Dalla Scuola di Atene
Con questa seconda “Epistola” indirizzata a “Cranao di Poseidonia” continuo il mio solitario viaggio che tenni, al tempo del Covid, tra i sette più uno Pitagorici, che ne’ “La Vita Pitagorica” Giamblico di Calcide (III-IV sec) assegna alla grande Scvola Pitagorica di Poseidonia.
SECONDO L’ORDINE DI GIAMBLICO DI CALCIDE
EPIGRAFE
Nel novero complessivo dei pitagorici molti, come è ovvio, sono rimasti sconosciuti e anonimi, ma di quelli che si conoscono, i nomi sono i seguenti… di Poseidonia: Atamante, Simo, Prosseno, Cranao, Myes, Batilao, Fedone.
(Giamblico “Vita Pitagorica”)

Si vanti pure e gridi alto di Cranao la magnifica città di Poseidonia il nome!
A Cranao (Poseidonia V sec. a.C.) figlio della città di Poseidonia che dei duecentodiciotto di Giamblico trasse il nome e fu il quarto … il mio saluto!
EPIGRAFE
Nel novero complessivo dei pitagorici molti, come è ovvio, sono rimasti sconosciuti e anonimi, ma di quelli che si conoscono, i nomi sono i seguenti… di Poseidonia: Atamante, Simo, Prosseno, Cranao, Myes, Batilao, Fedone.
(Giamblico “Vita Pitagorica”)
Ed anche per te, maestro Cranao, figlio della città di Poseidonia che dei duecentodiciotto di Giamblico traesti il nome e fosti di Poseidonia il quarto, canterò il mio canto. E per te cui “nulla c’era di più dolce della terra natale”, si narra, come comandava: “all’amministrazione degli affari pubblici” la tua regola pitagorica,che secondando con la tua sapienza giuste leggi, tutto dedicasti il tempo tuo migliore al buon governo della tua città. E non sarò io, indegno discepolo di novello tempo, a cantare le tue lodi ma un canto antico tramandato ai posteri da vecchio rotolo impolverato che rinvenni in una angusta nicchia annerita, per caso, in una vecchia casa abbandonata. Era il mese dei morti ed io ne andavo solitario camminando pensando alla gloria di Poseidonia quando cominciando a piovigginare entrai in questa vecchia casa che tante volte alla mia passeggiata era stata presente e che se pure abbandonata era ancora in buono stato. Aveva solo l’uscio sfondato a riprova forse di qualche furto ed io senza esitare vi entrai ed entrando, in attesa che la pioggia smettesse, cominciai con lo sguardo a guardarmi intorno e tosto accanto al camino sul lato destro mi colpì e mi incuriosì una nicchia tutta nera, forse, pensai, l’alloggio di quelle antiche lucerne ad olio che una volta, quando ancora non c’era la corrente elettrica, illuminavano le case dei nostri padri. Mi avvicinai e notai che era molto profonda e buia, e forse questo ne aveva poi nel tempo impedito l’esplorazione fino in fondo, perché come me tanti sapevo ne erano passati in quella casa, Sicchè incuriosito da tanta profondità e forse perché la pioggia continuava a cadere, mi avvinai alla nicchia con un pezzo di legno lì raccolto per terra e cominciai ad esplorala. Quando più la liberavo dal terriccio che vi si era negli anni accumulato tanto più cresceva forte la mia curiosità, quando all’improvviso nel buio del fondo notai ben custodito un rotolo tutto impolverato stretto da un laccio e in alcuni punti guasto ma ancora in buone condizioni. Tanto poi fu il mio stupore che quando poi provando con cautela e prudenza a srotolarlo, rinvenni che non era una semplice pergamena, bensì un antico manoscritto vergato con una calligrafia minuta e irregolare, il cui inchiostro, sebbene sbiadito dal tempo, conservava ancora una forza tale da lasciar intuire che quanto vi fosse scritto non era stato affidato al caso, ma custodito con cura perché un giorno, forse proprio allora, qualcuno lo ritrovasse, perché alla storia fosse, maestro Cranao, consegnata la tua gloria. E tanto era di questo anonimo albanellese accesi di ineffabili accenti l’ammirazione per la tua sapienza e per il tuo buon governo e per la bellezza della tua città che non potei non provare un senso di esaltazione e di giubilo. Era la mia antica patria greca che prospera tanta et grande un giorno, ancora una volta, per te, maestro Cranao, tornava a parlarmi. Ed avrei voluto tosto quel canto pubblicare ma mi tormentava del degnissimo poeta a piè del canto vergato il suo severo ammonimento: “ti custodisca in eterno il silenzio” e non mai avrei proceduto se del “Saggio storico sulla Rivoluzione Napoletana del 1799” l’autore, ame caro, non mi avesse soccorso con la sua decisione.
Correva l’anno del Signore 1806 quando tornando della “Rivoluzione” lo storico in una sua vecchia casa “ove già fu Eraclea” cercando tra le carte di un suo “avo eruditissimo, come tutto il mondo sa, nel greco idioma” rinvenne, anche lui, un manoscritto che a sua volta il suo antico avo aveva ritrovato “facendo scavare le fondamenta” di quella casa e che d’impeto traducendolo avrebbe voluto ancor più velocemente pubblicare, ma considerando poi che a nulla sarebbe valso“rammentar agli italiani che essi furono una volta virtuosi, potenti e felici” e che essi“un giorno furono gli inventori di quasi tutte le cognizioni che adornano lo spirito umano” mentre oggiè “gloria chiamarsi discepoli degli stranieri” lo aveva di nuovo arrotolato promettendo che “se ancora vivesse” mai quel“ manoscritto non vedrebbe luce del giorno”. “Ma io” continua lo storico molisano che di quel manoscritto ne lessi i temi e l’essenza pensai “diversamente dal mio avo” e ritenendolo degno della pubblicazione mi risolsi di pubblicarlo, cosa così anch’io farò, lettore. E se non consegneremo al mondo dello storico molisano un altro “Platone in Italia” certo, maestro Cranao, “qualunque sia il giudizio che il pubblico pronunzierà”, avremo nondimeno assolto a un dovere verso la memoria e verso la verità, sottraendo all’oblio pagine che, se anche non destinate a mutare il corso del pensiero, potranno almeno illuminare un angolo remoto della nostra storia e testimoniare come nella tua città di Posidonia, l’ingegno umano abbia saputo interrogarsi e tentare il segno più profondo e giusto delle leggi e lasciarne traccia indelebile. E così, contravvenendo alla volontà dell’eruditissimo maestro anch’io mi sono risoluto di pubblicare quel manoscritto e di affidarlo alle ali della mia “Scvola di Atene” che da anni su “Unico settimanale” ci tiene compagnia e … se nella trascrizione qualche verso fuggirà o sarà al mio tempo sacrificata, mi perdonerà il mio ignoto lettore e l’eruditissimo maestro, perchè al mio mondo troppo distratto alto è il prezzo da pagare per chi vuol coltivar poesia e non trova radici!

Comincia il canto: era la stagione che la natura risveglia, quando principiando, con le sue prime luci l’aurora a indorare le prime pietre della “via sacra”, tu, consegnando alla regola la tua solitaria passeggiata “in luoghi dove regnassero solitudine ed adeguata tranquillità, e fossero templi e boschetti e quant’altro poteva allietare il cuore”, tu tornavi, maestro Cranao, e lesto ti affrettavi a recarti al “Tempio delle Muse”, che il tuo primo Maestro ordinava di edificare in ogni città dove un suo “collegio” nascesse, “perché queste dee, diceva, portavano tutte insieme lo stesso nome, erano note alla tradizione come una comunità e si compiacevano in sommo grado del culto comune; e poi il coro delle Muse era sempre uno e costantemente il medesimo, e in più racchiudeva in sé accordo, armonia e ritmo, cioè tutto quanto crea la concordia” e nessuna città che alla concordia volesse votare il suo cammino poteva rimanerne spoglia. E così raggiunta la “Casa” dove al centro alto e solenne sorgeva l’altare del tuo dio, levavi le braccia al cielo e mentre i profumi di incenso esalavano, così, dopo averlo salutato: “Salve, signore, tu che governi e regni sovrano su Delo circondata dalle acque e dai vita agli uomini mortali, agli uccelli del cielo e a tutte le specie animali che la terra e il mare nutrono in gran copia, sorgi e con i tuoi raggi illumina il mondo” ti recavi nell’ampia sala destinata alla trattazione degli affari pubblici, obbediente all’insegnamento del Maestro che diceva che ognuno “avrebbe dovuto considerare la patria come un deposito affidato dalla cittadinanza a tutti loro insieme e perciò governarla in modo da lasciar intendere che avrebbero trasmesso in eredità ai propri figli la fiducia in essi riposta”, dopo che il più anziano vi ricordava quanto “nota era la fama della nostra città e della nostra terra e la bellezza del nostro cielo” e vi ammoniva nel vostro pubblico esercizio di “non abusare nei giuramenti del nome degli dèi, bensì usare parole che fossero credibili anche a prescindere da un giuramento”, con gli altri fratelli, maestro Cranao, ti accingevi a discutere degli affari della città, delle leggi e delle decisioni più utili al buon governo della città. Erano i tuoi giorni della città i più fecondi eppure i più difficili, intensificandosi infatti e crescendo gli scambi commerciali, cresceva la città e con la città cresceva dei cittadini la ricchezza e con la ricchezza subdolamente prendeva in città ad allignare quel peccato che, tra tutti, era dagli dei il più odiato, degli uomini la “hubris”. Quel peccato che ben sperimentò la città di Crotone quando insuperbitasi per la vittoria sulla vicina città di Siri, volle “primeggiare” anche su quella di Locri, con la quale dipoi venuta a guerra, come il “Platone in Italia” narra, “quindicimila locresi, risoluti di vincere o di morire, vinsero centomila crotoniati ammolliti dalle ricchezze e insolentiti per la fortuna passata e per insolenza trascuranti di ogni disciplina” fu rovinosamente sconfitta. E tanto ne pagarono di quel peccato alto i crotoniati il fio che disperati e perduti nel rischio della vita, circolando sempre più “di bocca in bocca” la fama di Pitagora, a lui si rivolsero per essere salvati, e queste, che tu, maestro Cranao, ben conoscevi, furono le sue parole:“ le sventure vengono dagli iddii, che voglion talora con esse provare gli uomini e le città e…voi oggi siete disperati perché avete perduta una battaglia. Non son dieci giorni, ed eravate superbi per quelle avevate vinte… quando eravate vincitori non vi tornò mai in mente che la fortuna, sempre instabile, dovea un giorno cangiarsi? Ebbene, crotoniati, ciò che finora nessuno vi ha detto…io vi dirò. Tutto il vostro male è in voi stessi. Avete vinto, ed avevate vinto per fortuna, siete stati battuti e lo siete stati per necessità…ove è (infatti) la temperanza nei consigli pubblici, la quale non permettendoci di insolentire nella prospera fortuna, ci libera dai pericoli dell’avversa? Ecco il bene che dovreste procurare e sarete sempre vincitori “. Parole sagge, che affermando che la giustizia “risiede nella comunità dei beni, nell’uguaglianza e in un’unione tra gli uomini tale che tutti possano sentire come un corpo e un’anima sola e chiamare la medesima cosa mia e tua” e che questo principio esteso “fino ai più vili, che pure sono causa di contese e disordini” è sempre fonte di concordia e buon governo, tu, maestro Cranao, consapevole del pericolo che la città stava correndo, da tempo con i tuoi fratelli reggevi, anche in considerazione che “sono riusciti i migliori legislatori: in primo luogo Caronda di Catania, quindi Zaleuco e Timarato, che hanno redatto le leggi per i Locresi, e poi ancora Teeteto, Elicaone, Aristocrate e Fitio, legislatori di Reggio” proprio coloro che “pitagorici” avevano, come te, quel principio applicato. E così levandoti alla tua città primo legislatore, convinto che, della fortuna della città, si dovesse sempre, come l’antico maestro comandava, ringraziare gli dei e segnatamente il tuo dio Apollo, che con il giorno due volte all’anno faceva fiorire le vostre rose, a lui, perché benevolenza durasse e continuasse con i suoi riccioli d’oro ad illuminare della città il cammino, proponesti di erigere a lui, alla sua maestà, un nuovo tempio. Erano i giorni del terzo anno della LXXXIII Olimpiade e di quel tempio, che ancora oggi della tua città rimane la gloria più alta, cominciarono i lavori a sorgere in quel luogo sacro dove da tempo regnava e vegliava sulla città il tempio della grande madre di tutti gli dei: “Era dal trono d’oro”. E poiché “i pitagorici” scrive Aristotele “essendosi applicati allo studio delle matematiche per primi le fecero progredire e approfonditi in esse si formarono l’opinione che i principi fossero i principi di tutte le cose esistenti e…nei numeri essi credevano di scorgere molte somiglianze con ciò che esiste o diviene più che nel fuoco, nella terra o nell’acqua. Così, per esempio, una certa proprietà dei numeri era per loro giustizia, un’altra anima o mente, un’altra ancora punto giusto e così via si può dire per ognuna. Vedendo poi ancora che le note e che gli intervalli delle gamme musicali consistevano i numeri… furono indotti a supporre che gli elementi dei numeri fossero elementi di tutte le cose esistenti che tutto quanto il cielo fosse armonia e numero” ea quel “numero” che del tuo dio portava “significatione” e che il maestro nella sua “coscia d’oro” ne nascondeva il segreto, con tutta l’assemblea a favore, deliberasti a quel “numero”, che principio era di tutte le cose, di affidare di quel tempio il destino. E tanta ne sorse meraviglia e stupore che ancora oggi la sua bellezza il mondo abbaglia e sorprende. E non da Atene o dalla Ionia ricca di porti venne l’artefice, chè, come diremo, quando io per lui e fu il terzo nel novero di Giamblico, osando la mia epistola “corsara”, oltre le fonti, era in casa tra i tuoi a coltivare con il “disegno” e la progettazione l’armonia dell’universo sulla terra. Sorse il tempio e possente e tanta ne risuonò la gloria della tua Scuola e di quel vostro “numero” che ancora oggi ne dura il ricordo. Ma non mai mancando “coloro che al buon governo si oppongono si sollevarono” vennero poi abbandonati i vostri insegnamenti e tramontato il sole, come cantava il faraone che al Sole si donò: “quando tu tramonti la terra è dominata dalle tenebre , come assalita dalla morte” la cittàlentamente si imbarbarì “hanno mutato, scriveva Aristosseno da Taranto “lingua e le altre abitudini, ma celebrano ancora delle feste greche, e convenuti là rammentano (quegli antichi uomini… ) i nomi e i costumi antichi e si compiangono l’un l’altro e lacrimando si separano.. come abbiamo, continuava, crescendo, il mio poeta greco, “potuto mai decadere, vivere e parlare barbaro? Com’è potuto mai succedere? A noi che pure sfortunati tenemmo radici greche?” e prima sotto il dominio dei lucani e poi quello di Roma del tuo buon governo, maestro Cranao, e di quel tuo tempio se ne perse addirittura il ricordo. Fino a quando liberato dai mefitici confini acquitrinosi della palude che dall’ingordigia dei re che pietra per cattedrali ti avrebbero voluto, ti avevano protetto, risorse il tempio e visitato ed ammirato da schiere numerose di viaggiatori tornò a consegnarsi alla storia ed alla gloria della nostra terra.
Ecco cosa scriveva il secolo scorso l’archeologo Pellegrino C. Sestieri: “Quello che si presenta ai nostri sguardi è senza dubbio il più bello e il più perfetto dei templi dorici conservati: l’armonia delle sue forme è tale, che mai più è stata raggiunta in altri periodi della storia dell’architettura greca…. Visto dall’esterno, il Tempio di Hera Argiva, detto di Nettuno, (presto di Apollo) dà l’impressione di una saldezza incrollabile, ma nello stesso tempo di leggerezza… e vi si ritrovano … tutti gli accorgimenti tecnici constatati nel Partenone, la cui invenzione era stata attribuita al suo architetto, Ictino di Mileto” e aggiungendo lo scopritore della “Tomba del Tuffatore”, (tomba, ricordiamo, che del tuo tempo, o Cranao, fu coeva e forse, chissà, di un tuo confratello la sepoltura) che “l’elemento di fondo per conseguire tale unità è il rapporto tra la larghezza e la lunghezza” molto probabilmente pensava proprio a quel tuo “numero” ovvero quella “divina proporzione” che tutta si contiene in quella “serie numerica” di quel genio che con lo zero al mondo consegnò l’armonia.
E se ancora oggi, a fronte di ipotesi che avanzano sempre più autorevoli si continua a sostenere che quel tempio è a Poseidone dedicato, presto, come il dio che da sempre lo regge e lo comanda, si farà luce e tornando, maestro Cranao, di quel tuo tempo in cui, vivi gli insegnamenti del maestro, erano con gli dei gli antenati amati e onorati e le leggi ispirate dagli dei erano dagli uomini amate e rispettate e tornerà a riempirsi di un nome nuovo il tuo tempio e “ una voce potente che uscirà dal trono” e sarà il Tempio di Apollo già di Poseidone!
Congedo
Ho voluto trascrivere intero, o lettore, questa epistola onde tu sappia che né tu avresti nulla di nuovo da dirmi né io avrei nulla di nuovo da risponderti. Sta sano
(Vincenzo Cuoco, “Platone in Italia”)
Questo, maestro, il mio epigramma per te: “Alle leggi ed al buon governo legasti la tua vita e la tua fama e fosti tra i pitagorici dei sette il legislatore”.
Ancora un altro: “Mi citò il Siro chè devoto fui alle leggi attento e nel calendario pitagorico tutta annotai la mia vita.
Ancora un altro: “E quando tutto fu pesato entrai e per cinque sulla soglia fui in silenzio anni dietro la tenda.
Questo, maestro, nei giorni del novembre amaro l’amore e il mio riparo … il fiore che ti porto!
Chiusa nelle ore antimeridiane del giorno di domenica 19 novembre dell’anno 2023



