La scomparsa del Professore Luigi Labruna, Docente ordinario di Diritto Romano alla Federico II°, già Preside di Facoltà, luminare del Diritto di fama nazionale ed internazionale, ha raccolto giudizi unanimi nel cordoglio per la perdita di una figura di così alto rango accademico.

L’essere poi di origini cilentane, precisamente vallesi, ha toccato l’orgoglio dei media e della politica, puntuali nel ricordare, solo dopo, il valore dei figli migliori di questa terra.
Sia ben chiaro: anche in passato sono stati celebrati, “post mortem”, altri illustri cilentani, dopo lunghe e colpevoli amnesie.
Indubbiamente questo territorio negli anni ha contribuito a formare l’impalcatura della classe dirigente italiana, nelle università, nella magistratura, nelle istituzioni pubbliche, nelle professioni, nelle aziende, nella diplomazia, fornendone linfa vitale, sottratta al corpo di un territorio di per sé già privo di risorse economiche.

Un danno doppio che ha impoverito oltremodo il Cilento.
Una classe politica, consapevole davvero di tale enorme gap, avrebbe fatto ponti d’oro per attingere al sapere di questi luminari.
In parallelo, invece, abbiamo assistito al precipitare del livello dei protagonisti della vita pubblica.
Basti vedere lo standard di certi curriculum per rendersene conto, non solo nelle assemblee elettive, seppure libere e sovrane, quanto nelle nomine dei consigli di amministrazione, nei direttivi, negli incarichi professionali.

Una girandola di nomi dalla dubbia consistenza culturale e professionale, autentica cartina di tornasole di un sistema di cooptazione familistico ed amorale, sovente con passaggi da padre a figlio, fino ai nipoti.
Sarebbe bastato poco per alzare l’asticella della qualità, attingendo a questo immenso serbatoio di intelligenze, non solo per governare con capacità le istituzioni pubbliche, quanto per elaborare e realizzare progetti validi, agganciando i destini del Cilento alle dinamiche nazionali ed internazionali, evitando di sacrificare il nostro futuro sull’altare della mediocrità.
Forse era più facile avere gente addomesticata ed obbediente a certi input, per mantenere il consenso ed il potere.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Lo spopolamento, la decrescita economica, una nuova e più estesa emigrazione intellettuale, sono il frutto anche di certe scelte sbagliate.
In un periodo in cui la politica locale si contrappone sulla tenuta dei conti pubblici, il vero bilancio da fare sarebbe quello del merito e delle capacità riconosciute effettivamente nei posti chiave della pubblica amministrazione, nella rappresentanza politica ed in quello degli incarichi professionali



