Quando uscivo, da solo o in compagnia di Ginetta, dalla casa dei miei suoceri in via G. Verdi a Roccadaspide, era automatico alzare lo sguardo verso il balcone di Antonio e Antonietta Rubano, che abitavano nella casa accanto.
Di solito, comare Antonia Fariello era lì, affacciata, a “controllare” il traffico pedonale che saliva o scendeva verso piazza XX Settembre.

Da quel terrazzino arrivava sempre un saluto, quasi una benedizione, accompagnato dalle stesse, immancabili domande: semplici, ripetute, ma cariche di quell’intimità autentica che nasce tra famiglie divise soltanto da una parete.
Quelle case, a valle, aprono i balconi verso le colline che degradano nella Valle del Calore; a monte, invece, le finestre si fanno scudo con l’imponente Castello Filomarino (XIII secolo), oggi proprietà degli eredi Giuliano.
In quegli spazi ho imparato ad apprezzare Antonietta e Antonio, che fin da subito mi accolsero come un figlio, quando avevo meno di vent’anni ed entrai nella casa dei miei suoceri Giuseppe e Maria Chiacchiaro.
Il loro affetto per Gina si riversò naturalmente anche su di me: giovane, forse considerato una meteora destinata a tornare da dove era venuto.
Quando decidemmo di partire per piantare altrove le nostre prime tende, piansero con i genitori di Gina. Anche loro erano stati emigranti in Svizzera e conoscevano bene le difficoltà di chi è costretto a ricominciare in una terra che non è la propria.
Ogni nostro ritorno era per loro una festa. La nascita di Francesca e Giuseppe fu vissuta come la gioia di nonni “di complemento”.
Quando tornammo definitivamente a Roccadaspide da Varese, ci accolsero con lo stesso entusiasmo dei nostri genitori. E ci aiutarono anche concretamente: zio Antonio, con la sua impresa edile, ci sostenne nei primi, difficili lavori di ristrutturazione della casa in cui ancora oggi viviamo, rassicurandoci: avremmo pagato con comodo.
Non molto tempo fa, dopo l’ennesimo invito a “salire”, accettai.
Antonietta, mentre percorrevo le scale, corse in cucina ad avvisare Antonio del mio arrivo. Quella mezz’ora trascorsa nella loro cucina, tra una bibita e qualche dolcetto, resterà per sempre tra i miei ricordi più cari.
In loro, quel giorno, ho rivisto i volti e le premure dei genitori di Gina e dei miei: l’amore semplice, silenzioso e concreto che accompagna una vita intera.
La scomparsa di Antonietta lascia un vuoto profondo accanto ad Antonio, e nei cuori dei figli Pasqualino e Annarosy, di Massimo e Angela, di Antonia, Luigi, Valeria e Antonia, dei nipoti, dei parenti e degli amici.
Un vuoto immenso, come grande è stata la ricchezza della loro lunga vita vissuta insieme: un’unione profonda, discreta, fedele, che resta esempio e memoria viva per tutta la comunità.



