Ida Serena Fragale scrive un testo necessario perché racconta ciò che le rilevazioni ministeriali non fotografano: il docente “presente-assente”. Ha la forza della testimonianza e il limite del manifesto. Non dà soluzioni tecniche: dà un lessico. E nella scuola, dare le parole giuste a un malessere è già metà cura. “A volte il rischio non è diventare cattivi insegnanti. È diventare insegnanti emotivamente ritirati.” Ecco la “dispersione implicita”. Non lasciano la scuola. La scuola lascia loro.
Il testo è uno scritto originale, in quanto introduce una nuova tipologia di dispersione, quella degli insegnanti, la “dispersione implicita dei docenti”. Non è chiara, va letta fra le righe, nell’ ordinario. Si tratta di una dispersione che muove di riflesso, per specchio all’altra dispersione, quella dei discenti, già normata da INVALSI. È la tesi forte: la scuola misura la presenza fisica, non la presenza relazionale. La Fragale non attua una denuncia di assenteismo, ma quello che potremmo definirlo il “presenteismo emotivo”: docenti che “funzionano benissimo, mentre dentro si stanno spegnendo”. Sposta l’attenzione dal fare all’essere. È un cambio di paradigma. La Fragale non conta il docente assente, ma quanti docenti ci sono senza esserci. Il testo procede per cerchi concentrici: i primi fotogrammi narrativi interessano la scena minima: la collega che entra, dice “non ce la posso fare”. Segue poi l’auto analisi dell’io narrante, la descrizione degli eventi essenziali che si svela biografia senza dato. Si passa dal cassetto alla sala prof, dalla sala prof al sistema. Qui entra il lessico tecnico: burnout, esaurimento emotivo, presenteismo. La dinamica della lettura degli eventi è strettamente connessa alla capacità di un’attenta lettura dei piccoli segnali, al sapere individuare spazi fra adulti non operativi e di decodificare l’importanza della presenza umana ancor prima della esplosione. Tutto questo accade nella scuola che ha bene appreso questi comportamenti.. Il nucleo tematico dello scritto è la saturazione professionale. La Fragale muove contro la resilienza obbligatoria, la destituisce, la smonta e nettamente distingue svogliati da svuotati. Ci si ripropone, spesso, nella scuola con fatica, con la “continua necessità di esserci umanamente”. Il contratto non riconosce ai Proff. i vari micro compiti che esulano dalla specificità professionale richiesta, si tratta di un carico cognitivo che però si realizza cuore del mestiere (contenere, spiegare, ascoltare, non umiliare, non perdere autorevolezza). La lingua assume l’entità del sismografo. La Fragale sposta la prevenzione dal comportamento alla “pragmatica linguistica”: tono, modo di correggere, modo di dire “bravo”. E’ sicuramente importante, a suo dire, la formazione dei docenti nella pratica della lettura della propria lingua come sintomo precoce, non a imparare “tecniche comunicative” a valle. Con frasi brevi, martellanti e periodi sinuosi, troviamo una certa funzionalità del testo poiché l’autrice nomina l’innominabile: la dispersione implicita dei docenti, infatti, non esisteva come categoria. Ora esiste. L’utilità della riflessione della Fragale sta poi nel fatto che capovolge lo stereotipo, le opinioni precostituite: la scuola in primis deve difendere prima i docenti dal bruciarsi, per poter difendere i ragazzi e non il contrario. L’autrice dello scritto, inoltre, denuda il termine “missione”. L’apparente “eroicità” dell’anticipazione, la “missione” riportata nel titolo, poi nella stesura del testo si traduce “tragicità”. La missione che consuma chi la porta avanti non è missione, ma “presenteismo sacrificale”. Fragale non chiede di mollare. Chiede di “restare senza sparire dentro la funzione”. (elgr)
“Anche i docenti si disperdono (implicitamente) ma restano al loro posto fedeli alla missione”
Ci pensavo qualche giorno fa mentre aspettavo il suono della campanella. Non ricordo nemmeno cosa stessi facendo. Forse armeggiavo nel mio cassetto alla ricerca di un libro che un rappresentante mi aveva lasciato all’inizio della campagna libraria. Un testo nuovo da cui prendere spunto per fare esercitare i miei di terza in previsione degli esami. Avevo finito di correggere verifiche e cercavo “qualcosa di nuovo e motivante” per me e per loro. Odio il solo pensiero di dovere correggere sempre le stesse cose. Mi vengono le smanie e ogni 10 verifiche mi fermo e mi sgranchisco. Correggo verifiche da venticinque anni. Cosa stavo dicendo? Ah, ci sono. Mani dentro al cassetto quando ad un certo punto una collega entra in sala professori e dice: “oggi non ho proprio voglia, non ce la posso fare”. Detta così. Senza teatralità. Senza spiegazioni. Prende il caffè dalla macchinetta, leva la cialda e lo beve quasi bollente e resta zitta. E lì ho pensato che forse stiamo parlando troppo poco di una cosa che nella scuola esiste eccome, anche se nessuno la chiama mai col suo nome: la dispersione implicita dei docenti. Negli ultimi anni si parla molto, giustamente, della dispersione implicita degli studenti. Ragazzi che arrivano alla fine del percorso scolastico senza avere davvero acquisito competenze solide, pur essendo sempre stati presenti. Ragazzi che si accontentano di “finire” presto. Senza luce negli occhi. Ma a noi docenti, chi ci guarda? E poi continuo a chiedermi: che cosa succede agli adulti che dentro quella scuola ci restano per decenni e non per quel ciclo? Noi insegnanti non molliamo mai. Anche con la febbre siamo a scuola. È la nostra seconda casa. Abbiamo tutti i kit di sopravvivenza possibili negli armadietti delle aule. Non sfuggiamo. Non facciamo scene. Non lasciamo il lavoro. Continuiamo. Entriamo in classe. Facciamo lezione. Compiliamo il registro. Rispondiamo alle famiglie. Partecipiamo ai consigli, ai collegi, ai dipartimenti. Mettiamo voti. Prepariamo materiali. Facciamo perfino corsi di aggiornamento a maggio quando ormai l’unica cosa che vorremmo aggiornare è il nostro livello di stanchezza. Eppure, lentamente, qualcosa si ritira. Secondo me il punto è questo: la scuola italiana sa riconoscere molto bene la presenza fisica dell’insegnante e molto male la presenza relazionale. Se sei lì a scuola, allora ci sei. Ma non sempre è vero. Ci sono docenti che continuano a funzionare benissimo mentre dentro si stanno spegnendo. E a volte funzionano ancora meglio proprio perché si stanno spegnendo. Diventano rapidissimi. Efficienti. Controllati. Fanno tutto. Solo che smettono lentamente di aspettarsi qualcosa di vivo dalla relazione educativa. Non è svogliatezza. Perché svogliati noi docenti non lo siamo quasi mai. Semmai svuotati. E questa cosa, sinceramente, mi inquieta parecchio. Perché chi insegna davvero lo sa: non ci si stanca soltanto del lavoro. Ci si stanca della continua necessità di esserci umanamente. Umanamente presenti. Che è diverso. Ci sono giorni in cui non è successo nulla di grave. Nessun litigio. Nessuna nota disciplinare. Nessun episodio clamoroso. Ed esci dall’aula esausto lo stesso. Magari perché hai passato un’ora a contenere tensioni minuscole. Uno studente che provoca. Uno che ride in momenti strani. Uno che si chiude completamente. Uno che sembra sfidarti solo guardandoti. Uno con la crisi d’ansia quotidiana a cui pure lui ormai si è abituato. E nel frattempo devi spiegare. Ascoltare. Mantenere lucidità. Fare attenzione alle parole. Non umiliare nessuno. Non perdere autorevolezza. Non reagire male. Una richiesta francamente enorme. A volte penso che molti docenti siamo semplicemente saturi. E che la scuola abbia imparato a chiamare questa saturazione “professionalità”.Lo so che detta così sembra cattiva. Forse un po’ lo è. Ma credo che tanti colleghi capiscano perfettamente cosa intendo quando dico che a volte il rischio non è diventare cattivi insegnanti. È diventare insegnanti emotivamente ritirati. E questa cosa non arriva all’improvviso. Succede lentamente. Prima perdi pazienza. Poi perdi curiosità. Poi perdi il dubbio. E secondo me è gravissimo quando un docente smette di avere dubbi sugli studenti e arriva a conclusioni “ugualipertutti”: “questo è svogliato, questo non cambierà mai, questa classe è impossibile.” Fine. Archiviati. Che poi sia chiaro: ci sono classi durissime.Studenti che ti provocano deliberatamente. Ragazzi che entrano in aula con addosso una rabbia ingestibile e cercano esattamente il punto in cui sei più fragile. Chi insegna lo sa benissimo.Ed è proprio per questo che trovo insopportabile tutta quella retorica sempliciotta sul docente che dovrebbe essere sempre sorridente, centrato, paziente, equilibrato e pedagogicamente luminoso pure alla sesta ora di venerdì. A volte non sei “resiliente”. A volte sei soltanto stanco marcio. Negli ultimi anni diverse ricerche italiane sul burnout docente parlano di esaurimento emotivo elevato e di presenteismo: insegnanti che continuano a lavorare anche quando stanno male psicologicamente e relazionalmente. Le indagini OCSE-TALIS mostrano inoltre che molti docenti italiani percepiscono scarso riconoscimento sociale e forte stress legato al carico amministrativo e alla pressione relazionale. Quando leggo questi dati capisco che non sto osservando fragilità individuali sparse. Sto guardando un problema strutturale. Però secondo me c’è una cosa che le statistiche non riescono a raccontare bene. La vergogna. Perché un docente può dire:“Quest’anno sono stanco.” Ma molto più difficilmente dirà: “Sto diventando quella persona che faccio fatica a riconoscere dentro la relazione educativa.” E allora molti continuano a funzionare perché si vergognano. Non lo confessano neanche a se stessi. Ce la raccontiamo. Anche troppo bene. Ed è qui che io continuo a pensare che serva una riflessione diversa sulla relazione educativa e sulla lingua. Perché le relazioni raramente collassano all’improvviso. Prima si spostano. Cambiano i toni. Le aspettative. Il modo di fare una domanda. Il modo di correggere. Perfino il modo di dire “bravo”. Chi come me vive e lavora nella scuola queste cose le sente immediatamente. La lingua cambia prima della rottura. E allora la domanda vera, secondo me, è: che cosa facciamo prima che un docente si ritiri completamente dentro il proprio ruolo? Perché arrivare quando tutto è già esploso è facile. Il problema è prima. Molto prima. Secondo me bisognerebbe iniziare ad aiutare i docenti a leggere i segnali piccoli. Quelli che oggi sembrano irrilevanti. La frase che esce più dura del necessario. L’irritazione immediata. Il momento in cui uno studente smette di essere una persona e diventa solo “quello problematico”. Il momento in cui entri in aula aspettandoti già il peggio. Perché è lì che la relazione inizia a inclinarsi. E forse servirebbero anche spazi veri tra adulti. Non soltanto riunioni operative. Non l’ennesima ora passata a parlare di moduli, piattaforme o scadenze. Spazi in cui un insegnante possa dire: “Sto facendo fatica con questa classe.”Senza sentirsi automaticamente incompetente e giudicato come “lagnuso”. Che poi è assurdo, se ci pensiamo. Pretendiamo dai ragazzi capacità emotive sofisticatissime e poi tra adulti facciamo ancora fatica a dire: “Guarda che non sto bene.” Io credo anche un’altra cosa, e qui probabilmente qualcuno non sarà d’accordo. La formazione sulla relazione educativa non può ridursi a “dire le cose meglio”. Perché il problema non è la frase perfetta. I miei colleghi lo sanno. Sulle parole divento pesante. Pignola fino allo sfinimento. Il problema è il punto da cui quella frase nasce. Se un docente è saturo, spaventato, umiliato, continuamente sotto pressione o completamente solo dentro la gestione della classe, non esiste tecnica comunicativa che tenga a lungo. E invece negli ultimi anni abbiamo riempito la scuola di linguaggio motivazionale, come se bastasse cambiare tono di voce per risolvere tensioni relazionali profondissime. Non basta. Serve aiutare i docenti a leggere cosa succede nella relazione prima ancora che esploda il conflitto. Capire quando una classe si sta chiudendo. Quando un ragazzo sta provocando e quando invece sta chiedendo disperatamente un limite. Quando un insegnante sta entrando in modalità sopravvivenza senza accorgersene. Perché sì, secondo me succede anche questo: alcuni docenti a un certo punto non insegnano più. Resistono. E questa cosa, sinceramente, mi fa molta più paura di una classe rumorosa. Forse la prima forma di tutela della scuola dovrebbe essere proprio questa: proteggere la possibilità dei docenti di restare umanamente presenti senza consumarsi fino a sparire dentro la funzione che svolgono.” (Ida Serena Fragale)



