Canoniche vuote e parrocchie senza preti

I laici devono essere più attivi

​Cari lettori, questa settimana vi parlerò delle relazioni che esistono nei nostri piccoli comuni tra le parrocchie e gli abitanti delle nostre piccole comunità

Attualità
Cilento sabato 15 luglio 2017
di Massimiliano De Paola
Comunione © n.c.

Cari lettori, questa settimana vi parlerò delle relazioni che esistono nei nostri piccoli comuni tra le parrocchie e gli abitanti delle nostre piccole comunità. Spesso ci sono attività che si fanno sul nostro territorio ma che noi ignoriamo completamente o che conosciamo molto poco.

Dovete sapere che ogni parrocchia è dotata di un “Consiglio Affari Economici” che si occupa della gestione economica della parrocchia (parte contabile) e di un “Consiglio Pastorale” che si occupa di tutte le attività che collegano la parte religiosa con la parte sociale, ricreativa, culturale e a volte anche turistica. Nelle nostre diocesi di Teggiano-Policastro e Vallo della Lucania, tante sono le attività che ogni giorno si fanno. Grazie ai contributi volontari del 5 per mille o alle donazioni di cibo, si riescono ad aiutare tante famiglie in difficoltà, ad accogliere ragazze madri in difficoltà aiutandole a reinserirsi nella società. Il banco alimentare negli anni passati ha dato un grosso contributo a tanti che ne avevano bisogno. Purtroppo ha suscitato anche qualche polemica, in quanto ne hanno usufruito anche persone che effettivamente non ne avevano bisogno.

Il ministero pastorale ha conosciuto lungo la storia bimillenaria della Chiesa forme diverse di realizzazione, ma non vi è dubbio che la figura del presbitero parroco che si assume la cura di una determinata comunità cristiana ne è divenuta la “forma tipica”. La letteratura recente si è concentrata maggiormente, a ragione, sulla comprensione della parrocchia nelle attuali circostanze e solo in seconda battuta su coloro che assumono il servizio di presidenza della comunità. Noi oggi poniamo l’attenzione sulla figura del parroco e specificamente sulle relazioni che come pastore è chiamato a vivere. Il Concilio Vaticano II ha insegnato che «I principali collaboratori del Vescovo sono i parroci, ai quali, come a pastori propri, è commessa la cura delle anime in una determinata parte della diocesi, sotto l’autorità del Vescovo stesso» (Christus Dominus, n. 30). Nei documenti successivi al Concilio l’espressione “cura delle anime” è stata progressivamente soppiantata da quella di “cura pastorale” per sottolineare maggiormente l’insieme di compiti e responsabilità del presbitero nei riguardi della comunità rispetto alla relazione individuale tra presbitero e singolo fedele. Nella “figura” del parroco (e del vicario parrocchiale) si esprime la forma ordinaria di “cura pastorale” dei fedeli di una comunità parrocchiale. La caratteristica principale è data dalla vicinanza al popolo di Dio del pastore che vive con i suoi fedeli. Per questa ragione è stabilito un principio generale secondo il quale il parroco deve avere la cura pastorale di «una sola parrocchia». In via eccezionale, a motivo della scarsità dei sacerdoti o per altre circostanze, «può essere affidata al medesimo parroco la cura di più parrocchie vicine». Se le circostanze lo richiedono può esserci anche la presenza di più presbiteri parroci in una o più parrocchie che esercitano la cura pastorale «in solido». Infine, sempre come eccezione motivata dalla scarsità dei sacerdoti, il Vescovo può affidare una «partecipazione nell’esercizio della cura pastorale di una parrocchia» ad un diacono, un religioso/a, un fedele laico/a.

Quali sono le caratteristiche della “cura pastorale” del parroco di una parrocchia? Tra le altre risalta la dimensione delle relazioni personali che si instaurano tra parroco e fedeli. Per tale ragione il servizio di parroco deve godere di stabilità. La stabilità del parroco aiuta la comunità cristiana ad inserirsi nel territorio (talora quasi identificandosi con esso; la storia delle parrocchie si confonde con la storia dei paesi). Il parroco può conoscere i fedeli a lui affidati e i fedeli sanno chi è il loro parroco. Lo sottolinea anche il documento dei Vescovi italiani sulla parrocchia attribuendo la principale responsabilità di questa vicinanza al parroco. «La presenza della parrocchia nel territorio si esprime anzitutto nel tessere rapporti diretti con tutti i suoi abitanti, cristiani e non cristiani, partecipi della vita della comunità o ai suoi margini. Nulla nella vita della gente, eventi lieti o tristi, deve sfuggire alla conoscenza e alla presenza discreta e attiva della parrocchia, fatta di prossimità, condivisione, cura. Ne sono responsabili il parroco, i sacerdoti collaboratori, i diaconi; un ruolo particolare lo hanno le religiose, per l’attenzione alla persona propria del genio femminile; per i fedeli laici è una tipica espressione della loro testimonianza» . Si potrebbe dire che questa è la grande risorsa della vita ecclesiale in quanto meglio ripropone l’attività missionaria vissuta dal Signore Gesù che contemperava la predicazione alle folle con l’accompagnamento personale sia del gruppo dei Dodici sia della più ampia cerchia dei discepoli.

Ci chiediamo: oggi è possibile mantenere questo profilo relazionale del ministero di parroco? Come “realmente” il prete vive le relazioni pastorali? Il sociologo Garelli, nell’indagine sul clero in Italia, metteva in luce come «i preti si identificano maggiormente con le figure ecclesiali più prossime alla propria condizione di vita, in grado di sostenerli e accompagnarli anche affettivamente nel loro impegno sociale e religioso. Quattro delle cinque figure percepite come più vicine sono soggetti ecclesiali che appartengono all’immediato interno del prete (i laici più attivi della sua parrocchia, i preti coetanei, l’insieme dei sacerdoti della sua diocesi e il proprio vescovo), persone e gruppi con cui condivide le responsabilità pastorali e che gli offrono un sicuro riconoscimento della sua missione e del suo ministero». Ma non mancava di sottolineare come dall’indagine emergeva la scarsa propensione del clero italiano a «“pensarsi” in una dinamica istituzionale complessa, come è ormai quella della struttura ecclesiale», segnalando che la semplificazione dei rapporti è tipica di una formazione che ha messo l’accento più sull’impegno individuale che sulla cooperazione.

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