Il Ministro dell’Istruzione e del merito, Giuseppe Valditara, al Vertice Italia-Africa, nel gennaio 2024, riferiva dell’importanza di porre la scuola al centro e con riferimento all’indirizzo di studio tecnico-professionale ebbe a dire: “Il nostro modello di istruzione, con la riforma degli istituti tecnici e professionali e il potenziamento delle materie Stem, è di grande valore; stiamo lavorando con alcune Nazioni del Continente africano per sviluppare una collaborazione proprio sui temi della istruzione tecnica e professionale. L’obiettivo è formare tecnici qualificati per contribuire allo sviluppo dei territori e al supporto delle imprese italiane così come di quelle locali. Dobbiamo cogliere l’opportunità di questo Vertice per riposizionare la scuola al centro dell’Agenda mondiale e promuovere il diritto all’istruzione di tutti, nessuno escluso. Abbiamo deciso di invitare l’Unione africana, che dedica il 2024 all’Istruzione, ai lavori del G7 Istruzione”. I natali di questa riforma svelano la paternità del Ministro Bianchi. Nel settembre del 2022 il Consiglio dei Ministri diede il via libera alla Riforma tecnico-professionale. Questa la felice reazione dell’allora Ministro Bianchi: “Oggi abbiamo fatto un altro passo avanti nell’attuazione del PNRR Istruzione: la riforma degli Istituti tecnici e professionali è una parte fondamentale del Piano, che punta a qualificare sempre di più il nostro sistema di istruzione, offrendo maggiori opportunità formative a ragazze e ragazzi, con una grande attenzione ai territori. La decisione di oggi, aggiunse l’allora Ministro Bianchi, completa il disegno avviato con la riforma degli Istituti tecnici superiori e rende strutturale la connessione tra istruzione secondaria e terziaria. Vogliamo costruire una filiera verticale e allo stesso tempo un patto educativo grazie al quale imprese, università, tessuto produttivo, territori, ITS Academy mettano a disposizione risorse e competenze per consolidare l’identità di questo segmento formativo e concorrere alla migliore istruzione dei nostri giovani, in linea con le prospettive di sviluppo del Paese”. La riforma degli istituti tecnici e professionali oggi è fortemente promossa dal Ministro Valditara introduce il modello “4+2” (4 anni di superiori + 2 negli ITS Academy), riducendo la durata del percorso di studi e rafforzando il legame con le imprese per creare competenze immediatamente spendibili. Valditara è orientato verso la valorizzare dell’istruzione tecnica come eccellenza, al bisogno di contrastare la dispersione e facilitare l’occupazione. “Attuiamo la riforma, ma nel dialogo con la scuola”, ha recentemente dichiarato Valditara. E poi: ” Le riforme devono andare avanti e non possono tornare indietro, ma bisogna anche farle nel dialogo, senza forzature..Penso che si debba rendere operativa la riforma Bianchi dei tecnici”. La riforma degli istituti tecnici, attua in effetti gli articoli 26 e 26-bis del D.L. 144/2022, collegati al PNRR. Dal prossimo anno scolastico 2026/27, ridisegnerà il quadro orario (32 ore settimanali) privilegiando l’area di indirizzo e i laboratori a scapito di alcune materie generali. Il monte ore obbligatorio del primo biennio e triennio verrà rimodulato, prevedendo più compresenze tra docenti teorici e ITP, una maggiore flessibilità. Ecco alcuni elementi fondamentali del nuovo indirizzo e il quadro orario. Gli istituti tecnici indosseranno il nuovo vestito a partire dalle classi prime dell’anno scolastico 2026/27. Il quadro orario resterà strutturato su 32 ore settimanali, ma con una diversa distribuzione tra le discipline. Si rileva un taglio alle materie di base (Italiano, Storia) nel triennio per aumentare le ore di specializzazione e l’incremento delle ore dedicate alle materie di indirizzo e, in alcuni casi, all’inglese tecnico. Verrà incentivata la didattica laboratoriale, con l’aumento delle ore di compresenza tra docenti teorici e ITP. Sarà offerta maggiore flessibilità alle scuole nell’uso delle ore di autonomia per personalizzare i percorsi. La riforma introduce e rafforza il modello sperimentale denominato “4+2”: Nel concreto sarà possibile conseguire il diploma in 4 anni invece di 5, con un monte orario annuale di circa 1.188 ore per compensare l’anno in meno. I diplomati dei percorsi quadriennali avranno un accesso privilegiato ai corsi biennali degli ITS Academy, completando la filiera tecnico-professionale in 6 anni complessivi. Sindacati e docenti intanto, sin d’ora, sollevano preoccupazioni per la riduzione del tempo dedicato alla formazione culturale generale e il rischio di tagli all’organico. La FLC CGIL e la Gilda degli Insegnanti hanno espresso forti preoccupazioni riguardanti i tagli alle cattedre, la confusione organizzativa. Alcune sigle hanno presentato emendamenti per chiedere di posticipare l’avvio della riforma al 2027 per permettere una migliore gestione degli organici.
Il Collegio Docenti dell’IIS “Bosso Monti” di Torino, il 17 marzo scorso, ha approvato una mozione collegiale sulla Riforma degli Istituti Tecnici e sui nuovi quadri orari. Segue il contenuto: “La presente mozione viene esperita come atto di alta responsabilità pedagogica e civile da parte del Collegio dei Docenti. L’istituzione scolastica, pur riconoscendo la necessità di un costante aggiornamento dei percorsi d’istruzione in linea con gli obiettivi della Riforma 1.1 della Missione 4 del PNRR, ravvisa nello schema di decreto n. 29 del 19 febbraio 2026 una deriva che rischia di snaturare l’identità stessa dell’istruzione tecnica. Si denuncia come la riforma tenda a trasformare la scuola in un terminale sussidiario delle esigenze produttive, seguendo una visione utilitaristica che sacrifica la formazione integrale della persona, riducendo il complesso processo educativo a un mero addestramento professionale. In questo modo viene a mancare il tempo per la formazione dei saperi di base, necessari allo sviluppo dell’autonomia e della piena consapevolezza del futuro adulto; ciò viene fatto per potenziare alcune materie professionalizzanti, nell’illusione di preparare dei lavoratori meglio spendibili nel mondo produttivo, senza tener conto del fatto che in un contesto di rapido cambiamento sociale, produttivo e tecnologico, sono invece i saperi di base la vera risorsa delle persone che vogliano coltivare la propria autonomia anziché farsi ridurre in condizioni di crescente subalternità. Il dissenso del Collegio non è un’opposizione ideologica al cambiamento, ma una constatazione tecnica della mancanza di sostenibilità metodologica di un modello che ignora le tempistiche necessarie per una reale innovazione qualitativa. CRITICITÀ Criticità didattiche che derivano dalla riduzione delle ore di insegnamento di alcune discipline: l’indebolimento dello strumento logico linguistico. La lingua italiana è il presupposto cognitivo per la comprensione e l’apprendimento di tutte le materie non solo quelle umanistiche ma anche quelle scientifiche. Vi e inoltre il rischio di analfabetismo funzionale (si sottrae spazio ai laboratori di scrittura e alla lettura) e si assiste all’aumento del divario sociale per gli studenti che provengono da contesti socio – culturali svantaggiati. Ridurre ulteriormente discipline umanistiche come Italiano, Geografia e Arte, e più in generale gli spazi dedicati alla formazione del pensiero critico, rischia di produrre un impoverimento culturale. Inoltre amplia il divario con i licei, rafforzando una distinzione tra percorsi di studio che finisce per assumere tratti sempre più classisti. La mancata pubblicazione del provvedimento di revisione delle classi di concorso; non è pensabile che le scuole predispongano l’organico del primo anno di attuazione della riforma senza sapere a quali docenti affidare le nuove discipline, le compresenze riformulate, le ore di Scienze sperimentali nel biennio. Il provvedimento istituisce una nuova macroarea delle Scienze sperimentali che «comprende più insegnamenti (Scienze della Terra, Biologia, Chimica, Fisica) da considerarsi disciplina unica». Questo rappresenta un’ulteriore difficoltà per le scuole perché finora queste materie erano distinte come le classi di concorso a cui erano attribuite. Come indicato nel parere del CSPI “è necessaria chiarezza operativa per le istituzioni scolastiche in sede di richiesta dell’organico” II provvedimento istituisce inoltre nuove discipline. La mancata emanazione delle linee guida operative previste dall’articolo 9, comma 3 del decreto; esse sono lo strumento con cui tradurre un quadro normativo astratto in indicazioni concrete per il Collegio dei Docenti e per i dipartimenti disciplinari. Necessità di tempi congrui per la formulazione dell’organico; il rispetto delle scadenze ordinarie in un frangente straordinario significa costringere le scuole a formulare organici parziali, potenzialmente incoerenti con i nuovi quadri orari e inevitabilmente destinate a generare contenziosi. Siffatte conseguenze non possono non configurare una pericolosa forzatura nelle scelte delle scuole, poiché viziano in modo incongruo la possibilità di deliberare serenamente e con cognizione di causa, in relazione ad ogni aspetto oggetto di monitoraggio e valutazione. L’adozione dei libri di testo per le nuove discipline presenta criticità non solo dal punto di vista delle case editrici ma anche da quello dei docenti che dovranno adottarli visto che ancora non sono state definite le classi di concorso. : – sc. sperimentali (per tutti gli indirizzi dei diversi settori) – fondamenti di progettazione edilizia e ambiente (indirizzo cat del settore tecnologico ambientale) – fisica applicata alle strutture e all’ambiente (indirizzo cat del settore tecnologico ambientale) – diritto ed economia (prima era solo diritto) per settore tecnologico ambientale, indirizzi moda e cat) – laboratorio di tecniche creative per il tessile/moda (indirizzo moda del settore tecnologico ambientale) · Riorganizzazione delle compresenze (art. 3, c. 2): non è chiaro se le scuole potranno scegliere o rimarranno i vincoli a determinate classi di concorso come definite nel previgente ordinamento. Ulteriori osservazioni dei dipartimenti Geografia: la riforma sembra contraddittoria in quanto prevede numerose competenze geografiche in uscita, ma non prevede il tempo necessario al raggiungimento dei livelli attesi, data la diminuzione delle ore di Geografia generale, concentrandosi solo su quella turistica. Ciò implica che non ci sarà più il tempo di insegnare agli alunni: a vedere le relazioni tra il vicino e il lontano e tra il locale e il globale, quindi a capire che ciò che succede lontano li coinvolge e che ciò che fanno nella loro quotidianità ha implicazioni globali (approccio relazionale e multiscalare); a riconoscere nell’attuale organizzazione del territorio il rapporto continuo tra passato e presente, e quindi anche le potenzialità per sviluppi futuri da indirizzare e regolare (combinazione di approcci diacronico e sincronico); a capire che il mondo antropico e quello fisico non sono due blocchi contrapposti e che, quindi, il sapere umanistico e quello scientifico devono dialogare tra loro. Arte e Territorio: nel nuovo indirizzo “Turismo, Beni Culturali e Ambientali” è assurda la presunta assenza della Storia dell’Arte nel triennio (Arte e Territorio). Sembra essersi avverata la nefasta profezia che T. Montanari scrisse in un illuminante articolo dal titolo “Chi ha paura della Storia dell’Arte?” (in Italia Nostra, 2011): “È in questo quadro che studiare storia dell’arte può apparire non solo inutile, ma pericoloso: pericoloso perché, come disciplina umanistica, essa allena al senso critico e al libero giudizio, e perché, come storia, essa tende a restituire il patrimonio al suo vero senso”. La Storia dell’Arte non costituisce infatti un sapere accessorio, ma uno strumento essenziale per comprendere la società, il territorio e le radici della nostra identità culturale. Il suo studio ha una finalità fondamentale: comprendere l’importanza del rispetto dei Beni Culturali, la necessità e l’utilità della conservazione e della loro valenza sociale. Il rispetto dei Beni Culturali passa inevitabilmente dalla loro conoscenza. Il settore della didattica della Storia dell’Arte gioca ormai un ruolo essenziale anche nella promozione e valorizzazione dei Beni Culturali perché rappresenta il mezzo per riproporli e riattualizzarli alle diverse tipologie di fruitori, delle più diverse fasce di età, che si avvicinano in modo piacevole e stimolante al patrimonio storico, archeologico, artistico e architettonico. Salvatore Settis ha più volte ribadito che il patrimonio artistico italiano non è soltanto un’eredità del passato, ma “un bene comune che forma cittadini consapevoli” e che proprio la scuola ha il compito di trasmettere gli strumenti per comprenderlo e tutelarlo. Se la conoscenza dell’arte rappresenta “una palestra di cittadinanza”, capace di sviluppare senso critico, responsabilità verso il patrimonio e consapevolezza del paesaggio culturale, è evidente il chiaro errore che si sta compiendo ai danni di future generazioni di cittadini. Per gli studenti di un istituto turistico, la storia dell’arte diventa anche un’importante competenza professionale perché, oltre a conoscere i propri monumenti, i contesti storici e i diversi linguaggi artistici, significa poter interpretare, comunicare e diffondere la conoscenza del proprio territorio in modo consapevole e competente. Eliminare o ridurre la disciplina rischia quindi di creare una contraddizione educativa e professionale, privando gli studenti di strumenti fondamentali per la loro crescita culturale e per la valorizzazione del patrimonio che, soprattutto in Italia, costituisce una risorsa civile ed economica di primaria importanza. Come si può educare al rispetto del Bene culturale e alla sua valorizzazione se la possibilità di conoscerlo è esclusa con la riduzione/cancellazione delle ore di Storia dell’arte in un indirizzo che per definizione dovrebbe prevederla fin dal primo anno? LETTERE: Se la compiutezza della formazione è il primo obiettivo della scuola, non si comprende la riduzione delle ore delle discipline linguistiche, che sono uno strumento prioritario nella prospettiva di un’istruzione che voglia dirsi definita con un carattere di completezza. Si configura, dunque, come un vulnus inaccettabile il taglio delle ore di italiano al quinto anno, ovvero nel momento in cui ci si accinge a svolgere l’Esame di Stato, nel quale Italiano è ancora oggi oggetto della Prima prova. La preparazione degli studenti, come hanno ampiamente dimostrato in questi anni indagini dell’Istat e gli esiti delle prove INVALSI, non è mai davvero scevra da lacune nell’ambito dell’espressione scritta e orale, nella gestione morfo-sintattica del discorso, nella comprensione e nell’interpretazione dei testi. La lingua è il primo strumento per l’apprendimento, il codice principe per ogni grado e forma di istruzione e formazione: non si può disconoscere la centralità della sua conoscenza, della proprietà con cui deve essere padroneggiata e gestita affinché si possa davvero accedere in modo congruo al novero dei saperi più diversi. Le quattro ore che oggi sono riconosciute suppliscono l’indispensabile solo con un percorso di sintesi mirata: decurtarle significa altresì diminuire ancora (e nuovamente) gli spazi e i tempi per un lavoro che è continuo e costante, necessario e mai inutile. Si potrebbe aggiungere, piuttosto, che proprio le situazioni note ai docenti relativamente alle problematiche che si ripresentano costantemente (e peraltro già segnalate con documenti sottoscritti dal Dipartimento) dovrebbero portare ad un incremento di queste ore, preziose per sviluppare abilità e competenze di fondamentale caratura. I docenti del Dipartimento di Lettere esprimono inoltre la propria preoccupazione in merito alla riduzione a tre ore nell’Area di Istruzione generale per la Lingua italiana nel corso del quinto anno nel Settore economico Turismo, beni culturali e ambientali, prevista dalla Riforma del 2026. Le Linee guida degli Istituti Tecnici nell’area generale (emanate nel 2012 per l’Area Generale, a completamento della Direttiva 57 per il primo biennio, emanata nel 2010) prevedevano il raggiungimento di una serie di Conoscenze di Lingua e Letteratura e di Abilità, sia nella Lingua, che nella Letteratura, che nelle Altre espressioni artistiche piuttosto varie e approfondite. Si andava dalla conoscenza del Processo storico e tendenze evolutive della lingua italiana dall’Unità nazionale ad oggi (con inclusi approfondimenti letterari e tecnici) ai new media e i linguaggi specialistici. Senza contare che per condurre gli allievi a padroneggiare adeguatamente le tre tipologie testuali per l’esame di Maturità (Tipologia A: analisi di un testo letterario, Tipologia B: analisi e produzione di un testo argomentativo, Tipologia C: riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità) sono necessarie conoscenze e abilità inerenti ai Principali movimenti culturali della tradizione letteraria dall’Unità d’Italia ad oggi con riferimenti alle letterature di altri paesi. Pertanto è necessario che il docente di Italiano sia in grado di trasmettere le necessarie competenze per destreggiarsi tra aspetti linguistici, stilistici e culturali dei testi suddetti. Ma non solo: deve altresì far in modo che gli allievi sappiano Individuare le correlazioni tra le innovazioni scientifiche e tecnologiche e le trasformazioni linguistiche. Produrre relazioni. Interagire con interlocutori esperti del settore di riferimento anche per negoziare in contesti professionali. Inoltre Elaborare il proprio curriculum vitæ in formato europeo e, come se non bastasse fornire agli allievi gli strumenti adeguati a sapersi destreggiare tra: Altre espressioni artistiche, Arti visive nella cultura del Novecento, fornendo i Criteri per la lettura di un’opera d’arte e i Beni artistici ed istituzioni culturali del territorio. Si deve altresì tenere conto che le competenze di lingua italiana acquisite sino al primo biennio della Scuola secondaria superiore risultano piuttosto lacunose. E questo aspetto, per nulla irrilevante per i docenti di Lingua italiana, è confermato anche dai dati del Rapporto annuale del Censis per il 2024. In un paragrafo intitolato: “La fabbrica degli ignoranti” si possono leggere testuali parole: <<La mancanza di conoscenze di base rende i cittadini più disorientati e vulnerabili. Non raggiungono i traguardi di apprendimento: in italiano, il 24,5% degli alunni al termine del ciclo di scuola primaria, il 39,9% al terzo anno della scuola media, il 43,5% all’ultimo anno della scuola superiore (negli istituti professionali quest’ultimo dato sale vertiginosamente all’80,0%).>> Contribuiscono a rafforzare questa convinzione i rilevamenti dei livelli di competenze in lingua italiana (Invalsi, Ocse Pisa), che segnalano dati preoccupanti: In Italiano il 52% degli studenti raggiunge il livello base (erano il 56% nel 2024, il 51% nel 2023, il 52% nel 2022 e nel 2021, il 64% nel 2019), con un divario di 18 punti tra Nord e Sud (Rapporto Nazionale Invalsi 2025 sull’ultimo anno della Scuola secondaria di Secondo grado). Se il Ministero quindi ritiene necessario ridurre la Lingua italiana a tre ore, nell’Area di istruzione generale, significa che intenderà modificare le competenze, le abilità necessarie al termine del quinto anno e intenderà modificare la struttura dell’Esame conclusivo per questi studenti. Sarebbe infatti in controtendenza rispetto a quanto appena evidenziato prevedere meno ore per innalzare livelli di apprendimento e di competenza degli studenti del quinto anno delle scuole secondarie superiori di area tecnica. Inoltre, privilegiare soltanto le aree professionalizzanti, decurtando le ore di Italiano, renderà più difficile il conseguimento di qualsiasi traguardo e abilità comunicativa in contesti professionali, rafforzare la capacità di sapersi orientare e comprendere contesti diversi. DIRITTO ED ECONOMIA: ci limiteremo qui a ricordare come la crescente pervasività del sistema di regole giuridiche ed economiche, che disciplina la nostra vita quotidiana e la incanala nei binari della civiltà, è sufficiente a giustificare l’importanza di questa disciplina ai fini della formazione del cittadino e del lavoratore”.
Da diversi Istituti Tecnici arrivano diffuse disapprovazioni che mirano ad attestare l’effettiva criticità nell’applicazione della Riforma. In una nota destinata a Valditara la FLC CGIL ha voluto rappresentare la situazione complessa e il malessere che vivono le istituzioni scolastiche, relativamente all’applicazione dei nuovi quadri orario pur in mancanza, per altro, del decreto relativo alle classi di concorso afferenti alle discipline del nuovo ordinamento. La FLC CGIL in effetti chiede un emendamento al decreto legge 19 febbraio 2026, n. 19, recante misure per l’attuazione del PNRR, lo slittamento della riforma all’anno scolastico 2027/28; tale intervento permetterebbe l’avvio di un confronto sul merito dei contenuti della riforma all’interno all’intera comunità scolastica. Ecco quanto scrive al Ministro Valditara la FLC CGIL: “Gentile Ministro, la scrivente organizzazione sindacale ritiene doveroso rappresentare con fermezza la situazione di grave criticità determinatasi nelle istituzioni scolastiche a seguito del processo di revisione dell’assetto ordinamentale degli istituti tecnici, di cui all’oggetto. Le scuole si trovano oggi a dover affrontare un cambiamento strutturale di ampia portata in assenza dei necessari strumenti normativi e operativi. In particolare, risulta ad oggi non emanato il decreto di individuazione delle classi di concorso da assegnare alle discipline dei nuovi percorsi, rendendo di fatto impossibile una corretta e legittima definizione dei quadri orario. A ciò si aggiungono tempi di attuazione del tutto incompatibili con la complessità della riforma, che stanno determinando disorientamento negli organi collegiali, tensioni organizzative e un diffuso senso di incertezza tra il personale scolastico. Le numerose segnalazioni pervenute dalle nostre strutture territoriali e dalle RSU confermano un quadro diffuso di forte disagio. Si evidenzia, inoltre, come l’impianto della revisione comporti rilevanti ricadute sul piano occupazionale e culturale: la riduzione del monte ore complessivo si traduce inevitabilmente in una perdita di posti di lavoro, mentre la contrazione delle ore disciplinari, coinvolge non solo i saperi di base ma anche discipline tecniche e più professionalizzanti caratterizzanti il corso di studi, con il serio rischio di impoverire l’offerta formativa e la funzione educativa complessiva degli istituti tecnici. Alla luce di tali elementi, non riteniamo affatto condivisibile l’intento di procedere con l’avvio della riforma nei tempi attualmente previsti. PERTANTO la scrivente organizzazione sindacale chiede con carattere di estrema urgenza, l’approvazione di un emendamento al Decreto-Legge 19 febbraio 2026, n. 19, recante misure per l’attuazione del PNRR, che disponga lo slittamento dell’avvio della riforma all’anno scolastico 2027/2028, per ricondurre la proposta di revisione dell’assetto ordinamentale dell’Istruzione tecnica nell’alveo di un reale confronto e coinvolgimento dell’intera comunità scolastica sul merito dei contenuti della riforma”. Il 17 marzo u.s.il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara si è portato al Sud, in Calabria, qui ha rilasciato alcune dichiarazioni. “La Calabria è la regione che ha più investito, più scommesso sulla riforma dell’istruzione tecnica e professionale. Per numero di studenti e di scuole coinvolte è la prima in Italia in termini relativi”. Sul sistema 4+2 ha detto: “La Calabria è la regione che ha più investito, più scommesso sulla riforma dell’istruzione tecnica e professionale. Per numero di studenti e di scuole coinvolte è la prima in Italia in termini relativi. Che cosa significa tutto questo? La riforma del 4+2, la riforma dell’istruzione tecnica e professionale parte soltanto laddove vi sia una o più imprese coinvolte, vi sia un collegamento con un Its. Questo vuol dire creare le condizioni perché i ragazzi possano trovare rapidamente un posto di lavoro qua in Calabria. Vuol dire scommettere sullo sviluppo del sistema imprenditoriale calabrese. E voglio anche aggiungere che il Mezzogiorno, Calabria compresa, in questo momento, soprattutto per le start up innovative, sta crescendo più del nord Italia. Aggiungo anche che i risultati che noi abbiamo raggiunto nella lotta alla dispersione scolastica con Agenda Sud in Calabria come in Campania e come in Puglia sono straordinari. Queste sono le notizie positive che stanno a testimoniare una risposta forte del territorio alle riforme che stiamo varando”. E’ convinto il Ministro Valditara del suo buon operato e non manca di dialogo e riflessione sull’eventuale errore. (elgr)
Riordino degli Istituti Tecnici e Professionali e diffuso malessere nella scuola
Valditara è orientato verso la valorizzare dell'istruzione tecnica come eccellenza, al bisogno di contrastare la dispersione e facilitare l'occupazione. "Il vero tema dello sviluppo imprenditoriale, sostiene il Ministro del MIM, è la ricerca di competenze che la scuola non è in grado di offrire. Per questo abbiamo voluto la riforma per gli istituti tecnici e professionali che collega in modo stretto scuola e mondo del lavoro. E in cui si crea una vera e propria filiera con le aziende". Intanto il riordino degli istituti tecnici e professionali ha creato una situazione di grave criticità nelle istituzioni scolastiche a seguito del processo di revisione dell’assetto ordinamentale. Il Collegio docenti dell'IIS "Bosso Monti" di Torino, il 17 marzo scorso, ha approvato una mozione collegiale sulla Riforma dei "Tecnici" e sui nuovi quadri orari. La FLC CGIL e la Gilda degli Insegnanti hanno espresso forti preoccupazioni riguardanti i tagli alle cattedre e la confusione organizzativa. La FLC CGIL ha presentato un emendamento per ottenere il rinvio della riforma.
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