Nel segno degli ottocento anni dal Transito del Poverello
Letteratura e spiritualità | Un omaggio poetico e narrativo al Santo di Assisi nel cuore del Giubileo francescano 1226–2026
All’ignoto lettore,
interrompo questo mio solitario cammino, intrapreso nel tempo del Covid tra i sette più uno Pitagorici della grande Scuola di Poseidonia, per volgere ora lo sguardo a un’altra luce, più antica e più ardente: Francesco d’Assisi, il Poverello che fece di sorella povertà gioia e perfetta letizia.
Questa Epistola, ideata e verseggiata da Gaetano Ricco, nasce per onorare, nell’ottocentesimo anno del suo Transito, il più piccolo dei frati, colui che seppe trasformare la nudità in ricchezza e l’umiltà in rivoluzione.
Prologo

Si vanti pure e gridi alto il nome di Francesco la magnifica città di Assisi.
A Francesco, figlio di Pietro di Bernardone e di Madonna Pica, che fece della povertà la sua sposa e della letizia il suo vessillo.
Come lo descrisse Tommaso da Celano, era bello nella sua innocenza, puro nel cuore, fedele nell’obbedienza, efficace nell’azione, assorto nella contemplazione e sempre uguale a se stesso: serafico nello spirito, saldo nella virtù.
L’Epistola
Volgevano al termine i tuoi giorni, maestro Francesco, quando chiedesti di essere portato alla Porziuncola, là dove tutto ebbe inizio, perché nudo sulla nuda terra potessi sigillare il tuo primo comandamento. Era la sera del 3 ottobre 1226, e mentre la Chiesa entrava già nel giorno del Signore, uno stormo di allodole – le tue amate allodole – si levò in volo, annunciando al mondo la tua nascita al cielo.
Non eri morto, maestro, ma vivo di quell’ardore serafico che Tommaso cantò. Vivo nell’amore per quella donna che chiamasti Povertà.
Lontana fu da te, all’inizio, quella sposa. Cavaliere giovane, diretto alla guerra, sulla via di Spoleto una voce ti fermò: “Perché abbandoni il padrone per seguire il servo?” Tornasti indietro, obbediente, e ad Assisi Cristo ti attendeva. Lo riconoscesti nel lebbroso che abbracciasti nella pianura, mutando per sempre il tuo cuore.
Poi San Damiano, la voce del Crocifisso, la chiamata a riparare una casa che era il mondo intero. E infine lo spogliarti di tutto, nudo davanti agli uomini, per consegnarti all’abbraccio della tua sposa eterna.
La tua “pazzia” contagiò molti. Nacque l’Ordine, nacque la Regola: nulla possedere, nulla appropriarsi, vivere di elemosina e fiducia. Crebbero i frati, vennero i Capitoli, le stuoie alla Porziuncola, l’incontro con Domenico, il viaggio dal Sultano, la prova davanti all’Imperatore.
E quando il tuo corpo cedette, sul Monte della Verna, ricevesti il sigillo supremo: le Stimmate, segno di piena appartenenza al Cristo crocifisso. Nel dolore cantasti ancora la letizia.
A Greccio, donasti al mondo il primo presepe. Nella notte della nascita, rendesti visibile l’invisibile. E ancora oggi, dopo secoli, quel gesto ci governa e ci commuove.
Infine il Cantico delle Creature, dettato a frate Leone: lode al Sole, alla Luna, al Fuoco, alla Terra, alla Morte. Un inno che ancora insegna a non temere, se ci lasciamo trovare nella volontà dell’Altissimo.
Così, nella notte del tuo Transito, mentre le allodole cantavano, salisti alla gloria.
Epigrammi e chiusa
“Ascesi mi generò, mi rapì madonna Povertà
e ora mi tiene dell’Inferno il Colle.”
E ancora:
“Umile la tua parola chiamò tutti fratelli,
e con gli animali il lupo divenne agnello.”
Chiusa nelle ore matutine del giorno della Beata Vergine di Loreto, anno del Signore 2026.
Postilla
Pietro Lombardo da Lumellogno, compagno di cammino e correttore fraterno, ha voluto accompagnare questa Epistola non per chiuderla, ma per consegnarla a un respiro più ampio. Perché il cammino di Francesco non chiede parole, ma passi.
Laudato sii
Laudato sii per la speranza che hai lasciato al mondo.
Per la povertà che salva dalla barbarie.
Per la pace che nasce dalla mitezza.
Per la luce che ancora rischiara le rovine.
Amen.



