Sono con Aldo Ventieri, architetto, l’ultimo della sua famiglia arrivato in Australia.
A che età sei arrivato?
«Avevo otto anni. Era il 1960.»
Quindi una vita più australiana che italiana. Cosa ricordi dell’Italia di quel tempo?

«Poco. Ricordo che io e mio fratello andavamo a scuola due o tre ore, poi andavamo con le pecore e le capre. Eravamo liberi, non c’erano cancelli. Avevo fatto la seconda elementare quando siamo partiti.»
La tua famiglia era già qui?
«Mio padre era venuto nel 1958. Poi mia sorella e mio fratello, Giuseppe e Maria, nel ’59. Dopo siamo arrivati noi: mia madre Carmela, mio fratello Antonio, mia sorella Felicetta e io, che ero il più piccolo. C’era anche un fratello più grande, Pasquale, che faceva il militare e arrivò dopo.»
Oggi quanti siete rimasti?
«Adesso siamo quattro: due fratelli e due sorelle.»
Che lavoro faceva tuo padre in Australia?
«Lavorava nelle ferrovie.»
E tua madre?
«No, mia madre è sempre rimasta in casa, a fare la mamma, come a Rofrano: cucinare, tenere la famiglia.»
La famiglia si è allargata molto?
«Sì, nipoti forse trenta, e altri venti pronipoti. Una famiglia grande.»
Vi riunite ancora?
«Sì, dopo Natale facciamo sempre un incontro: anche settanta-ottanta persone. Prima andavamo alla spiaggia, a Portsea, poi abbiamo trovato parchi più vicini alle case. Adesso è più difficile perché ognuno ha la sua famiglia.»
Quando sei arrivato, con solo la seconda elementare, come è stato l’inserimento?
«Non parlavo inglese, parlavo con i segni. Ho ricominciato dalla seconda. Poi ho fatto le superiori e sei anni di architettura all’università.»
Hai studiato anche in Europa?
«Sì, un anno tra Italia, Inghilterra e Francia. Eravamo circa centocinquanta studenti di architettura, viaggio a spese nostre, ospitati nelle università.»
Dopo la laurea?
«Ho lavorato per il Ministero dei Trasporti dello Stato di Victoria: progettavamo e controllavamo stazioni ferroviarie. Poi ho aperto uno studio con altri tre architetti. Dopo qualche anno sono rimasto solo e da allora ho sempre lavorato in proprio.»
Hai avuto continuità professionale?
«Sì, lavoro non me n’è mai mancato.»
C’è qualcuno che continuerà la tua professione?
«No. Le mie figlie non hanno studiato architettura. Non le ho forzate: dovevano fare ciò che piaceva a loro. La professione oggi è molto cambiata.»
Quante volte sei tornato in Italia?
«Tre. L’ultima l’anno scorso, a giugno: Sicilia, poi il mio paese, Rofrano, e città come Firenze, Bologna, Milano, Verona.»
Come riassumeresti la tua vita?
«Lineare, ma con problemi come tutti. Ci sono colline e valli: dipende da come le affronti.»
Grazie Aldo, e magari ci rivediamo in Italia.
«Grazie.»



