Liturgia della Parola: Lv 19,1-2.17-18; 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48
Il passo del Vangelo cita la legge del taglione, nata nel tentativo di umanizzare la prassi della vendetta senza limiti: un progresso rispetto al grido di Lamec, discendente di Caino, che con orgoglio asseriva di aver ucciso per ritorsione a una semplice scalfittura inflittagli. Chi ritiene che si faccia riferimento solo a vicende di millenni fa non si rende conto dei tanti “Caino” che circolano per il mondo, dimentichi che il primogenito di Adamo, dopo l’omicidio, andò errando accompagnato dalla persistente paura di essere vittima di sventure, percependosi perseguitato dagli uomini e da Dio.

Rispetto all’etica dell’“occhio per occhio”, Gesù muta radicalmente prospettiva e invita a essere «perfetti come il Padre celeste». Egli è consapevole che le relazioni umane non vanno vissute facendo riferimento a comportamenti improntati alla vendetta, ma ponendo al centro la disponibilità alla misericordia. Invita a cercare il bene per gli altri non per annullare i diritti, ma come disponibilità ad anteporre i loro interessi: effettiva rivoluzione della convivenza, l’unica regola che può umanizzarla.
Ecco il significato del “volgere l’altra guancia”: disarmante invito a non incutere paura. Non è cadere nella passività morbosa che contraddistingue il debole privo di volontà, ma assumere coraggiose iniziative, compiere il primo passo verso la via del perdono, ricominciare con rinverdita speranza di bene. Ecco perché il cristianesimo non è una religione di schiavi: non delinea una morale per i deboli negando la gioia di vivere, ma è la Buona Novella degli uomini liberi, capaci di scelte consapevoli anche davanti alle insidie del male, pronti a disinnescare la spirale della vendetta facendosi protagonisti di reazioni nuove, inaspettate e imprevedibili, fondate sull’uguaglianza totale a imitazione del Padre celeste, il quale tratta allo stesso modo buoni e cattivi, bandendo intolleranze, fanatismi, parole di disprezzo, gesti di rifiuto, sentenze di condanna.
Quella di Gesù è una posizione radicale, ma anche l’unica che può trasformare il mondo. Infatti, se il diritto è necessario per regolamentare il nostro quotidiano, ancora più importante è la predisposizione alla misericordia: opzione che pone fine alle vendette e ha ragione dell’odio. Gesù conosce il cuore umano, complicato e malato. Oggi il male opera subdolamente e con metodi rinnovati coinvolge anche i cristiani, i quali, come singoli e comunità, hanno molto da farsi perdonare per i limiti manifestati nel resistere alle seduzioni del potere, a volte sfociate anche nella violenza. Ecco perché non guasta mai reiterare il gesto profetico del chiedere perdono, per rinnovare il mondo nella consapevolezza della gravità di una situazione che induce tanti a strumentalizzare perfino Dio.
Per l’apostolo Paolo l’antidoto a tutto ciò è non cedere a rivalità di sorta, ma gareggiare nella carità: creatività dell’amore che Gesù riassume nell’invito ad amare i nemici, sintesi di tutto il Vangelo. Se non si pratica con coerenza e costanza, l’umanità rischia di autodistruggersi, perché la palma della vittoria sarà sempre del violento, di chi — perché più crudele — è armato degli strumenti che riescono a infliggere dolore mortale.
Per Gesù si supera tutto ciò se si elimina perfino il concetto di nemico e, di conseguenza, la sorgente della violenza, forza malevola che produce la catena di morte. Il Vangelo fornisce gli strumenti elencandoli in alcuni verbi che richiedono azioni, a primo acchito difficili: amare, pregare, porgere, benedire, prestare, compiere gesti di fraternità per primi ad amici e nemici. È la concretezza della santità cristiana, che non ha niente di astratto: possibile se profuma di generosità. Non si tratta di osservare precetti, ma di lasciarsi inebriare dall’energia divina, perché figli del Padre che fa sorgere il sole su buoni e cattivi. Perciò, quando preghiamo «Donaci un cuore nuovo», chiediamo di avere i sentimenti di Dio.
Oggi siamo consapevoli che il nostro cuore fatica a imparare l’amore; ma se sapremo imitare quello di Dio, allora saremo capaci di realizzare il «siate perfetti», che si traduce in «siate misericordiosi». Spesso si pensa alla santità come a un regime di vita austero, segnato da grande rigore, assoluta fedeltà a ciò che si crede, puntiglioso rispetto delle pratiche religiose. Per Gesù la santità non s’identifica con ciò che è esteriore, ma col calore interiore di un cuore che si sente figlio di Dio.
La legge senza amore ha poco valore, perché l’amore è la vera legge del Signore e su di esso si fonda la riuscita della nostra vita. La giustizia basata sull’uguaglianza del dare e dell’avere, scandita da millenni evocando l’“occhio per occhio”, non è quella che Gesù si attende dai suoi discepoli. Egli vuole che si amino i nemici, si vada oltre il perdono per agire in modo positivo, offrendo — se necessario — la propria tunica o porgendo l’altra guancia anche quando si è ricevuta un’offesa.
È una prospettiva nuova, dura, paradossale per la nostra logica, perché si scontra con l’istinto di sopravvivenza. È uno stile di vita distante anni luce dal nostro quotidiano; eppure, se consideriamo la portata del comando di Gesù, appare evidente che i suoi inviti a non nutrire odio per il fratello, a non portare rancore verso il prossimo, trasudano concretezza. Non sono astratte formule, ma opportunità per trasformare radicalmente la nostra vita: essere solari e positivi per trasfondere speranza, infondere calore, distribuire solidarietà, testimoniare che la giustizia è possibile, poiché amare i nemici aiuta a eliminare la freddezza, il rifiuto dell’altro, la paura di essere sopraffatti, i sospetti verso gli emigrati, il rigetto dei diversi.
I discepoli di Gesù devono essere ponti di amore tra gli uomini, contribuire alla scomparsa delle inimicizie, superare le barriere grazie all’unico comportamento vincente: perché solo la carità è veramente costruttiva.



