Lo spopolamento dei piccoli comuni non è più soltanto una questione statistica o amministrativa: è un dramma sociale che attraversa l’Italia intera, dalle montagne alpine ai borghi costieri.
In molti paesi non nascono più bambini, i giovani scappano verso le città in cerca di lavoro e opportunità e gli anziani restano soli tra case vuote e piazze silenziose.

Gerardo Spira, ambasciatore della Fondazione Angelo Vassallo, osserva con lucidità e coraggio questa lenta agonia e lancia un messaggio chiaro: «I piccoli comuni si possono salvare».
Dott. Spira, perché oggi è così urgente parlare dei piccoli comuni italiani?
«Da molto tempo il problema non riguarda solo l’Italia, ma tutta l’Europa. I piccoli comuni rischiano di scomparire: molti sono già segnati con un puntino rosso sulla carta dello stivale. Altri vivono l’asma incurabile della prossima fine. Nei vicoli e nelle piazze si sente il silenzio di una predestinazione annunciata, mentre i giovani scappano e gli anziani restano soli».
Quali sono, secondo lei, le cause principali dello spopolamento?
«Le persone si muovono spinte da bisogni primari: lavoro, servizi e sicurezza sociale. Non dalla ricerca di profitto. La paura dell’isolamento spinge ad abbandonare casa, radici e tradizioni. Politologi, sociologi e studiosi sono concordi: i piccoli comuni non reggono la competizione con i centri più serviti e organizzati. La cultura capitalistica ha stritolato i vecchi sistemi di economia familiare e travolto storia, territorio e tradizione produttiva».
Gli interventi pubblici hanno inciso positivamente?
«Assolutamente no. Gli aiuti statali sono stati un fallimento: non hanno risolto i problemi, ma hanno alimentato clientele politiche e faccendieri. Una grande quantità di denaro pubblico è stata dispersa in progetti inutili, trasformandosi in una politica di rapina delle risorse locali».
Che fotografia ci danno oggi i dati ufficiali?
«Secondo l’ISTAT, l’80% dei piccoli comuni – che rappresentano il 48% del territorio nazionale – vive senza servizi e senza prospettive. Un terzo della popolazione, circa 15 milioni di cittadini, è intrappolato in territori abbandonati, segnati da spopolamento e invecchiamento. Nel 2023, in ben 341 comuni italiani non è nato nessuno. Se non invertiamo la rotta, tra venti o trent’anni molti borghi saranno solo cumuli di pietre senza vita, musei a cielo aperto della nostra memoria».
E allora, cosa si può fare per evitare questa fine?
«La soluzione sta nella capacità storica dei piccoli comuni di reagire. Devono essere i giovani l’anima di una nuova visione, portatori di un processo di aggregazione e di recupero dei valori che hanno fatto la forza delle comunità. Lo Stato deve fare la sua parte: non più assistenzialismo, ma strumenti concreti per accompagnare i comuni in un percorso di aggregazione obbligatoria».
Si riferisce all’Unione dei Comuni prevista dall’art. 32 del D.Lgs 267/2000?
«Esatto. Oggi la legge lascia la facoltà di unirsi, ma pochissimi comuni lo hanno fatto. Io dico che la norma va modificata: serve l’obbligo di aggregazione, con Regioni competenti a fissare gli ambiti territoriali. Solo così i piccoli comuni potranno ragionare come una città: un solo consiglio, una sola giunta, un solo bilancio e un’organizzazione amministrativa snella ed efficiente».
Non c’è il rischio di perdere l’identità?
«L’identità non si perde. Al contrario, la si rafforza dentro un progetto condiviso. Nessuno vuole cancellare i nomi dei nostri paesi, ma è indispensabile superare i campanilismi e costruire una nuova comunità territoriale. È questa la chiave per salvare i piccoli comuni dallo spopolamento e aprire una nuova stagione di sviluppo».



