La sua fine vita era cominciata da tempo, ma lei ha fatto tutto il possibile – ed anche di più – per allungare il tempo che le si parava davanti.
Ci è riuscita fino a quando ha potuto; poi ha ceduto le armi a un destino che le ha negato quel fine vita che la natura le aveva assegnato.

Ha vissuto la sua infanzia e parte dell’adolescenza a Piaggine, per tornarvi da adulta e insediarvisi da protagonista sul piano umano, lavorativo e affettivo.
La vita sociale del paese era il suo palcoscenico: non amava esibirsi in prima persona, ma agiva per interposta persona, lasciando la scena alle ragazze e ai ragazzi che riusciva a motivare per animare la vita comunitaria.
Era nata “al Ponte”, il punto più antico del paese, da dove greggi e persone iniziavano la risalita verso i pascoli ai piedi del Monte Cervati e da dove discendevano per svernare in pianura, tra i due fiumi che rendevano quei luoghi particolarmente fertili e ambiti.
Dopo aver trascorso buona parte della giovinezza a Torino, dove già vivevano la sorella Maria e il fratello Elio, è tornata nella terra dei padri, sposando Felice, al quale ha dato tre figli: Andrea, Massimo e Alice.

La sua vita matura si è dunque dipanata interamente a Piaggine, dove ha svolto un ruolo importante di animatrice sociale, soprattutto a favore delle giovani generazioni.
Gli altri fratelli, Nicola e Paolo, rimasti anch’essi a portata di mano, hanno potuto seguirla fino all’ultimo nel difficile calvario degli anni più recenti.
Non credo di esagerare nel dire che l’intera comunità l’ha “adottata”, accompagnandola nel travaglio del fine vita con rispetto, discrezione e silenziosa vicinanza, senza mai farle pesare la sua condizione.
Carmelina è stata una donna completa:
un’imprenditrice moderna, una madre attenta, una moglie comprensiva, una cittadina impegnata.
Ho condiviso con lei un breve ma intenso periodo di collaborazione quando, per un paio di anni, abbiamo organizzato insieme “Il banchetto della Sposa, lungo la scala che dal Ponte sale alla cappella di San Simeone, passando per Palazzo Tommasini.
Ragazze e ragazzi, vestiti e acconciati da lei, diventavano spose e sposi che brillavano nella notte, con l’auspicio di tenere viva la fiammella della comunità, in paesi che – come accade in tutte le aree interne – sembravano avviati verso una lenta decadenza demografica.
Per quelle notti, le giovani coppie diventavano luci di speranza, segni di un futuro che, almeno per un momento, appariva ancora possibile.
Era modernità condita di speranza: l’auspicio che quei giovani, spesso già trasferiti altrove, mantenessero vivo il legame con il paese, tornando almeno in occasione delle feste “comandate”.
Credo che, almeno questa speranza, non sia stata vana.
Ora Carmelina è partita verso mondi che non sono percepibili da noi che siamo ancora “in campo”.
Ma lo spiraglio di luce che ha lasciato potrà illuminare il cammino di chi vorrà proseguire su quella strada di speranza che, come si sa, è sempre l’ultima a morire.
A Nicola, Paolo, Maria ed Elio resti la consolazione di sapere che la loro sorella ha vissuto pienamente la sua esistenza, fino all’ultimo respiro.
A Felice, Massimo, Andrea e Alice sia di conforto il pensiero che non c’è stato un solo momento in cui Carmelina abbia smesso di combattere, sostenuta dall’amore di chi le ha camminato accanto fino alla fine.



