I temi che emergono dalla meditazione della Liturgia della Parola sono tratti da Isaia 35,1-6.8.10, Gc 5,7-10, Mt 11,2-11 e sollecitano a misurare il nostro grado di felicità determinato dalla gioia della vicina salvezza.
Che cosa dobbiamo fare? Domanda rivolta al Battista e che anche noi ci poniamo. L’interrogativo coinvolge tutte le categorie sociali. Il Precursore raccomanda di rimanere nel proprio stato, pronti a donare, perfino la propria tunica, per riscaldare il corpo e colmare la solitudine interiore del fratello.
La domanda suscita grande rispetto verso Giovanni. Perciò gli chiedono se sia lui il Messia, l’Unto che avrebbe liberato il popolo dal male, donando libertà ai cuori e speranza all’intelligenza. Il Battista, coerente con la sua esperienza nel deserto, afferma di non esserlo: professa la propria umiltà e per questo è da Gesù esaltato come il più grande tra i figli di donna.

L’intreccio delle tematiche ripropone l’invito a esultare e rallegrarsi, perché noi siamo la festa di Dio, il quale porta il nome: “Io sono con voi”. Presenza che accompagna, conforta, incoraggia, sostiene, perdona e genera la vera gioia. Tema presente in tutta la Bibbia, segno della Salvezza, fondato sulla relazione con il Signore.
Perciò sostituiamo alla tristezza la gioia: Dio libera il suo popolo, una gioia che nessuno può togliere. Egli è vicino. Il resto, anche ciò che evoca male, dolore e sconfitta, scorre via: è la gioia natalizia.
Ma quanti la sperimentano davvero? È il frutto di due gioie intrecciate: quella di Dio e quella dell’uomo. Stare uniti al Signore che gioisce porta salvezza, che si sperimenta nel dovere compiuto e nella disponibilità alla missione ricevuta.
Il profeta invita deserto e terra arida a rallegrarsi per la possibilità di vedere la gloria del Signore; lo ribadisce Giacomo nella seconda lettura. La possibilità di rinfrancare i cuori dei credenti si avvicina.
Il vangelo presenta Giovanni Battista in carcere, rinchiuso da un sovrano infido. Coerente con i suoi principi, è elogiato da Cristo anche se vive una crisi interiore: Gesù non è il Messia che si aspettava. Perciò invia discepoli a chiedere chiarimenti.
Si può conoscere l’identità del Maestro di Nazareth solo accogliendolo nella sua mitezza e nella sua predisposizione alla pace, qualità che disorientano il Battista. Egli immaginava un personaggio implacabile, pronto a esercitare la giustizia senza concessioni di misericordia.
Gesù invece invita a osservare ciò che si vede e si sente:
evangelizzazione dei poveri, liberazione dei malati, innalzamento degli emarginati — segni della nuova beatitudine.
Gesù riprende le immagini di Isaia e, come Giacomo, invita a essere costanti, a rivestirsi di pazienza e mitezza, caratteristiche degli spiriti forti, che non cedono alla rassegnazione e custodiscono la serenità interiore.
Il Battista è impaziente nell’affidarsi a Dio, che descrive nella sua dimensione numinosa, un atteggiamento che rischia di scandalizzarsi davanti alla grotta di Betlemme, dove si contempla un bambino indifeso.
È questa la modalità del Messia di entrare nel mondo: stile semplice ed efficace per esaltare i poveri.
Chi accetta tale prospettiva comprende il mistero del Natale e riempie l’anima della sua gioia.
“Beato chi non si scandalizza di me!” — parola forte del Vangelo.
Problemi e ingiustizie fanno desiderare un Messia potente e trionfatore, pronto a riparare i torti. Da qui le delusioni e i dubbi: “È davvero lui l’inviato di Dio?”. Incertezza che sembra toccare anche il Battista.
Le attese del popolo erano modellate sulle immagini della scure alla radice e del ventilabro.
Il bisogno di capire la realtà del Messia attraversa i secoli.
Gesù allude al contrasto tra le attese umane e il suo stile:
povero tra i poveri, senza prestigio pubblico, accanto agli ultimi.
È difficile riconoscere il Regno se i ricchi si arricchiscono, i poveri si impoveriscono, i potenti dominano e i deboli vengono scartati.
Gesù invita a non scandalizzarsi di Lui e ad adottare la sua logica, lontana dal perbenismo egoistico e dai limiti degli orizzonti umani.
Dio è imprevedibile: “Le sue vie non sono le nostre vie” (Is 55,8).
La sua salvezza va accolta nella fede, che richiede abbandono, pazienza e vigilanza per evitare illusioni e delusioni. È l’invito della lettera di Giacomo, figura centrale nella Chiesa delle origini, che esorta a una pazienza operativa, come quella degli agricoltori dei campi di Nazareth.
Cristo guida la storia e la salvezza si realizza progressivamente.
Per questo celebriamo il Natale, verità da annunciare con lo stile di Cristo, che propone con dolcezza e mai impone, sollecitando la testimonianza.
Allora i frutti non mancheranno, e tutti parteciperemo della gioia del raccolto, intonando il canto di Isaia: il gioioso ritorno alla casa del Padre, nel Regno inaugurato da Gesù.
Un Regno che costruiamo sperimentando la sua gioia, la sua liberazione, alternativa ai progetti umani che ignorano o rifiutano Dio.
È un Regno nuovo, che cambia tutto.
Ecco perché i più piccoli sono più grandi del Battista, elogiato da Gesù: non vive nel palazzo del re, non è una canna sbattuta dal vento, non frequenta cortigiani o portaborse attenti solo alla forma.
Giovanni è uomo libero, e per noi cristiani è il viatico nel cammino verso la gioia natalizia.



