speculazione immobiliare. Quartieri che crescono come vetrine, palazzi di pregio pensati non per essere abitati ma per essere posseduti, il consumo di suolo come strategia di accumulazione. A sud di Salerno, come in altre parti della costa, si moltiplicano complessi residenziali che hanno i prezzi dei sogni di pochi e l’indifferenza verso i bisogni di molti. È qui che il paradosso si fa più doloroso: nuove case per pochi, attesa infinita per tutti gli altri.
Salerno diventa così simbolo di un problema nazionale. Da decenni non si assiste a una vera stagione di edilizia residenziale pubblica. Le graduatorie si allungano, i nomi si accumulano, le speranze si consumano. Il sistema vive quasi solo del ricambio naturale: qualche alloggio si libera quando un vecchio assegnatario scompare, e il diritto alla casa diventa una lotteria sul tempo biologico. Questa non è polemica, è realtà. È il racconto di un meccanismo che non riesce più a produrre soluzioni, solo gestione della scarsità.

Un’altra peculiarità italiana è la scelta, mai veramente discussa, di scaricare il peso di questa crisi quasi esclusivamente sugli enti locali. I Comuni diventano l’ultima trincea, senza risorse adeguate, senza una strategia nazionale. Nei Paesi più avanzati, come la Finlandia con il modello Housing First, la casa è considerata una politica centrale dello Stato. Lì il senzatetto non è una colpa individuale, ma un fallimento della comunità. Qui da noi è spesso il contrario: il discorso è frammentato, locale, emergenziale. Il risultato è che il diritto resta proclamato, ma non reso esigibile.
Tutto questo non è solo etica, è scienza. La psicologia dimostra che la precarietà abitativa produce ansia cronica e perdita di senso del futuro. La sociologia spiega come l’instabilità dell’abitare generi segregazione sociale. L’economia insegna che senza una casa stabile crolla la produttività e la capacità di progettare. La filosofia ci ricorda che la dignità umana passa per uno spazio inviolabile in cui poter essere sé stessi. La teologia sociale insiste da tempo sul binomio “terra, casa, lavoro” come struttura dei diritti fondamentali. Non è ideologia: è conoscenza accumulata.
Ed è qui che il discorso torna all’orizzonte più ampio. Abbiamo chiamato la Terra EDEN, e non solo per il valore simbolico della parola, ma perché l’EDEN è il luogo che ci è stato affidato e che dovremmo amministrare con saggezza. Se non riusciamo a garantire una casa nel nostro quartiere, nella nostra città, nella nostra regione, come possiamo immaginare una civiltà capace di prendersi cura del pianeta? Prima del dominio dell’energia, prima del salto al Livello 1 della scala di Kardashev, c’è un dovere più semplice e più difficile: non lasciare nessuno senza un tetto.
Forse il vero progresso non si misura dalla grandezza dei grattacieli, ma da una domanda silenziosa: quante persone, la sera, possono chiudere una porta alle spalle e sentirsi al sicuro? Finché questa risposta resterà incompleta, anche la nostra civiltà resterà sospesa tra ciò che dichiara di essere e ciò che riesce davvero a essere.



