Sesta domenica per annum: dal Siracide al Vangelo di Matteo, la fede cristiana come interiorità, responsabilità e amore che supera la norma
La Sesta domenica del Tempo Ordinario propone una riflessione profonda sul senso della Legge nella vita del credente. Le letture bibliche — Siracide 15,15-20; 1 Corinzi 2,6-10; Matteo 5,17-37 — mostrano un percorso che va dalla sapienza dell’Antico Testamento fino alla rivelazione piena in Cristo: la Legge non come codice giuridico, ma come luce per i passi dell’uomo e fonte di vita interiore.

La Legge come scelta di vita
Il Siracide riassume la tradizione sapienziale ebraica: l’uomo è posto davanti alla libertà della scelta tra bene e male, vita e morte. Non un destino imposto, ma una responsabilità personale:
«Se vuoi, osserverai i comandamenti; l’essere fedele dipende dal tuo buon volere» (Sir 15,15).
La Legge è quindi orientamento etico ed esistenziale, non costrizione. L’uomo giusto la vive come via di gioia e non come peso.
La sapienza cristiana: dono e grazia
Nella Prima lettera ai Corinzi, Paolo presenta la vera sapienza cristiana: non quella dei ragionamenti umani, ma il mistero di salvezza rivelato in Cristo. La fede è adesione al disegno d’amore di Dio, che salva gratuitamente.
Per questo l’apostolo contrappone alla casistica legalistica dei rabbini la Grazia, che non abolisce la Legge ma la trasfigura nel rapporto personale con Dio.
«Fu detto… ma io vi dico»
Nel Vangelo di Matteo, dopo le Beatitudini e l’immagine del sale e della luce, Gesù entra nel cuore del discorso sulla Legge. Egli afferma con solennità:
«Non sono venuto ad abolire la Legge, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17).
Il riferimento alla minuscola lettera jod dell’alfabeto ebraico indica che nulla della Torah viene annullato. Ma Gesù ne rivela il significato più profondo: la Legge non è minuzia formale, bensì radicalità interiore.
Dal gesto al cuore
Le antitesi evangeliche («Fu detto… ma io vi dico») non contraddicono la Legge mosaica: la portano alla radice.
Non uccidere diventa rifiuto dell’odio e dell’indifferenza.
Non commettere adulterio diventa purezza dello sguardo e rispetto della persona.
Non giurare diventa limpidezza della parola.
Gesù sposta il centro dalla norma esterna al cuore dell’uomo, luogo della decisione morale. Già i rabbini insegnavano che «chi odia il fratello è omicida»; Gesù svela che la mitezza è la vera osservanza del comandamento.
La religione dell’interiorità
Il Vangelo non introduce una morale più severa né più permissiva: inaugura la religione dell’interiorità. L’adulterio, ad esempio, non è solo l’atto, ma il desiderio che trasforma l’altro in oggetto. Il peccato nasce quando la relazione viene adulterata, cioè falsificata.
Gesù non chiede eroismi impossibili, ma autenticità: vivere ogni situazione con cuore sincero. Da qui l’invito essenziale:
«Il vostro parlare sia: sì, sì; no, no» (Mt 5,37).
La verità non ha bisogno di giuramenti: nasce dalla coerenza della persona.
La Legge compiuta nell’amore
Gesù non oppone Legge e libertà, ma Legge e amore servile. L’obbedienza autentica non nasce dalla paura, ma dal timore di Dio, cioè dal rispetto amoroso del suo progetto.
Osservare il Vangelo non significa aggiungere pesi, ma vivere con un cuore ordinato dall’amore. La misericordia, ricorda la tradizione cristiana, avrà sempre l’ultima parola sulla debolezza umana.
Una chiamata alla totalità
La pagina evangelica invita a superare la religione delle minuzie per entrare nella totalità dell’amore. Il cristiano non è l’uomo del dettaglio formale, ma dell’unità interiore.
Gesù porta a compimento la Legge perché ne svela l’anima: la relazione tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e l’altro, tra l’uomo e se stesso.
La Legge del Vangelo non stringe: libera.
Non pesa: orienta.
Non impone: trasforma il cuore.



