Nel paese d’origine, la scrittrice presenta il suo secondo romanzo: un’opera intensa che intreccia famiglia, religione popolare e desiderio di liberazione.
A Felitto, nella cornice di pubblico predisposta dall’Associazione Gruppo di Lettura “Librinsieme”, Monica Acito ha presentato “La carità carnale”, il suo secondo romanzo, in un incontro partecipato e intenso che ha restituito al pubblico non solo il senso del libro, ma anche alcuni dei nuclei più profondi della sua scrittura.

L’incontro si è aperto con un momento particolarmente toccante: un omaggio allo zio Giuseppe Gnazzo, figura cara all’autrice, “che avrebbe meritato di più dalla vita”. A lui Monica Acito ha dedicato una lettera, letta in apertura, che ha subito dato alla serata un tono umano, intimo e profondamente radicato nella memoria familiare e comunitaria.
Raccontare Monica Acito non è semplice. Raccontarla oggi, dopo “Uvaspina” e alla luce di questo nuovo romanzo, lo è ancora meno. La sua è infatti una scrittura che non si lascia addomesticare: è viscerale, inquieta, attraversata da tensioni profonde che mettono in crisi ogni lettura superficiale.

La presentazione felittese ha assunto per questo un significato che va oltre la semplice occasione editoriale. È stata il ritorno di una scrittrice nel proprio paese d’origine, davanti a una comunità fatta di lettori, amici, conoscenti e familiari. Un pubblico in gran parte femminile, ma punteggiato anche da presenze maschili, ha seguito con partecipazione il dialogo attorno al libro. Molto apprezzata anche la lettura dei brani affidata a Maria Rosa Di Ruocco, brava dicitrice, capace di restituire con misura e sensibilità le tensioni del testo.
Nel corso dell’incontro, Monica Acito ha però tenuto a precisare più volte un punto fondamentale: “La carità carnale” è un romanzo di invenzione, frutto di fantasia. Non un saggio, non una trascrizione del reale, non un racconto autobiografico. È una precisazione decisiva, perché orienta correttamente anche la lettura critica dell’opera. Il romanzo può nascere da atmosfere, suggestioni, memorie culturali, ma non va letto come la riproduzione diretta di persone, fatti o luoghi reali.
E tuttavia, proprio come accade nella narrativa più autentica, l’invenzione si nutre di una materia viva. Il centro del romanzo appare chiaro: il corpo femminile come luogo di potere, guarigione e scandalo.
Attraverso la figura di Marianeve, dotata di un dono che la rende insieme salvifica e inquietante, il romanzo mette in scena un’ambivalenza radicale: il corpo che cura è lo stesso che espone, che genera devozione e insieme sospetto, che può essere guardato come santo oppure come impuro. Da santa a demone, fino alla degradazione, il passaggio è breve. Ed è proprio questa tensione a rendere il racconto così disturbante e necessario.
In questo quadro si inserisce la figura di Sarchiapone, padre ingombrante, presenza che segna e condiziona. Il rapporto tra figli e padri diventa uno dei nuclei più dolorosi del romanzo: non un legame rassicurante, ma un campo di attrito, fatto di amore e vergogna. Vergognarsi del padre imperfetto è una delle verità più dure che affiorano nel libro, senza sconti e senza semplificazioni.
Accanto a questo, la figura materna si muove in un territorio ambiguo, segnato da omissioni e menzogne. Il richiamo alle “menzogne della bugiarda” suggerisce un universo familiare complesso, in cui la parola può proteggere ma anche alterare, consolare ma anche manipolare.
Le figure femminili si moltiplicano e si sdoppiano. Giulia De Marco, veggente e guaritrice, incarna quella dimensione sospesa tra sacro e superstizione che attraversa tutto il romanzo. È un universo in cui religione, visioni, processioni e devozioni popolari costruiscono un immaginario potente, ma anche soffocante. Anche il riferimento a figure martiriali, come San Ciriaco, restituisce un senso diffuso di corporeità ferita, di sacrificio e di espiazione.
Il paesaggio non è mai semplice sfondo. Camfora, come precisato dall’autrice nel corso dell’incontro, non è la trasposizione di un luogo reale, ma un nome scelto per la sua sonorità, poi diventato uno spazio narrativo autonomo, capace di raccogliere e trasformare elementi riconoscibili del territorio. È un altrove che richiama il Cilento, il Cervati, il Calore, il colore degli ulivi, un mondo che continua a serpeggiare dentro la lingua e dentro le immagini, ma che appartiene pienamente all’invenzione narrativa.
Se il Cilento resta una materia profonda dell’immaginario, Napoli appare invece come il luogo dello scontro. Il rapporto con la città è crudo, privo di idealizzazioni. Napoli è esperienza, attrazione, eccesso, urto con la realtà. Ed è dentro questo rapporto che si colloca anche la voglia di “fuire”, di andarsene, di sottrarsi a un destino percepito come troppo stretto.
Forte è anche il tema della classe sociale di partenza, vissuta come una “palla al piede”. Da qui nasce il rischio del rinnegarsi da sola, del prendere distanza dalle proprie origini per potersi autorizzare a diventare altro. Ma la scrittura di Monica Acito si muove proprio dentro questa contraddizione: fuga e appartenenza, rifiuto e memoria.
La struttura del romanzo, affidata a due voci narranti, rafforza ulteriormente questa complessità. Non esiste una verità unica, ma un intreccio di prospettive, di scarti, di ambivalenze che impedisce al lettore ogni appiglio comodo.

Felitto, accogliendo Monica Acito, non ha semplicemente ospitato la presentazione di un libro. Ha assistito al ritorno di una scrittrice che, pur rivendicando con chiarezza la natura interamente fantastica del suo racconto, continua a trasformare in letteratura tensioni, paesaggi, simboli e inquietudini che appartengono a un mondo umano e culturale profondo.
“La carità carnale” conferma così una scrittura che non consola, ma espone. Non semplifica, ma scava. E proprio per questo si impone come una delle esperienze narrative più intense e riconoscibili della scena contemporanea.



