È un viaggio fantastico quello che si può fare in Australia.
Ma diventa indimenticabile quando, spingendosi idealmente verso il Polo Sud, si arriva in Tasmania. È allora che l’esperienza smette di essere semplice scoperta geografica e si trasforma in visione, in interrogazione profonda sul senso del nostro tempo.

Siamo con Anne, Anthony, Hann, Giuseppe, Bartolo e Gina, a bordo del traghetto Mona Roma, diretto verso uno dei luoghi culturali più sorprendenti del mondo contemporaneo.
Il mare è calmo, il panorama è ampio, quasi ipnotico. Il vento suggerisce di restare all’interno, dove il viaggio continua sotto forma di racconti, ricordi condivisi e progetti che si intrecciano tra passato e futuro.
Già l’arrivo al museo è parte dell’esperienza.
Il MONA non si presenta come un edificio tradizionale: emerge dal paesaggio come una fortezza arcaica e futuristica insieme, scavata nella roccia, in parte invisibile, in parte sospesa sull’acqua. È un’architettura che rifiuta la monumentalità celebrativa per proporre una discesa fisica e simbolica: si entra dall’alto e si scende, livello dopo livello, quasi a esplorare le profondità della coscienza umana.

All’interno, vetro, acciaio, pietra e luce dialogano in modo spiazzante.
Le pareti sembrano fluttuare, gli spazi si aprono e si richiudono senza una gerarchia evidente. Non esiste un percorso obbligato: il visitatore è chiamato a scegliere, a perdersi, a sostare, a tornare indietro. È un museo che non accompagna: provoca.
Le opere esposte non cercano il consenso.
Il MONA è noto per affrontare senza filtri i grandi temi dell’esistenza: vita e morte, corpo e desiderio, violenza e potere, sacro e profano, tecnologia e fine dell’umano. Qui l’arte non consola, ma mette a disagio; non spiega, ma pone domande che restano aperte.
In alcune sale ci troviamo davanti a visioni di futuri possibili: città sospese, mondi governati da intelligenze artificiali, corpi trasformati dalla tecnica. In altre, il passato remoto riaffiora con forza: reperti antichi, simboli religiosi, oggetti rituali dialogano con installazioni contemporanee, suggerendo che il nuovo e l’antico condividono le stesse paure e le stesse ossessioni.
Ci soffermiamo davanti a un’opera che rappresenta un paesaggio australiano attraversato da segni di tecnologia avanzata. Non è una celebrazione del progresso, ma una domanda aperta sul prezzo che l’ambiente e l’identità pagano quando ogni spazio viene colonizzato.
Anne osserva e dice, quasi sottovoce:
«Ecco come potrebbe essere il nostro futuro, se continueremo a esplorare e modificare ogni angolo del pianeta senza chiederci fino a che punto sia giusto farlo».

Il MONA non offre risposte morali, ma costringe a prendere posizione.
È un museo che rende il visitatore parte dell’opera, responsabile dello sguardo che posa sulle cose. Anche l’uso della tecnologia – dalle audioguide personalizzate alle informazioni accessibili solo tramite dispositivi digitali – non è neutro: sottolinea quanto la nostra esperienza del mondo sia ormai mediata, filtrata, selezionata.
Quando usciamo, il paesaggio della baia di Hobart appare diverso.
Non perché sia cambiato, ma perché siamo cambiati noi. Portiamo con noi una consapevolezza più nitida: il patrimonio che abbiamo ereditato – naturale, culturale, umano – non è infinito, e non è garantito.
Il MONA ci lascia questo compito silenzioso:
ricordare che il futuro non è solo una conquista tecnologica, ma una responsabilità etica, e che il passato, se ascoltato, ha ancora molto da insegnarci.



