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Questa Epistola ideata, stesa e verseggiata da Gaetano Ricco, intende di lodare il canto solenne di Colui che per il suo Innominato dell’Eterno mi accese il fuoco.

Melbourne è stata l’inizio e la conclusione del nostro viaggio australiano, ma soprattutto il luogo nel quale abbiamo ritrovato una parte della nostra storia familiare e di quella grande diaspora cilentana che qui, dopo generazioni, continua a riconoscersi.

Grande, aperta, internazionale. Una città che sembra aver imparato da tempo a convivere con il mondo intero e nella quale l’acqua non costituisce un confine, ma penetra nella terra, crea baie, insenature, approdi e continua a ridisegnarne il paesaggio.

La scuola rappresenta il primo vero banco di prova. Non solo per l’apprendimento, ma per il confronto quotidiano con una società diversa.

Eppure, proprio dentro quelle difficoltà nasce una forma di resistenza, fatta di determinazione e, come qualcuno ricorda, anche di ironia, necessaria per affrontare i momenti di isolamento.

Arrivato in Australia tredici anni fa con un Working Holiday Visa, ha attraversato il Queensland e Melbourne prima di fermarsi a Sydney. Dalla ristorazione alla scelta imprenditoriale, poi il matrimonio con Adriana e la nascita di Raffaele. Una nuova vita costruita lontano dall’Italia senza perdere il legame con Napoli

Nato in Australia da genitori italiani, ha conosciuto gli “sfottò” riservati ai figli degli emigrati, ha imparato presto a muoversi tra due lingue e due culture e ha trasformato la capacità di parlare e creare relazioni nel proprio mestiere. Oggi guida un’attività nel settore del cemento che impiega oltre cento persone, senza perdere il filo che lo lega a Rofrano.

«Sono originaria di Roccadaspide. La mia storia all’estero è iniziata nel 2008, quando ho cominciato a viaggiare per lavoro. Sentivo che l’Italia, da un certo punto di vista, mi stava un po’ stretta: avevo il desiderio di crescere e mettermi alla prova in contesti diversi».

Per Aldo Ventieri, nato a Rofrano, il viaggio verso l’Australia comincia così: da bambino, con appena la seconda elementare alle spalle, senza conoscere l’inglese e con una famiglia che, come tante in quegli anni, si era trasferita dall’altra parte del mondo un pezzo alla volta.