Tra palchi illuminati e statue di marmo che incarnano l’illusione di onnipotenza, la politica contemporanea sembra muoversi lungo una curva pericolosa: quella che scambia la sicurezza del sapere tutto per competenza e l’arroganza per conoscenza.
La politica, da sempre, non è soltanto l’insieme di norme, istituzioni e decisioni governative: è anche un complesso sistema di percezioni, interpretazioni e narrazioni attraverso le quali gli individui cercano di comprendere il mondo della “res publica” e il potere sociale. In questo contesto, emerge un fenomeno ricorrente, e sì, spesso anche problematico: la convinzione di alcune persone, dedite appunto all’attività politica, di conoscerla meglio degli altri. Questo atteggiamento si manifesta attraverso dinamiche che vanno dall’arroganza epistemica, passando per l’effetto Dunning-Kruger, fino a giungere, nei casi più estremi, alla sindrome di Hybris.
Ma iniziamo dal ”sistemismo politico” concetto del politoligo canadese David Easton, poi ripreso e ampliato da Gabriel Almond e Bingham Powell, questo non è altro che pensare “politicamente” in termini sistemici. Ovvero riconoscere i fenomeni sociali e istituzionali non come risultato di una sola variabile, ma come una rete di interazioni. Che sia relativa ai poteri formali o informali, alla cultura politica o agli interessi economici; all’identità collettiva oppure alle emozioni sociali, non fa differenza, il concetto di rete e di interazione non cambia. In pratica trattasi di un approccio necessario ma che porta con sé, anche in momenti meno probabili, un rischio spesso sottovalutato, altre volte sopravalutato, ma aggiungerei sempre “frainteso”. Questo non è altro che l’aver “capito il sistema”, ovvero possedere una visione privilegiata delle cose e persone che dal basso verso l’alto guardano in direzione di “questo apparato”, nato in origine per semplificare e tutelare la vita socio-economica dei paesi, ma facilmente trasformato in ideologia personale. Piuttosto dovremmo considerare questo “metodo” come la complessità di soluzioni o riduzione dei problemi della comunità, e quindi adottare una prospettiva, appunto sistemica, che interagisca con i fenomeni complessi della politica. Invece no, il “sistemismo” in politica è visto, considerato e adottato come l’illusione di comprendere il tutto, gestire il tutto, decidere su ogni cosa.
Chi è persuaso di ciò, e forse sono tanti, crede decisamente e si sente autorizzato ad assumere una posizione di superiorità rispetto ad altri e verso i cittadini, che dovrebbe invece tutelare. Una comprova di tutto quanto la possiamo trovare nel nostro quotidiano vivere, nelle altrui opinioni, nei post dei social e nei commenti, presentando spesso analisi talmente “sofisticate” da far retrocedere alla comprensione anche i più dotati di pazienza e correttezza. E quindi ti è chiaro ogni chiusura alla altrui critica o esposizione diversa da quella espressa attraverso un unico schema interpretativo: «ciò che ho detto è così, e non ci devono essere opposizioni». E qui, quando il sapere diventa pretesa, si arriva all’arroganza epistemica, quella “straordinaria” propensione a sopravvalutare la propria conoscenza, le proprie capacità e le proprie opinioni, non considerando, ne è vero, qualsiasi limite di incertezza dei propri saperi. Si, certo, è una manifestazione strana, si coniuga perfettamente con il credere di conoscere oltre e a dismisura, di quanto realmente si conosca.
Poi si arriva al secondo gradino della scala dell’altezzosità politica, degli individui dell’io so tutto, ed è quello dell’effetto “Dunning-Kruger”, l’effetto della distorsione cognitiva, la superiorità illusoria, resa nota dagli studi dei psicologici premi Nobel, David Dunning e Justin Kruger della Cornell University, evidenziando un paradosso cognitivo: persone con competenze limitate che tendono a sopravvalutare la propria conoscenza, al contrario degli esperti i quali sono più consapevoli dei propri limiti. Ebbene, in politica questo “fenomeno” si amplifica e si snoda su più piani, quello della vita quotidiana di politici e cittadini e quello della grande (anti) agorà dei social network, dove poi ogni arroganza di presunzione e conoscenza diventano ancor più legittimati dalla facilità nel commentare poiché coperti da schermo e tastiera. Quando arroganza epistemica e distorsione cognitiva si incontrano danno origine ad un altro elemento, altrettanto da brividi: la “Sindrome di Hybris” il potere della presunzione. Questa, sempre in politica, porta l’individuo a volere emettere sentenze su ogni opinione altrui, a decidere con autorità e in modo unidirezionale, rifiutare qualsiasi forma di dialogo nonché creare narrazioni personalistiche.
Si, certo, in qualsiasi tempo – anche in quello attuale – abbiamo storia di personaggi politici che hanno, a loro insaputa, questa disfunzione e distorsione della realtà e dei saperi; sia a livello nazionale sia in ambito territoriale. In ogni epoca la politica è stata un campo di battaglia. Istituzioni, norme e decisioni non si limitano a governare, ma modellano e/o dovrebbero modellare la percezione collettiva della società. Ne nasce così un sistema complesso in cui anche dinamiche semplici e apparentemente morali possono alimentare, in alcune figure politiche, la convinzione di possedere una conoscenza superiore rispetto agli altri. Il “sapere aude”, l’esortazione kantiana, ovvero abbi il coraggio di conoscere, ancor prima di tutto, è una tra le più nobili qualità che l’uomo può avere durante il suo cammino sul sentiero della conoscenza. E quindi, l’umiltà di riconoscere i limiti delle proprie competenze; la predisposizione al confronto; saper distinguere cos’è una opinione e cos’altro è la conoscenza e inoltre ma non per ultimo, disporsi e accettare il dialogo, specialmente nella vita politica. La democrazia, la valorizzazione, la crescita e il futuro non prosperano sulla presunzione individuale ma sulla capacità collettiva di argomentare, correggersi quando necessario e apprendere continuamente, anche dalle altrui opinioni e saperi. Allora accentriamoci sul reale significato di Politica e Sistemismo, quest’ultimo inteso come interconnessione impositiva dei valori che caratterizzano correttezza e moralità e non come una sovrastruttura ideologica per legittimare la propria presunzione o arroganza, oppure ancor peggio, intenderlo come “sistema” di tutt’altra natura.



