Cinquant’anni di storia, tre finanziamenti sfumati e un futuro ancora incerto: il racconto di un presidio agricolo fondamentale per la Piana del Sele
C’è una storia che attraversa mezzo secolo e racconta, meglio di tante analisi, il rapporto tra territorio, agricoltura e politica nella Piana del Sele. È la storia del Mercato ortofrutticolo di Paestum, nato come motore economico e oggi sospeso tra sopravvivenza e rilancio.
Nascita e funzione strategica
Il mercato nasce nel 1973, grazie agli interventi della Cassa per il Mezzogiorno, in un territorio a forte vocazione agricola. L’obiettivo era chiaro: creare un centro di raccolta, lavorazione e distribuzione per sostenere i produttori locali e organizzare la filiera.

Per anni il mercato ha rappresentato un punto di riferimento per l’intero comprensorio. La presenza di numerosi operatori e il conferimento quotidiano di prodotti ne facevano una infrastruttura economica centrale.
La trasformazione e il declino
Oggi quello scenario è cambiato profondamente.
“Vent’anni fa le ditte concessionarie erano 30, oggi sono 16”, spiega il presidente Vittorio Merola, alla guida del Consorzio da nove mandati consecutivi.
Il dato è emblematico. Il calo non è solo numerico, ma strutturale.
“La verità è che non abbiamo fatto quell’adeguamento necessario. Non abbiamo una struttura moderna e certificata e stiamo pagando le conseguenze”.
Nel frattempo è cambiato anche il sistema produttivo:
l’ortofrutta ha lasciato spazio, in larga parte, al lattiero-caseario e alle colture foraggere.
“Oggi circa l’80% dei prodotti arriva da fuori regione o dall’estero”.
Il mercato, da luogo di raccolta della produzione locale, è diventato progressivamente un nodo commerciale più ampio, ma meno radicato nel territorio.
Una governance che si è svuotata
Anche la struttura societaria ha subito una trasformazione.
Originariamente il Consorzio era composto da più enti pubblici. Oggi, invece:
- sono usciti Regione Campania e Provincia di Salerno
- restano il Comune di Capaccio Paestum e il Consorzio di Bonifica
- insieme alle ditte concessionarie, obbligate a essere socie
Un assetto che ha progressivamente ridotto il peso pubblico e aumentato l’incertezza decisionale.
Il nodo della proprietà
Uno dei punti più critici è la questione della proprietà del suolo.
“Non siamo proprietari, ma possessori”, chiarisce Merola.

La vicenda affonda le radici nel 1959, quando la Cassa per il Mezzogiorno finanziò la realizzazione della struttura, prevedendo il trasferimento ai beni dello Stato. Trasferimento che, secondo il Consorzio, non sarebbe mai avvenuto.
Da qui il contenzioso con il Consorzio di Bonifica, arrivato fino in Cassazione.
“Ma noi non possiamo permetterci altri vent’anni di cause. A noi interessa una cosa: avere una struttura moderna per lavorare”.
Tre finanziamenti, nessuna realizzazione
Il capitolo più emblematico è quello della delocalizzazione.
Il Consorzio ha acquistato circa 50.000 metri quadrati di terreno per trasferire il mercato fuori dal centro urbano. Il progetto esecutivo esiste.
Eppure:
- primo finanziamento: saltato per ritardi nella conferenza dei servizi
- secondo finanziamento (Regione Campania): gara bandita, ma buste mai aperte
- terzo finanziamento (PNRR): domanda inviata in ritardo, contenzioso, riammissione… ma tempi scaduti
“Siamo all’anno zero”, sintetizza Merola.
Il ruolo del Comune
Il Comune di Capaccio Paestum è stato, nel tempo, ente beneficiario e appaltante.
E proprio qui si concentra uno dei nodi politici più rilevanti.
“Non è un problema di Regione o di Governo. È un problema di Capaccio. Capaccio non ha mai voluto bene al mercato”, afferma senza mezzi termini il presidente.

Una dichiarazione che fotografa una frattura tra gestione operativa e indirizzo politico.
Delocalizzazione o sopravvivenza?
Dopo vent’anni di attese, la strategia cambia.
Non più solo trasferimento, ma anche messa a norma dell’esistente.
L’idea è:
- abbattere i capannoni attuali (12.000 mq)
- costruirne uno centrale di 7.000 mq
- realizzare parcheggi a servizio anche del teatro vicino
“Non vogliamo cattedrali. Vogliamo una struttura piccola, moderna e certificata”.
Una scelta definita dallo stesso Merola “obbligata”.
Il mercato come difesa del produttore
C’è un punto che il presidente ribadisce con forza: il ruolo economico del mercato.
“Il mercato è a salvaguardia del produttore. Non è speculazione”.

Nel sistema attuale, spiega, la grande distribuzione impone i prezzi:
“Al mercato il prezzo lo fa la domanda e l’offerta. Può cambiare anche dieci volte in un giorno”.
È qui che emerge il vero tema: non solo un’infrastruttura da spostare, ma un modello economico da difendere.
Un territorio che rischia di perdere valore
Il dato più preoccupante è forse quello produttivo.
“Trent’anni fa si commercializzavano 50.000 cassette di carciofi al giorno. Oggi 50”.
Un crollo che racconta la perdita di centralità agricola e l’assenza di una filiera organizzata.
“Se il prodotto non si vende, l’anno dopo non si coltiva più”.
Quanto tempo resta?
Oggi tutto ruota attorno a tre variabili:
- la sentenza sulla proprietà
- la volontà politica del Comune
- l’accesso a nuovi finanziamenti pubblici
Nel frattempo il Consorzio propone anche una soluzione pragmatica:
un protocollo d’intesa per superare il contenzioso e avviare almeno la riqualificazione.
Il bivio finale
La storia del mercato ortofrutticolo di Paestum è la storia di un’infrastruttura che ha avuto un ruolo centrale e che oggi rischia di diventare marginale.
Non per mancanza di idee, né per assenza di progetti.
Ma per una combinazione di:
- ritardi amministrativi
- incertezze giuridiche
- e scelte politiche mai definitive
Dopo cinquant’anni, la domanda non è più se il mercato sia stato importante.
La domanda è se qualcuno è ancora disposto a renderlo necessario per il futuro.



