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In nome del popolo sovrano

Tempi che avanzano, mode che cambiano. Tendenze che mutano vertiginosamente un po’ ovunque, dai mobili all’abbigliamento, dall’edilizia alla gastronomia.

E, in verità, in fatto di mode questa Battipaglia qui, egocentrica e narcisista oltre il più ragionevole fabbisogno, non può che porsi da maestra.

Prendi la politica, no? Anche lì procedure nuove, comunicazione d’assalto, terminologie d’avanguardia. Per dirne una: non ci sono più i mercenari della politica, parimenti detti voltagabbana o saltatori di fosso. Ora si chiamano, più semplicemente, centri d’appoggio. Uno, due, dieci candidati e relativi manovratori d’ombre che spostano, di elezione in elezione, il baricentro dell’attenzione a seconda del partito in cui si vanno via via collocando.

Vanno a grappoli tipo i ciclisti al giro d’Italia, fanno unione, sull’ultimo tratto coprono la volata del leader. Non sono cristiani qualunque, non hanno braccia, gambe o denti, si compongono di una pura aura spirituale chiamata – per semplicità - “bacino di voti”. E tu, a uno spirito, non stai tanto a fargli menate sulla coerenza, l’ideologia e storie varie. Loro si spostano a ogni elezione, destra-sinistra-garage-pianerottolo, e tu sempre ligio e obbediente a inseguirli, perché vuoi o non vuoi fai parte di quel migliaio e spiccioli di “voti fissi” che si portano in dote ad ogni matrimonio, e non osi separare l’urna ciò che il clientelismo unisce.

Gli inizi si ebbero col Lascia o Raddoppia di Mike Bongiorno, quando per le case non c’era il televisore e ci si ammassava un po’ tutti al bar all’angolo: un caffè, un cordiale, un gingerino, e si aveva diritto a una canonica sedia impagliata per guardare le gambe della Campagnolo sotto il gonnellino a scacchi. L’inizio della perdita progressiva dell’individualità per sconfinare nel più protettivo e confortevole concetto di massa: non una distesa eterogenea di gusti e sentimenti ma più potenti quanto isolati picchi d’ascolto da Aosta a Caltanissetta, capaci di determinare con la sola spinta del tasto on/off (all’epoca non c’erano né canali né zapping) il successo o la fine di una determinata trasmissione.

La teoria del gruppo prese poi piede in altri ambiti, dal consumo alla sanità al volontariato ai movimenti studenteschi, ma mai così massicciamente – prima d’ora - il fenomeno si era spostato in politica.

Quando fai gruppo, in sostanza, non sei tenuto a un’etica personale, perché l’interesse collettivo – è dogmatico e sacrosanto – da sempre sovrasta quello individuale. Diventi un broker della politica, non per tuo tornaconto ma ad esclusivo vantaggio del tuo elettore: vieni con me, votami e fai votare, e ti porto dove c’è l’offerta più conveniente: Pd come Pdl, sinistra radicale come destra estremista. Certi partiti telefonici, pare, fanno pure lo sconto del 10% sull’assicurazione auto.

Una missione, dunque. E nemmeno retribuita più di tanto, giacché alla perdita di faccia e dignità non c’è contropartita che tenga. Ove mai ci fosse, una perdita di faccia. Ove mai ci fosse, una perdita di dignità. Perché il bello della nouvelle politique, in sostanza, è proprio questo: l’assunto machiavellico dell’amoralità del Principe tale che, liberatosi Egli dall’onere dell’altrui rispetto, possa agire incondizionato e indisturbato per il bene del popolo.

Il problema, ancora oggi, è che si fa fatica a individuarlo con precisione, questo benedetto bene del popolo. Colpa della nostra innata ignoranza, presumo, questa mancanza del senso di appartenenza che ancora non fa ben discernere quanto un candidato faccia per la propria tasca e quanto per i bisogni degli elettori. Il malpensiero di pochi, ecco qua: radice nera e cariata che ancora non fa decollare lo sviluppo di questa città. Fatichiamo ad assimilare il mutamento dei tempi, a comprendere che il vecchio, antiquato enunciato solidale “il bene della collettività porta al bene del singolo” è destinato a divenire, in un tempo più breve di quanto si pensi, “il bene del singolo porta la collettività… a farsi benedire”.

Ernesto Giacomino

 
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