di Laura Cuozzo
Dal 1° ottobre oltre trenta sacerdoti saranno trasferiti. Monsignor Calvosa applica la regola CEI: nove anni al massimo per ogni parroco. Una rivoluzione che interroga fedeli e pastori.
Preti, non più parroci a vita

I preti non sono più parroci a vita, ma soccorritori di comunità, obbedienti alla missione della Chiesa di Cristo.
Cambiano i tempi, cambiano i sacerdoti, quasi fossero parte di una macchina burocratica spirituale: non più figure fisse e immutabili, ma guide chiamate a muoversi dove la Chiesa ha più bisogno.
Dal 1° ottobre entrerà in vigore un interscambio parrocchiale epocale, che vedrà coinvolti oltre trenta ministranti cilentani. L’artefice di questa trasformazione, che rappresenta soltanto il primo step di una piccola grande rivoluzione, è monsignor Vincenzo Calvosa, da appena due anni alla guida della diocesi di Vallo della Lucania.
Sui social e sulle pagine comunitarie dei curati d’anime più seguiti, intanto, si moltiplicano commenti affettuosi e riflessioni da parte dei fedeli.
Perché il vescovo ha cambiato i parroci?
Non si tratta di un trasferimento punitivo, né del capriccio di un vescovo dinamico e innovativo.
La ragione è innanzitutto normativa: la CEI ha fissato in nove anni il tempo massimo di permanenza di un sacerdote in una parrocchia.
Una regola pensata per conciliare due esigenze:

- da un lato, la stabilità prevista dal Codice di diritto canonico;
- dall’altro, la necessità di una rotazione, per evitare che comunità e parroci si adagiassero in rapporti troppo statici.
Funzionari o missionari?

La domanda che molti fedeli si pongono è cruciale: i sacerdoti diventano funzionari a tempo determinato, chiamati a gestire battesimi, comunioni, cresime, matrimoni e funerali, come se fossero dipendenti di un contratto impiegatizio?
Oppure rimangono missionari, uomini di Dio capaci di trasmettere straordinarietà carismatica e testimonianza viva?
La verità è che il prete non è un amministratore, ma un operaio del Vangelo. La sua missione non si esaurisce nella parrocchia, che non può essere vissuta come realtà a sé stante, ma si inserisce nel cammino più ampio della Chiesa universale.
📌 Citazione evidenziata
“La parrocchia non finisce con la partenza di un prete. Così come non si interrompe un culto o una tradizione secolare, la comunità resta eterna, come Cristo è eterno.”
Un nuovo ruolo per i fedeli
Anche i fedeli sono chiamati a cambiare prospettiva.
Accogliere un nuovo sacerdote significa scoprire sfaccettature diverse del volto di Cristo, ma anche accettare che il prete “buon operaio” possa essere ceduto a comunità più fragili, prive di iniziative e bisognose di nuova linfa.
La strategia è quella di un assortimento di carismi: un parroco che ha fatto crescere una comunità fino a renderla autonoma potrà essere inviato dove serve di più, in parrocchie che hanno necessità di rinnovarsi.
La parrocchia resta, il prete passa
Il cambiamento può spaventare, ma la parrocchia non si esaurisce con l’arrivo o la partenza di un sacerdote.
Le persone passano, i pastori passano, ma la comunità resta. La Chiesa è di Cristo, non dei preti.
In chiesa si va per incontrare Gesù, non per seguire il carattere più o meno simpatico del parroco. Anche quando il sacerdote appare chiuso, distante o poco incline all’ascolto, resta comunque uno strumento di Dio. Attraverso di lui i fedeli ricevono i sacramenti – confessione ed eucaristia in primis – che sono il cuore della vita cristiana.
Conclusione
La scelta del vescovo Calvosa, inserita nel solco tracciato dalla CEI, rappresenta un passo deciso verso un rinnovamento della vita pastorale.
Un cambiamento che non intende punire o destabilizzare, ma stimolare comunità e sacerdoti a non vivere la fede come routine.
Il messaggio finale è chiaro:
- i parroci sono pastori in cammino, non funzionari immobili;
- le comunità sono chiamate a non temere la rotazione, ma a riconoscerla come occasione di crescita;
- la Chiesa resta eterna perché appartiene a Cristo, non al singolo ministro.



