Monte Pruno è un’altura che passaggi naturali e custodisce un insediamento frequentato e abitato dal VII al III secolo a.C., legato prima alle comunità enotrie e poi, nel tempo, al mondo lucano.
Ma la storia che rende davvero vivo questo luogo non comincia con una data antica: comincia nel Novecento, quando due uomini del territorio capiscono che ciò che affiora nei campi non è “roba vecchia”, ma un segno fragile che rischia di scomparire.
Negli anni Venti, tra Bellosguardo e Roscigno, la terra restituiva segnali: frammenti, oggetti e materiali emersi durante il lavoro quotidiano nei campi.
In quel contesto entrano in scena Serafino Marmo, medico di Bellosguardo, e Silvio Resciniti, medico di Roscigno.
Il loro merito non fu soltanto l’intuizione: fu la scelta, rarissima e decisiva, di trasformare un ritrovamento locale in un fatto che potesse diventare ricerca, tutela e memoria pubblica.
Erano medici, sì, ma anche osservatori del paesaggio umano: conoscevano le persone una per una, attraversavano campagne e contrade, ascoltavano storie e vedevano da vicino ciò che accadeva nei campi.
E proprio per questo compresero la cosa più importante: un reperto non vale solo per ciò che è, ma per ciò che rappresenta e per ciò che rischia di diventare se nessuno se ne prende cura: una perdita definitiva.
Fu allora che decisero di segnalare, descrivere e mettere ordine.
In un’epoca in cui bastava poco perché un oggetto finisse nel silenzio — per paura, disinteresse o abitudine — loro scelsero la via della responsabilità: coinvolgere chi poteva intervenire, avviando un contatto stabile con studiosi e istituzioni.
È qui che Monte Pruno cambia destino: non perché la terra smette di nascondere, ma perché qualcuno decide di non voltarsi dall’altra parte.
Da quel momento la segnalazione dei due medici smette di essere una semplice notizia locale e comincia a pesare davvero: Monte Pruno entra in un percorso di attenzione e di studio, e il sito inizia a essere considerato un luogo da osservare con continuità, da comprendere e da proteggere.
In quegli stessi anni compaiono anche frammenti di ambra databili tra VI e V secolo a.C..
Non è un dettaglio: l’ambra rimanda a prestigio e contatti, suggerisce relazioni più ampie e una comunità tutt’altro che isolata.
Ma, ancora una volta, il cuore della storia non è l’oggetto in sé: è la scelta dei due medici di non lasciarlo svanire nel caso.
Poi arriva il 1938.
Sul pianoro di Monte Pruno viene individuata una sepoltura di rango eccezionale, destinata a diventare la celebre Tomba del Principe.
Dopo quel rinvenimento, nelle settimane successive, vengono avviate le operazioni di scavo e ciò che emerge rivela un corredo di straordinaria ricchezza, oggi collegato alla conservazione presso il Museo Archeologico Provinciale di Salerno.
Quella tomba parla di potere e di riconoscimento sociale.
Non racconta soltanto la morte di un personaggio importante: restituisce l’immagine di un’aristocrazia locale, di rituali complessi e di simboli capaci di affermare un rango.
È una prova decisiva: su quel monte esisteva una comunità strutturata e capace di lasciare tracce fortissime.
Ed è proprio qui che il lavoro di Serafino Marmo e Silvio Resciniti diventa ancora più chiaro: Marmo non è ricordato perché “scoprì” da solo la tomba del 1938.
Il suo ruolo, più sottile e forse più raro, è un altro: fece da ponte tra territorio e ricerca.
In un tempo in cui bastava poco perché un ritrovamento si perdesse, lui e Resciniti scelsero la via della responsabilità: segnalarono, descrissero e coinvolsero chi poteva intervenire.
E qui sta il senso profondo della vicenda: Marmo non arriva con un colpo di scena, ma con un gesto di coscienza.
È come se avesse detto — senza proclami — che la terra non va solo lavorata: va anche ascoltata.
Perché quei frammenti, quegli oggetti riemersi tra zolle e pietre, non erano curiosità da tenere in tasca o da raccontare a mezza voce: erano tracce di una comunità antica che chiedeva di essere riconosciuta, studiata e protetta.
Così, quando nel 1938 il pianoro rivelò la sepoltura più celebre, quella scoperta non cadde nel vuoto: arrivò in un terreno già pronto, già “ascoltato” e già riconosciuto.
Non fu solo la fortuna di un ritrovamento eccezionale: fu anche il risultato di una memoria costruita passo dopo passo, grazie a chi aveva capito che Monte Pruno non era un monte qualsiasi, ma un luogo che conservava una grande storia.
A partire dagli anni ’80, nuove ricerche hanno individuato altre sepolture: tombe datate alla metà del VI secolo a.C. e una seconda tomba particolarmente ricca, riferibile agli inizi del V secolo a.C..
Questo amplia definitivamente il quadro: Monte Pruno non custodiva un solo episodio eccezionale, ma un sistema funerario e un paesaggio umano complesso, con continuità e trasformazioni leggibili nel tempo.
In età lucana, tra IV e III secolo a.C., l’insediamento viene rafforzato da una cinta muraria intorno al nucleo principale.
L’abitato appare distribuito e non compatto: un’organizzazione che suggerisce verosimilmente l’idea di un centro fortificato pronto a offrire protezione in momenti di rischio, in relazione a una popolazione diffusa nel territorio circostante.
Oggi, sul posto, il segno più immediato è la cinta difensiva: tratti di muratura che ancora disegnano il perimetro dell’antico abitato e fanno capire, senza bisogno di spiegazioni, che qui si è scelto di costruire, di difendere e di resistere.
Alla fine del III secolo a.C. gli insediamenti risultano abbandonati in modo relativamente rapido.
Questo passaggio si colloca nel quadro dei grandi mutamenti del periodo, con l’avanzare dell’influenza romana nell’area, anche se i processi storici raramente dipendono da una sola causa.
Resta il punto essenziale: qui si chiude un mondo e se ne apre un altro.
Monte Pruno non è soltanto archeologia.
È una lezione su come la storia, spesso, sopravvive grazie a chi sceglie di proteggerla.
Il cuore di questa vicenda non è soltanto una tomba straordinaria: è il lavoro silenzioso e decisivo di Serafino Marmo e Silvio Resciniti, che seppero dare valore pubblico a ciò che la terra restituiva.
È anche per questo che Monte Pruno resta un esempio potente: perché ci ricorda che la storia inizia davvero quando qualcuno, davanti a un segno fragile, decide di non lasciarlo svanire.



