“Con la penna è molto più semplice esternare delle sensazioni, delle emozioni che noi abbiamo dentro e che spesso facciamo fatica a portare fuori attraverso le parole”

Intervista allo scrittore emergente Donato D'Aiuto

La prima esperienza editoriale di Donato D’Aiuto sta avendo un discreto successo. Il suo libro tocca temi fondamentali: la famiglia, l’amore, la solitudine, la ricerca di un equilibrio interiore…

Cultura
Cilento martedì 15 maggio 2018
di Veronica Gatta
Donato D'Aiuto
Donato D'Aiuto © n. c.

Donato D’Aiuto nasce a Vallo della Lucania il 4 gennaio 1988.

Brillante e giovane avvocato, esordisce come scrittore nel giugno 2017 con “La storia di un uomo solo” edito da Graus Editore.

La prima esperienza editoriale di Donato D’Aiuto sta avendo un discreto successo. Il suo libro tocca temi fondamentali: la famiglia, l’amore, la solitudine, la ricerca di un equilibrio interiore…

Conosciamo meglio questo scrittore esordiente.

Donato, da dove nasce la tua passione per la scrittura? Quando hai iniziato a scrivere?

La mia passione per la scrittura nasce dallo sport. Ho iniziato scrivendo di calcio su un blog che avevo creato anni fa “Dracula Sport”. Da lì ho iniziato a collaborare con vari quotidiani sportivi, come calciomercato.com. Tutto è nato per gioco, per diletto. Poi la passione è cresciuta sempre di più.

C’è un romanzo o uno scrittore in particolare che ha, in qualche modo, “rivoluzionato” la tua vita contribuendo a far nascere dentro di te questo desiderio di scrivere?

In realtà il mio autore preferito è Jo Nesbo, norvegese scrittore di gialli, un genere del tutto diverso dal mio libro ma con il quale mi piacerebbe magari confrontarmi in futuro.

Parlaci un po’ di questa tua passione e delle tue emozioni ad essa correlate. Cosa vuol dire per te scrivere? Perché lo fai? Cosa provi quando metti le tue idee nero su bianco?

Con la penna è molto più semplice esternare delle sensazioni, delle emozioni che noi abbiamo dentro e che spesso facciamo fatica a portare fuori attraverso le parole. A volte troviamo difficile anche parlare con un familiare o con un amico, di fronte al foglio invece siamo soli e riusciamo a non avere filtri.

Veniamo al tuo libro. La trama è semplice e complessa allo stesso tempo. Racconta la storia di un giovane giornalista e scrittore che, a seguito di alcune sfortunate e tristi vicende che colpiscono la sua vita privata, percorre un viaggio interiore (purtroppo in declino) mosso da un unico grande desiderio: “sapere quante persone avrebbero sofferto se lui fosse morto”. Da dove nasce l’ispirazione per raccontare una storia tanto cupa? Da quali elementi sei partito per scrivere questo libro?

Nasce dalla parte più interna di me, quella parte che tutti abbiamo e che spesso tendiamo a tenere nascosta. Sono partito dalla condizione che molti ragazzi vivono nel corso della propria vita: la solitudine. In un tempo in cui tutti siamo social, tutti abbiamo migliaia di “amici” su Facebook, ci rendiamo conto che invece le persone che ci stanno veramente accanto sono poche, pochissime. Ma soprattutto a volte siamo così presi dalla nostra vita quotidiana da non riuscire a renderci neanche conto di chi ci tiene davvero a noi.

Raccontaci un po’ di questo “uomo solo”: è davvero un “uomo solo” o, piuttosto, un uomo che “si sente solo”?

Io credo che non ci sia molta differenza nello stato interiore tra chi “è solo” e chi “si sente solo”. La differenza sta nella possibilità di poter uscire dal vortice che ti porta verso il fondo. Come dicevo prima, nella nostra “epoca social” troppo spesso ci fermiamo all’apparenza, a quella patina che ogni persona mostra di sé, senza essere interessati ad andare oltre. Quindi non ci viene in mente di chiedere a un nostro amico “come stai?”. I rapporti personali si sono un po’ “desentimentalizzati”. Si sta insieme più per la voglia di far vedere “come si vive” che non per il piacere di vivere quei momenti.

Cos’è per te la solitudine? E, nel tuo libro, come la presenti al lettore?

Per me lo “stare soli” non deve essere visto sempre come un qualcosa di negativo. Da soli si pensa di più e anche meglio. Ma bisogna saperci anche stare. La solitudine è la degenerazione dello “stare soli”, il non saper affrontare questa condizione. Il rischio è quello di trovare facili rimedi, che poi rimedi non sono. È quello che fa il mio personaggio, che prova a combattere la solitudine con l’alcol. In questo modo la ripresa è solo un’illusione di breve durata.

Tra alti e bassi, quando il protagonista crede di non avere più alcuna ragione per essere felice, succede qualcosa che potrebbe cambiargli la vita. Perché hai deciso di inserire questo particolare? Volevi dare al tuo personaggio una seconda opportunità per essere felice?

Tutti hanno una seconda possibilità per essere felici. A volte anche una terza e una quarta. Il problema è che molti pensano che nella vita non ci sia bisogno di sforzi. Anche il mio personaggio era riuscito a realizzare subito i suoi sogni e questo lo aveva condizionato. Ma non sempre è così. A volte per ottenere i risultati sperati c’è bisogno di tanto impegno e tanta dedizione. Però si può cadere, sempre, e per rialzarsi occorre saper cogliere i segnali che troviamo sul nostro cammino. Il personaggio del mio libro, purtroppo, pecca in questo.

Apparentemente tu e il personaggio che hai creato siete molto diversi. Tu sei un ragazzo solare, pieno di vita e circondato da tanti amici. Eppure ci sarà qualcosa che vi accomuna…

Sì, io sono una persona estremamente solare ma nella storia del personaggio che ho creato c’è qualcosa di mio. Anche io, come tanti ragazzi della mia età, dopo gli studi ho attraversato momenti di sconforto in cui non riuscivo a vedere la strada che avrei dovuto percorrere, ma, come dicevo prima, ci vuole impegno, dedizione e tanta pazienza.

Cosa vorresti che il lettore riuscisse a comprendere leggendo il tuo libro?

Mi piacerebbe far capire a chi ne ha bisogno che non siamo mai soli, anche quando pensiamo di esserlo. Bisogna aprirsi, parlare con i propri amici e familiari, perché molte volte sottovalutiamo la forza di una semplice chiacchierata.

Se dovessi scegliere tre aggettivi per descrivere il tuo libro, quali useresti?

Scorrevole, suggestivo e interessante. Spero che questi aggettivi possano essere condivisi da chi mi ha letto.

Hai riletto il tuo libro dopo la pubblicazione? Avresti aggiunto, eliminato o modificato qualcosa? E se sì, cosa?

L’ho riletto più volte ma mai per intero. Mi è capitato anche di pensare “non l’ho scritto io”. Però non ho mai pensato di dover modificare qualcosa perché questa storia era dentro di me esattamente nel modo in cui è venuta fuori.

Qual è stato il percorso che ti ha permesso di pubblicare il tuo libro? È stato difficile arrivare alla pubblicazione?

Ho semplicemente contattato la casa editrice Graus inviando il mio manoscritto. Qualche giorno dopo ho ricevuto l’email dall’editore che mi diceva di essere interessato alla pubblicazione del racconto; è stata una gioia immensa per me.

È trascorso quasi un anno dall’uscita di “La storia di un uomo solo”. Nel corso di questi mesi sono state organizzate varie presentazioni del tuo libro. Che riscontri hai avuto?

Ogni volta che mi trovo a presentare il mio libro è come fosse la prima volta. Stessa agitazione, stessa ansia, stessa emozione. Dal momento in cui è stato pubblicato ad oggi mi sono goduto ogni presentazione e ogni singolo apprezzamento ricevuto. E dirò di più, mi sono goduto anche le critiche. La cosa bella è sapere di aver trasmesso qualche emozione.

Quali sono le maggiori difficoltà che hai incontrato (ammesso che tu ne abbia incontrate) nella promozione del tuo libro?

Fortunatamente le persone che mi hanno aiutato ad organizzare le varie presentazioni sono sempre state impeccabili e non mi hanno mai fatto avvertire difficoltà. L’unica cosa che mi dispiace è la poca presenza sul nostro territorio di librerie che sappiano organizzare eventi che possano valorizzare ragazzi del posto o, comunque, spingere i ragazzi ad interessarsi al mondo della lettura e della scrittura. La libreria non è soltanto il luogo fisico in cui vendere libri, ma è molto di più.

Dopo aver scritto “La storia di un uomo solo”, hai dato “forma” alla tua passione per la scrittura ideando il blog “Il Punto di Vista”. Puoi parlarcene un po’? Quali temi vengono trattati sul tuo blog?

“Il Punto di Vista” nasce da una mia idea e dalla collaborazione di mia sorella ed altri amici per dare voce a tutti i ragazzi appassionati di scrittura su qualsiasi tema: cinema, sport, politica. Diciamo che quello che ci interessa è esprimere delle “opinioni”. Ovviamente è un progetto nato da poco e va ancora sviluppato per bene. I margini di crescita ci sono, serve più costanza e più impegno. Colgo l’occasione per dire a tutti i ragazzi con la passione per la scrittura di coltivarla e, se vogliono, di cercare “Il Punto di vista” su Facebook.

Sei originario di Salento, nato a Vallo della Lucania, dove hai studiato fino alla maturità classica, hai completato la tua formazione a Firenze, laureandoti in Giurisprudenza, e ora vivi e lavori a Salerno. Quando qualcuno ti chiede “di dove sei?” cosa rispondi? Quanto ti senti cilentano?

Mi sento cilentano al 100%. Dopo aver studiato a Firenze, città che mi ha formato e alla quale sono molto legato, sono “rientrato alla base” per lavorare e vivere sul nostro bellissimo territorio. Ci ho tenuto particolarmente ad inserire l’aggettivo “cilentano” anche nella quarta di copertina del mio libro. Salerno, invece, è la città in cui vivo attualmente e la trovo stupenda.

Hai un nuovo progetto letterario in vista? Puoi anticiparci qualcosa?

Ci sto lavorando e spero di portare a termine anche questo lavoro. La speranza è quella di continuare a scrivere e, soprattutto, di riuscire ad avere l’apprezzamento dei lettori.

Dove si può acquistare il tuo libro?

Il libro si può ordinare in tutte le librerie che non l’abbiano già tra gli scaffali oppure sui vari siti Ibs, Hoepli, Amazon, Libreria Universitaria, ecc.

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