A fine 2025 ho incontrato tre poeti cilentani di cui avevo in precedenza scritto e di cui mi ero riproposta di tornare a parlare. Affiancata nella conduzione da Angelo Cortazzo, avevo moderato l’evento che si è svolto nell’Aula Consiliare di Vallo della Lucania: una serata del format “Giornate del Patrimonio cilentano” ideato da Aniello Amato.
Innocenzo Bortone ha curato la raccolta di poesie in vernacolo camerotano “Poi le scriverò. Ho ancora altre 10/12 cose da fare””, scritte dal padre Rosalbo Bortone, artista e poeta. Nato a Camerota e cresciuto nel ‘Chivo’, Rosalbo Bortone è un poeta dall”artistica pigrizia’, che lo porta a rimandare la conclusione di ogni cosa a un domani imprecisato, (di qui il sottotitolo della raccolta) a cui si contrappone ‘una sorta di smania di perfezionismo’, scrive il figlio Innocenzo, che ha deciso di non affiancare il vernacolo una ‘traduzione’ in italiano per non perdere l’autenticità della parola. Della poesia di Rosalbo ho particolarmente apprezzato le poesie a carattere sacro, dalle quali si evincono la profonda religiosità e la competenza artistica del poeta. Emozionano poi quelle dedicate al suo borgo, come ‘U vicu miu’ e ‘ ‘A casa mmia’. Innocenzo ha ereditato dal padre una sincera vena poetica che lo ha spinto a diventare a sua volta un poeta dall’animo profondo e sensibile. Emozionante è stato sentire la poesia che Innocenzo ha scritto e declamato, ispirato dal mio romanzo “Mirari”.
Michele Savino è il poeta ingegnere autore de “La voce delle pietre”, una silloge poetica che parla di spopolamento e di emigrazione. Scritte in dialetto cilentano, il volume racconta storie di vita al focolare, di addii, di partenze e di abbandono. Il giovane ingegnere di Catona scrive in dialetto: la lingua delle radici, la lingua della sua terra, la lingua delle sue pietre. Accanto ad ogni poesia Savino riporta il testo in italiano perché tutti possano ascoltare la voce delle pietre. Le pietre del piccolo borgo cilentano, Catona, testimoniano il passato e le tradizioni, parlano di spopolamento, di amore nostalgico per il paese delle origini, mostrano il dolore che si prova nel dover abbandonare il paese d’origine e nel dover assistere al suo inesorabile declino. I versi di Savino raccontano con sincerità e saggezza, con toni a volte ironici e a volte amari, ma sempre autentici.
Domenico Del Duca, originario di Sapri, scrive proverbi, detti e scioglilingua del basso Cilento nel suo volume “Pòvere che càre e cerca aiùte”. Il volume raccoglie testimonianze che giungono a noi da un passato lontano e autentico la cui profondità sarebbe difficilmente, oggi, replicabile. Il nitore del messaggio lanciato da questo libro di detti, proverbi e filastrocche lo rende denso di valori metaforici e di momenti poetici, ecco perché lo accosto per profondità di significato alla poesia. La raccolta è iniziata il 3 febbraio 1996, sebbene l’autore abbia sentito assai prima il bisogno di raccogliere la ricchezza culturale della vocazione rurale della propria terra. Del Duca testimonia il nostro passato, i momenti di vita dell’epoca, le tradizioni che non ci sono più: questo rende il volume attuale e presente. In dialetto cilentano, Del Duca tramanda la memoria che andrebbe perduta, tramanda un patrimonio immateriale che se non custodito andrebbe perso.

Bortone, Savino e Del Duca, poeti cilentani che scrivono di un antico passato, pongono con le loro opere riflessioni attualissime e urgenti: mai come in questo periodo storico, in cui lo spopolamento e l’emigrazione del Cilento aumentano in modo esponenziale, occorre ascoltare la poesia antica del Cilento!



