Tra visione strategica e dinamiche territoriali, il rischio è una frammentazione mascherata da progetto condiviso

Nel dibattito sulla costituzione della DMO per il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni emerge con sempre maggiore evidenza un paradosso che merita di essere analizzato senza infingimenti: mentre si invoca con forza l’unità, i fatti sembrano muoversi nella direzione opposta.
La linea espressa dal Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni è chiara: costruire una DMO unica, capace di rappresentare in modo coerente e riconoscibile l’intero territorio su scala nazionale e internazionale. Una visione condivisibile, che affonda le sue radici nella stessa ratio istitutiva del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, concepito come strumento di coordinamento sovracomunale e di sintesi tra identità diverse.

Eppure, parallelamente, prende corpo una dinamica ben diversa. La proposta della DMO “Cilento e Vallo di Diano”, che aggrega 50 comuni e oltre 42.000 posti letto, sostenuta da sistemi territoriali come Gelbison e Cervati, Lambro e Mingardo, Alto Calore Salernitano, Vallo di Diano, Alento Monte Stella e Bussento, evidenzia un peso territoriale e organizzativo tale da ridefinire, nei fatti, gli equilibri del sistema.
Non si tratta solo di numeri: si tratta di capacità di incidenza, massa critica e legittimazione operativa. In questo contesto, il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni rischia di trovarsi in una posizione paradossale: promotore di una visione unitaria, ma al tempo stesso progressivamente surclassato da aggregazioni territoriali più strutturate e coese, in grado di orientare concretamente le scelte strategiche.

Il risultato è uno scollamento sempre più evidente tra il piano delle dichiarazioni e quello della realtà. L’unità evocata dal Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni rischia di restare un obiettivo astratto, mentre sul terreno si consolidano blocchi territoriali riconoscibili, che già oggi si organizzano secondo logiche autonome e coordinate.
Più che un percorso lineare verso una governance condivisa, ciò che si intravede è un piano inclinato che potrebbe condurre alla nascita di due o più DMO, espressione di aggregazioni territoriali già strutturate, con inevitabili sovrapposizioni, duplicazioni e dispersioni di risorse. Una moltiplicazione di strutture che, lungi dal rafforzare il sistema, rischia di indebolirlo, frammentando l’identità complessiva del territorio.

Ed è proprio qui che il paradosso si compie: nel momento in cui si tenta di costruire un brand territoriale unitario, si rischia di produrre una rappresentazione divisa, meno leggibile e meno competitiva sui mercati.
In questo scenario si impone anche una riflessione ulteriore sul ruolo stesso del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Più che inserirsi, direttamente o indirettamente, nel confronto tra diverse ipotesi di DMO, il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni avrebbe forse dovuto mantenere una posizione di maggiore autonomia e terzietà, facendo valere fino in fondo la propria natura di ente di governo territoriale.
Il rischio, infatti, è che, accodandosi alle dinamiche in atto, il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni finisca per ridurre il proprio ruolo a quello di un attore tra gli altri, smarrendo quella funzione di indirizzo, coordinamento e sintesi che il legislatore gli ha attribuito.
Il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni non è un soggetto settoriale. Le sue responsabilità travalicano la sola promozione turistica e investono ambiti ben più ampi e strategici: la tutela e valorizzazione dell’ambiente e della biodiversità, la pianificazione territoriale e paesaggistica, la salvaguardia degli equilibri ecosistemici, la promozione di modelli di sviluppo sostenibile, la regolazione delle attività compatibili, la valorizzazione del patrimonio culturale e identitario e il coordinamento tra enti locali in una logica sovracomunale.
In questa prospettiva, il turismo rappresenta una leva fondamentale, ma pur sempre uno strumento e non il fine dell’azione del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni.
Proprio per questo, anziché partecipare a una dinamica che rischia di frammentare ulteriormente il quadro, il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni avrebbe potuto esercitare un ruolo diverso: quello di garante dell’unità, capace di tenere insieme i diversi soggetti e orientare il processo verso una sintesi autentica, evitando derive competitive tra modelli organizzativi.
Così non è stato — o, quantomeno, così non appare — e il risultato è un ulteriore elemento di criticità: un Ente chiamato a rappresentare l’unità del territorio che si trova, di fatto, immerso in una dinamica che tende a dividerlo.
La questione, allora, non è semplicemente quale DMO nascerà, ma quale idea di territorio prevarrà: quella unitaria disegnata dal Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni o quella, già strutturata e territorialmente organizzata, che si esprime attraverso aggregazioni come Gelbison e Cervati, Lambro e Mingardo, Bussento, Alento Monte Stella, Alto Calore Salernitano e Vallo di Diano.

Perché il punto non è creare una DMO, ma evitare che diventi l’ennesimo contenitore. Il punto è capire se il Cilento vuole presentarsi come un sistema o come una somma di parti. E, soprattutto, chi avrà la forza — e la legittimazione — per guidare questo processo senza tradire l’idea originaria di unità che ha dato senso all’esistenza stessa del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni.
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La modifica più utile che ho fatto è soprattutto questa: ho lasciato intatta la tua tesi, ma ho reso il testo più netto, meno ridondante e più giornalistico. Il titolo, così com’è, funziona bene. L’unica alternativa ancora più forte sarebbe: “Destination Management Organization, il progetto che divide in due il Parco”.



