La Liturgia della Parola della Domenica di Pasqua invita a riscoprire il senso autentico della festa cristiana, oltre i riti esteriori e le consuetudini
DOMENICA DI PASQUA
Liturgia della Parola: Atti 10,34.37-43; Colossesi 3,1-4; Giovanni 20,1-9
Il senso dell’abbandono fiducioso, la coscienza del perdono e della nuova creazione, la certezza della Risurrezione e della vita per sempre in Gesù, il Risorto, sono gli annunci e gli eventi salvifici che proiettano la loro gioia nella Domenica di Pasqua e infondono un significato speciale alla festa.
Questi sentimenti e queste interiori percezioni possono essere realmente gustati solo se non si vive la giornata secondo i soliti comportamenti sdolcinati, illudendosi di ottenere pace e serenità a basso prezzo per il solo fatto di aver celebrato la Pasqua pranzando insieme, scambiando un ramo di ulivo, donando un uovo di cioccolato o una colomba. La festa non incide sulle scelte e sugli orientamenti dell’esistenza se non semina nel cuore la nostalgia di un futuro diverso.
Il vero spirito della Pasqua cristiana deve indurre a mettersi sulle tracce del Risorto per incontrarlo e riconoscerlo quando chiama per nome, profondamente convinti che mai come oggi c’è bisogno di un Salvatore.
La fede ci dice che la salvezza è già avvenuta attraverso la Pasqua; ora tocca a noi renderla efficace facendo di Cristo il nostro Redentore. La tomba è vuota, ma per convincere tutti della veridicità dell’evento dobbiamo far parlare i fatti, dimostrare che siamo veramente salvati. La nostra vita, guarita dalla Pasqua di Gesù, diventa il cardine di una convincente testimonianza, capace di rendere il giorno dopo il sabato del sepolcro sigillato veramente il giorno del Signore, il giorno della tomba vuota, della luce che infonde gioia perché fa sperimentare il calore dell’amore di Dio.

Le modalità della Risurrezione non sono narrabili secondo i canoni propri della storia umana. Quel che conta è la presenza del Risorto, che continua a percorrere le strade del mondo, affiancandosi a ogni persona e divenendo fonte di salvezza. Così si fortifica la speranza, perché la Pasqua è innanzitutto la presenza del Risorto che invita a cercare le cose di lassù, come raccomanda Paolo.
I profeti lo hanno annunciato prevedendone le tappe, i discepoli lo hanno visto in azione, noi possiamo continuare a testimoniarlo vivendo il dono della fede germinato nel nostro cuore il giorno di Pasqua. Pietro appare radicalmente trasformato: da spergiuro diventa convinto testimone. Quale esperienza ha determinato questo radicale mutamento?
Sono queste le considerazioni da fare meditando la prima lettura della liturgia del giorno. In Pietro si realizza il passaggio che corrisponde alla chiamata che gli viene rivolta, e ciò è possibile perché Gesù è risorto. Non è frutto di un ragionamento filosofico, ma si lega a un’esperienza concreta, trasmessa anche a Paolo, come egli stesso afferma nella Prima lettera ai Corinzi.
Il fatto al quale si fa riferimento rimanda al lungo correre della Maddalena e alla sorpresa di non trovare ciò che si era proposta di incontrare. Tutto inizia con una tomba vuota e con un corpo assente. Ad asserirlo sono per prime delle donne, testimoni poco credibili secondo la mentalità e la prassi giuridica del tempo. Ma proprio questo particolare rafforza la credibilità dell’evento: un millantatore non avrebbe fatto raccontare una storia tanto poco verosimile e, per di più, affidata a figure prive di riconosciuta capacità giuridica.
Pietro e Giovanni accolgono l’annuncio, e il secondo trova la fede proprio per ciò che vede; prima non aveva capito e, perciò, non poteva autoilludersi. Protagonisti della vicenda segnata dal dramma del venerdì precedente, non si aspettano nulla di eclatante. Le donne attendono soltanto l’alba per completare il rito della sepoltura e, colte di sorpresa, giungono alla fede con fatica, come gli apostoli.
Come è possibile tutto questo? Certamente si può affermare che la Risurrezione non è stata un’allucinazione collettiva, a giudicare dalla trasformazione dei discepoli. È l’esperienza della trasfigurazione definitiva dell’esistenza umana, della quale Cristo costituisce la primizia. Giovanni diventa il modello del credente: il suo amore per il Maestro lo aiuta a comprendere finalmente le Scritture, a condizione di prestare attenzione, come Maria, all’essere chiamati per nome in una prospettiva non racchiusa in un’esperienza circoscritta, ma aperta a tutta la comunità.
Il Risorto invita la donna a non trattenerlo, perché deve recarsi in tutto il mondo ad asciugare le lacrime dell’umanità dolente, a far sperimentare la gioia pasquale oltre la morte, dove cieli e terra nuovi fanno crescere il seme della redenzione. Il Risorto è sempre Risorgente: Risurrezione stessa, germe di vita, risveglio dell’umanità decaduta, opportunità di ascesa verso l’abbraccio finale con il Padre.
Quando tutto appare finito e resta solo il vuoto, la luce della vera Pasqua illumina e rischiara l’animo. L’amore donato è libero e liberante, redime dall’oscurità della morte chi si lascia amare. È questa la testimonianza che un cuore risanato trasmette agli altri, fino a indurre a esclamare: “Ho visto il Signore!”
Stupefacente annuncio: un uomo è Risorto. Questa notizia non è mai stata rimossa dal mondo; anzi, caso unico, sempre più persone vi credono, benché il fatto abbia dell’incredibile. La Risurrezione di Gesù non ha una prova nei termini della dimostrazione materiale: è una chiamata alla fede che genera nei testimoni uno straordinario dinamismo, la forza di cui si ha bisogno oggi in un mondo sempre più complesso, prono all’egoismo, alla prepotenza, alla cinica indifferenza, soprattutto verso il debole e il povero.
Per l’umanità la Pasqua è innanzitutto rinnovata, inaspettata, necessaria presenza del Risorto; è invito a imitare i comportamenti di Gesù, la cui storia umana è stata un continuo fare del bene.
Buona Pasqua!



