Il volume “Il Cilento che resta: tra identità e territorio”, contiene una serie di saggi di Luigi Leuzzi, psichiatra e antropologo, in cui vengono tematizzati i simboli e i significati di una storia millenaria attraverso una visione ermeneutica e mitoarcheologica, in cui l’Autore ha divulgato un approccio ermeneutico per la comprensione degli aspetti salienti che rappresentano i caratteri peculiari dei fenomeni antropologici e e culturali del passato e della contemporaneità delle antiche terre del Cilento e della Lucania Occidentale.
La copertina in un libro è un interpretante molto significativo. Mi pare che esprima con bella evidenza almeno un auspicio, al di là che voglia o meno indirizzare o condizionare la lettura del contenuto dell’opera: l’auspicio che le figure che contiene si liberino dalla mortificante costrizione, rappresentata da una sorta di pesante imbragatura che ne mortifica gli sforzi per liberarsi costringendone la monoliticità in un velleitario groviglio. Secondo lei, è esatta questa mia interpretazione che vi vede come il simbolo di un Cilento ancora troppo irretito da ataviche tare e pregiudizi?
L’immagine di copertina del testo “Il Cilento che resta: tra identità e cambiamento” a cui si riferisce attiene all’opera intitolata “Leud” che è stata scolpita da Rabarama, pseudonimo di Paola Epifani. La scultura rappresenta due figure che si abbracciano ed è ispirata simbolicamente ai temi fratellanza e al senso di comunità che si costituisce nell’accettazione della diversità. Ho scelto tale produzione artistica perché, al di là del significante che rimanda alla solidarietà, è espressione di una technè, di un saper fare e di una creatività attuale dell’artista in quanto attestazione di una modalità di esserci surmoderna in cui è implicito un graduale disvelamento dell’alterità per poi riconoscersi in un continuo divenire tipico di una società ancestrale che si confronta con un processo di glocalizzazione dove ciascun luogo antropico traspone una identità nucleare in una evoluzione in cui ci si confronta con l’altro da sé ed il mondo globale.
Lei fa all’inizio del terzo capitolo un’importante precisazione sul ‘numinoso’, che sarebbe in via di sparizione dalla cultura contemporanea e in particolare, mi pare, anche dal nostro Cilento. Ricordo che questo termine è stato usato dallo storico delle religioni Rudolf Otto per descrivere qualcosa che attiene al sacro, qualcosa di radicalmente e totalmente diverso da ciò che è umano. Può spiegarla e fornire qualche esempio in proposito?
il numinoso attiene al sacro e rimanda ad un Ente trascendente che conduce ad una condizione originaria, in una lichtung (raduna dell’essere) dove la conoscenza avviene per adombramenti e disvelamenti in senso heideggeriano ed è quindi espressione dell’anima mundi come attestato dalla psicologia archetipica proposta da James Hillman in quanto attiva un dialogo con l’immaginario evocato dal nostro paesaggio antropico ormai caduto in disuso. Lo sguardo orientato in senso antropologico-culturale coglie dunque una civiltà che ha dismesso apparentemente le sue consuetudini ancestrali e quasi rimane presepificato nella nostalgia di un improbabile ritorno.
Un’ultima domanda. Lei parla di ‘disagio dell’incontro’ che è condizione di trasformazione, come se il passato e il presente debbano essere una prefigurazione del futuro, della trasformazione che dobbiamo operare. Il Cilento, secondo lei, è capace di attuarlo? E su che basi?
Lo stesso linguaggio e specie il dialetto appaiono desueti e ciascuno avverte il disagio di chi abita i luoghi delle origini e viene ad esserne vincolato con il vissuto corporeo mentre la mente vaga verso altre mete, questo è il tema sviluppato da Vito Teti come restanza quasi a celebrare un eterno ritorno in cui ciclicamente non c’è alcuna apertura di senso se non transitando verso un futuro contingente nel confronto con le altre realtà antropiche di una società liquida . Un tempo ellittico accoglie una spazialità espansa e contratta allo stesso tempo nella istantaneità e nella presenza puntiforme se non ci si mette in discussione e ci si confronta con le ombre del passato. Il numinoso dunque apre uno squarcio nella mondanità ed immette in traiettorie di sviluppo e trascendenza; in altri termini diviene “elan vital”, dove ‘immanenza’ attiene alla contemporaneità del passato con il presente, mentre il futuro si radica nel passato mentre ci confronta con l’imprevedibilità del divenire.
Luigi Leuzzi è autore di numerosi volumi che riportano i suoi studi antrolopogici, mitoarcheologici e megalitici, e che esplorano numerose tematiche, come l’identità territoriale, il ‘Genius Loci’, la Grande Madre, il narcisismo nella società contemporanea.
“Il Cilento che resta: identità e territorio” è un lavoro di Luigi Leuzzi che riprende e amplia le linee di ricerca già tracciate nei volumi (tutti disponibili su Amazon): “Megalistismo nel Cilento e nella Lucania Occidentale: Tra indicatori etno-culturali e corrispondenze mito-archeologiche”, “Il Cilento, un’isola: iterazioni e comparazioni identitarie”, “Il codice morfologico del megalitismo nel Cilento: immagine e trascendenza”, “Identità Evolutive: Studi e ricerche sul Cilento” (di cui è coautore con Pasquale Martucci), “Sacred architecture of the megalithism in Cilento: Digression on the teme of identity”, “Considerazioni in tema di communitas nel Cilento: dalle origini alle transazioni evolutive: Origini, significati e simboli del Cilento tra tradizione e cambiamento”.




1 commento
Un’intervista che costituisce (o può costituire) una pietra miliare per la conoscenza di un intellettuale come Leuzzi con cui l’intelligenza non soltanto cilentana dovrà fare j conti per capire identità e destino delle piccole comunità…Onore al merito dell’intervistatrice che tra seconda e terza domanda lo ha fatto evidenziare.