Samuele 16,1b.4.6-7; Efesini 5,8-14; Giovanni 9,1-41

Il passo del Vangelo di Giovanni è fondamentale per cogliere la portata salvifica del messaggio cristiano, che s’identifica con la persona di Gesù. Il lungo capitolo non può essere riassunto per cui se ne raccomanda la lettura. L’attualità del fatto narrato acquista evidenza se si considera che l’evangelista in due versetti, in modo stringato, riporta la guarigione del cieco nato.
Più che la dýnamis, forza che sprigiona il miracolo, invita a considerare anche e soprattutto il semeîon, cioè il segno col quale tramandare il significato del gesto che accompagna per sempre l’umanità e conferisce speranza alla sua storia. L’attenzione maggiore di questa pagina evangelica non è tanto per il fatto, quanto per il suo significato e per chi è all’origine del segno.
Non a caso lo spazio maggiore è dedicato al tentativo di processo in contumacia su Gesù e che ha per testimone il cieco guarito. L’incontro con un uomo non vedente dalla nascita evoca la condizione nella quale oggi spesso ci si dibatte. Gesù vede lo scarto dell’umanità e si avvicina.
Mentre gli altri tirano dritto, egli si ferma, anche se non chiamato, perché ogni incontro con l’uomo per lui è una meta, al contrario di chi si reputa suo discepolo e di fronte agli ultimi, bisognosi nati malati o divenuti tali, s’interroga per cercare di attribuire loro le responsabilità dei limiti e del male.
Il cieco è talmente rassegnato alle sue tenebre che non chiede nulla. È Gesù che interviene. Il gesto di spalmare fango sulle palpebre è un evidente richiamo alla creazione, in questo caso una nuova creazione, capace di restituire lo splendore della luce dove sono precipitate le tenebre.
Al cieco nato è richiesto solo di lavarsi. Il mendicante è pronto a obbedire; si fida di questo sconosciuto anche prima che avvenga il miracolo per il gesto di misericordiosa condivisione e di attenzione non sollecitata. Così egli torna libero, novello figlio della luce.
Ma il fatto non determina gioia; questo passo evangelico è intriso di tristezza: Gesù ha guarito di sabato, ecco il grave problema per i farisei. Scandalizzati, a costoro non interessa la persona, ma giudicare in riferimento alla loro tradizione, immodificabile dottrina per cui processano per eresia il miracolato.
Il cieco guarito non è ritenuto manifestazione della gloria di Dio: uomo con la luce negli occhi e l’amore nel cuore, merita solo d’essere processato e con lui Gesù.
A questo punto nel racconto emerge la tecnica dell’evangelista che sottolinea il messaggio ricorrendo a una sottile ma efficace ironia: un non vedente incontra la Luce ed è capace di vedere; chi vede, pur incontrando Gesù, rimane cieco e non riconosce la verità.
Gli stessi discepoli non vanno oltre i loro convincimenti per superare la credenza che lega malattia e peccato. A loro non importa la sofferenza di un uomo: sono curiosi di spiarne la vita alla ricerca del colpevole ritenendo la sofferenza punizione per mali compiuti.
Chiedono lumi a Gesù e ricevono una risposta che diventa viatico per una profonda riflessione. Il Maestro vede la sofferenza e il grido di aiuto che essa racchiude; ritiene superfluo fornire spiegazioni al perché del male.
La sua è una reazione di compassione per sopprimere il dolore e far trionfare la vita.
Il dibattimento processuale è alle battute finali: mentre i farisei asseriscono che Gesù è peccatore, con ironico buon senso il guarito conferma:
«Ero cieco e ora ci vedo».
La vicenda raccontata da Giovanni è avvenuta duemila anni fa, ma sembra un fatto di cronaca contemporanea, segnata da ingiustizia, indifferenza e crisi della speranza.
Se l’uomo guarda all’apparenza, il Signore guarda il cuore, come si legge nella prima lettura a proposito di Davide.
L’apostolo Paolo, nella lettera agli Efesini, ricorda ai battezzati che sono passati dalle tenebre alla luce e non devono tornare a comportamenti incompatibili con la nuova vita.
Per questo cita un antico inno pasquale:
«Svegliati tu che dormi,
destati dai morti
e Cristo ti illuminerà».
Anche per noi è tempo di illuminazione. Dopo aver contemplato il volto di Cristo luminoso come il sole nella Trasfigurazione, siamo chiamati a dare testimonianza.
Il cieco guarito compie un vero cammino di fede: prima riconosce Gesù come profeta, poi lo riconosce come Signore.
Quando Gesù gli chiede:
«Credi nel Figlio dell’uomo?»
egli si prostra davanti a Lui.
In questo episodio è riassunto il nostro percorso quaresimale: limite umano, sofferenza e peccato non sono l’ultima parola, perché nella storia c’è sempre la possibilità di incontrare Gesù.
Una volta riconosciuto, Egli accompagna l’uomo in un dialogo di luce, capace di illuminare la vita e restituire speranza alla storia



