Liturgia della Parola: Ezechiele 37,12-14; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45
Con questa Quinta Domenica di Quaresima si completa il cammino di preparazione alla Pasqua, esperienza che invita a meditare sulla condizione prefigurata dal profeta Ezechiele, quando descrive la valle delle ossa inaridite.
Il nostro quotidiano è spesso segnato da vicende che danno la sensazione di essere precipitati verso la morte della speranza, a causa delle continue e assurde manifestazioni di violenza. Un senso di repulsione e di stanchezza pervade l’animo, mentre cresce il desiderio di una possibile liberazione, capace di spezzare le catene della guerra e di riportare l’umanità nella terra promessa della pace.
Le domeniche precedenti hanno scandito questo cammino: le tentazioni superate, la trasfigurazione, l’acqua che disseta, la vista ritrovata. Tutti segni che accompagnano il pellegrinaggio dell’uomo fuori dal buco nero del nulla, verso la nostalgia della risurrezione, che trova il suo compimento nell’esperienza di Lazzaro.
Lazzaro è l’amico che vive con le sorelle Marta e Maria, in una casa che diventa rifugio accogliente per Gesù, bisognoso di ristoro dopo le fatiche del ministero. È proprio questo legame che emerge nelle parole delle sorelle, quando chiedono aiuto per «colui-che-Tu-ami».
Gesù, contro il parere degli apostoli, torna in Giudea. L’amico ha bisogno di Lui. Giunto davanti alla tomba, si commuove e piange. È un passaggio decisivo: Gesù conosce la sofferenza, sa che la fede non esonera dall’esperienza del dolore.
La morte di Lazzaro rappresenta un dramma fisico ed esistenziale. Gesù percepisce tutta la profondità di quella lacerazione e, attraverso gesti e parole, indica un percorso verso la vita.
Tre sono gli imperativi che segnano il cammino della risurrezione: esci, liberati, vai.
Sono parole che invitano a rimuovere la pietra che chiude ogni esistenza segnata dalla schiavitù, a lasciarsi raggiungere da una luce capace di riscaldare il cuore, a riconoscere una voce amica che rompe il silenzio del nulla.
Le lacrime di compassione irrigano la rigidità di chi è caduto in una condizione priva di senso. Dio, innamorato dell’uomo, tende la mano e salva attraverso l’umanità di Gesù.

«Io sono la risurrezione e la vita», afferma il Messia.
Il verbo è al presente, non al futuro: una scelta che illumina di certezza la nostra speranza. La risurrezione non è solo promessa, ma realtà che si compie già ora, se ci lasciamo liberare dalle bende di una umanità in disfacimento.
Anche noi, Lazzaro del XXI secolo, possiamo riconoscere nei legacci della nostra condizione le bende di chi è chiamato a rinascere. La pietra del buio è rimossa, e la luce torna a illuminare la vita, liberandoci dall’angoscia di una morte intesa come fine definitiva.
È questo il messaggio di questa domenica: un invito a vivere ogni giorno nella misericordia e nelle opere di carità, riconoscendo che, come suggerisce il nome Lazzaro — “Dio aiuta” — siamo tutti assistiti e sostenuti da Dio.



