Il mare non dimentica.
Siamo noi, semmai, a fingere di averlo fatto.
Ci sono passioni che non finiscono.
Si sospendono.
La vela è una di quelle. Non si spegne: resta sottotraccia, come una rotta segnata sulla carta nautica in attesa di essere ripresa. Trentacinque anni possono sembrare un’eternità. Per il mare, no.
La prima volta fu a Varese. Una barca piccola, meno di cinque metri: abbastanza per imparare la lezione fondamentale datami da Mario Carretta: il vento non si comanda, si ascolta. Poi una più grande, oltre i cinque metri e mezzo. Entrambe “battezzate” sul Lago di Lugano, davanti a Porto Ceresio. Giornate lente, acqua senza confini, silenzi che insegnavano più delle parole.

La barca era “posteggiata” sulla spiaggetta del ristorante “Da Bruno”. Con Gina la chiamavo “Gina”, nel tentativo di addolcire i suoi timori quando il vento si faceva più deciso. D’estate la trascinavamo fino al mare di Paestum, al campeggio Hera Argiva, nel mondo gentile del cavaliere Stromillo. Corse, sole, sabbia ovunque. Il tempo aveva un altro passo.
E gli amici. Luciano e Luisa da Nava, Umberto e Patrizia da Avellino, Gennaro, Antonella, i bambini, don Gennarino dalle pendici del Vesuvio. Un elenco impossibile da chiudere. Perché certi nomi non stanno su una riga: stanno nella memoria.
Poi arrivò l’equitazione. Come accade alle passioni vere, una prese il posto dell’altra. Ma la vela non se ne andò. Rimase lì. Sospesa.

Trentacinque anni dopo sono ad Auckland.
Risalgo su uno yacht ormeggiato accanto a una barca che ha sfidato la America’s Cup. La baia è un teatro naturale: centinaia di pontili, migliaia di imbarcazioni, vele come pensieri sparsi sull’acqua. Il ponte levatoio si alza per lasciar passare l’albero. Il motore si spegne. Le vele si aprono. Lo scafo s’inclina appena. Si va.
Lo skipper invita i passeggeri al timone. Mani giovani, sicure. Quando tocca a me, non torna la paura. Torna la memoria. Il corpo ricorda prima della mente. La presa è istintiva. Il mare mi riporta indietro.

Poi Ginetta prende la ruota. Non esita. Governa più a lungo. Ci guardiamo. Non serve parlare.
Intorno a noi, viaggiatori da ogni parte del mondo. Scoprono che siamo italiani. “Napoletani”. E subito il discorso scivola sulla Coppa America che approderà a Napoli. Il Pacifico si accorcia. Il Tirreno sembra lì.
Ed è in quel momento che capisci una cosa semplice: il mare è una lingua universale. Non divide le città, le mette in dialogo. Conserva le emozioni e le restituisce quando meno te l’aspetti.
Auckland oggi. Napoli domani.
La Coppa America sarà competizione, tecnologia, prestigio. Ma sarà anche un passaggio di testimone simbolico tra due città che vivono d’acqua e di vento. Tra un porto che ha fatto della vela un’identità e un golfo che della vela ha fatto un destino.

Il vento cambia emisfero.
Non cambia la rotta.
Perché tra Auckland e Napoli non c’è distanza che tenga.
C’è lo stesso mare che insegna ad ascoltare.
La stessa inclinazione dello scafo.
La stessa vibrazione nelle mani.
Il mare non dimentica.
Aspetta.
E quando torni al timone, scopri che non eri mai davvero sceso.



